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 2007  febbraio 15 Giovedì calendario

Le associazioni dei distributori di carburante, dopo i recenti annunci di liberalizzazione del ministro Bersani, hanno subito riaperto una vecchia battaglia: per diminuire il prezzo della benzina non serve aumentare il numero dei punti vendita, ma occorre piuttosto intervenire sul peso troppo alto delle tasse e delle accise incamerate dallo Stato

Le associazioni dei distributori di carburante, dopo i recenti annunci di liberalizzazione del ministro Bersani, hanno subito riaperto una vecchia battaglia: per diminuire il prezzo della benzina non serve aumentare il numero dei punti vendita, ma occorre piuttosto intervenire sul peso troppo alto delle tasse e delle accise incamerate dallo Stato. Riguardo in particolare alle accise sui derivati del petrolio, che sono delle imposte che gravano sulla quantità dei beni prodotti, la confusione in materia abbonda. Secondo alcune leggende che circolano sul web, i pieni degli automobilisti italiani concorrerebbero ancora ogni giorno a pagare le spese sostenute dall’Italia in periodi ormai lontani, tra cui: la guerra di Abissinia del 1935, la crisi di Suez del 1956, il disastro del Vajont del 1966, l’alluvione di Firenze del 1966, i terremoti del Belice del 1968, del Friuli del 1976 e dell’Irpinia del 1980, nonché la missione in Libano del 1983 e quella in Bosnia del 1996. Ma in realtà, secondo il Ministero per lo Sviluppo Economico, l’attuale livello delle accise sui prodotti petroliferi è fissato dal decreto legislativo 504 del 1995, e le varie vicende storiche cui si è accennato servono solo a spiegare come si è giunti nel tempo all’attuale livello di imposizione. In pratica i vari governi, in occasione di questi eventi straordinari, rincaravano puntualmente le accise sulla benzina per coprirne i costi, ma, anche a emergenza finita, non ritornavano mai al livello precedente. In ogni modo oggi le accise non servono a pagare le nostre spese passate, ma rappresentano solo un’imposta che lo Stato dispone di prelevare sulla vendita dei prodotti petroliferi per garantirsi un’entrata certa e consistente. Infatti, le accise rappresentano una rendita non da poco per le finanze italiane, dal momento che la struttura dei prezzi della benzina è costituita mediamente per il 62,5% da imposte, di cui appunto il 45,8% da accisa e il 16,7% IVA. Il restante 37,5% è il cosiddetto prezzo industriale, che a sua volta è formato per il 26,5% dal costo della materia prima, per l’1% dalle spese di trasporto, per il 4% dai margini dei gestori e per il 6% dai margini delle compagnie. Secondo il ministero per lo Sviluppo Economico, le tasse sulla benzina in Italia risultano comunque in linea con la media europea, e una recente indagine della Cgia di Mestre sembrerebbe confermarlo: le tasse pesano sul rifornimento degli automobilisti francesi per il 67,3%, per i tedeschi per il 69,3% e per i britannici addirittura per il 70%. Solo in Spagna il peso del livello fiscale scende al 56,4%. Nonostante questi dati, anche le associazioni dei consumatori sono piuttosto critiche sull’attuale livello di tassazione sui carburanti nel nostro paese: Secondo l’Unione nazionale consumatori «Il vero nodo sta nella doppia tassazione, costituita dall’accisa e dall’Iva, che viene applicata anche sull’accisa, creando una tassa sulla tassa ». In questo modo, prosegue l’associazione, «anche allo Stato conviene il rincaro dei carburanti in quanto a quello segue automaticamente un aumento del gettito Iva. Se non si sterilizza questa imposta, i consumatori subiranno sempre due rincari ». La Finanziaria 2007, riguardo a questa problema, ha deciso comunque di destinare la maggiore Iva derivante dall’aumento del costo del petrolio alla riduzione delle bollette delle famiglie disagiate e a quegli esercizi commerciali che sostituiscono e installano apparecchi e lampade ad alta efficienza energetica.