Andrea Greco, la Repubblica 5/8/2007, 5 agosto 2007
ANDREA GRECO
MILANO - Bancario, non ti amo più. Il vecchio claim della Littizzetto mal si addice ai tempi procellosi del consolidamento creditizio, anche nazionale: la formazione dei colossi Intesa Sanpaolo e Unicredit-Capitalia ha lasciato per strada circa 25mila loro dipendenti, di cui metà in seguito agli accordi di fusione, che anche altrove hanno rovinato i sonni dei dipendenti nel credito. Un po´ è dovuto alle tecnologie che s´impadroniscono dei mestieri burocratici, un po´ alle sovrapposizioni territoriali delle aggregazioni, che portano ad accorpare agenzie e funzioni. Fatto sta che le famigerate "sinergie da costi", che giustificano e rendono appetibili le fusioni ad investitori e manager, sono in buona parte ottenute sulla pelle dei dipendenti. A spanne, un 5-10% del personale di una banca viene invitato alla porta, o pensionato, in caso di fusione, con nocumento maggiore per chi opera nella società "preda". Così uno dei mestieri più ambiti dai genitori, per quel misto di virtù riassumibili in grande stabilità, orario ridotto e discreta busta paga, in breve ha perso gran parte del suo fascino. Per chi esce, si tratta di prepensionamenti, non troppo dolorosi. Per i sempre meno che restano, la musica è cambiata, in peggio.
Tutte le fusioni bancarie in Italia – una decina, in anni recenti – hanno adottato un modello simile, che in ambienti sindacali con disprezzo e timore viene chiamato "metodo McKinsey". Forse non a caso, visto che Alessandro Profumo e Corrado Passera, leader operativi dei colossi citati sopra, vantano un passato formativo in quel brand della consulenza strategica. Il "metodo" consiste nell´attivare il fondo esuberi – l´ammortizzatore sociale di settore, privato e in parte pagato dai dipendenti stessi – per tutti quelli che sono a cinque anni dalla pensione. Un plafond che spesso viene fatto coincidere con le uscite previste dai piani di fusione, a tavolino, anche prima di stilare il piano industriale dell´aggregato. Poi si aspetta che chi è stato individuato aderisca, volontariamente o con piccoli incentivi. Se alla scadenza del piano non si raggiunge il numero, si può estenderlo (lo ha appena fatto Intesa Sanpaolo, per due anni), magari facendo capire al sindacato che l´alternativa è l´adesione obbligatoria, o l´avvio dei licenziamenti.
Altri 10mila bancari circa avevano lasciato i gruppi Intesa Sanpaolo (due terzi) e Unicredit (un terzo) prima delle fusioni, per effetto di piani triennali che affidavano anche agli esuberi e al turnover solo parziale la ricerca di maggiori efficienze. Qualche altro migliaio, è stato detto, sarà "risparmiato" ancora col turnover. Così si arriva a quota 25mila. Le principali sigle sindacali hanno firmato i due accordi settimana scorsa, senza scioperare (tranne un caso isolato, del sindacato di base Cub Sallca) o protestare troppo, come se l´andazzo fosse ineluttabile. Forse i rappresentanti dei bancari sentono di avere la piazza contro, per il fatto che il sistema s´è rimodernato e rafforzato, ma i servizi che offre all´utente sono talora lontani dagli standard internazionali. Si vedano i costi dei conti correnti, al disopra della media europea. Una situazione da sanare, come ha chiesto risolutamente anche il governatore Mario Draghi. Ma per l´ex "amato" bancario suona come un altro messaggio poco rassicurante.