Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 05 Domenica calendario

«Da che cominciamo? Dall´infanzia? Beh, ne ho viste di tutti i colori. Dopo aver incrociato fascisti, nazisti e americani, forse sono stato l´unico sciuscià novarese, nel senso che mentre la famiglia era tutta attorno a mio padre ammalato, io trafficavo in sigarette, le compravo dalle truppe Usa e le rivendevo a un bar della città, col risultato che dall´età di dieci-undici anni ho sempre avuto soldi in tasca, anche se poi un giorno mi scivolò via il portafoglio con millesettecento lire dentro, e corsi subito a comperarmi i pantaloni alla zuava, chiusi alle caviglie, per evitare altre sciagure del genere»

«Da che cominciamo? Dall´infanzia? Beh, ne ho viste di tutti i colori. Dopo aver incrociato fascisti, nazisti e americani, forse sono stato l´unico sciuscià novarese, nel senso che mentre la famiglia era tutta attorno a mio padre ammalato, io trafficavo in sigarette, le compravo dalle truppe Usa e le rivendevo a un bar della città, col risultato che dall´età di dieci-undici anni ho sempre avuto soldi in tasca, anche se poi un giorno mi scivolò via il portafoglio con millesettecento lire dentro, e corsi subito a comperarmi i pantaloni alla zuava, chiusi alle caviglie, per evitare altre sciagure del genere». Le combinazioni della memoria di Umberto Orsini vanno di pari passo con le pagine di una specie di diario («impubblicabile, intimo, fatto anche di ciò che non direi mai») che lui butta giù a molta distanza di tempo dagli avvenimenti. «Scrivo rivolgendomi a un´attrice immaginaria per non dimenticare, e mi riaffiorano alla mente cose strane, la raccolta dei chicchi di grano per fare il pane, i bagliori lontani della guerra, l´occhio di vetro di mio padre, le rane delle risaie, e poi via via sentimenti insospettabili». Ha il culto della lettura. Due giornali al mattino (la Repubblica e il manifesto), più Le Monde il giovedì, e il Sunday Time; di pomeriggio scorre testi teatrali o saggistica («filosofia e fisica, soprattutto»); e alla sera si butta sulla narrativa («leggo sempre un´ora, a qualsiasi ora vada a letto, anche alle cinque della mattina, anche dopo aver fatto l´amore»). un artista cui piace cucinare facendo tutto da sé. «Da papà che gestiva una mensa e da mia madre che era cuoca ho ereditato il gusto della cucina, e so far da mangiare anche in modo raffinato. Mi piace conquistare coi miei piatti, nella convinzione che in amore l´importante è nutrire. Per la cronaca, agli inizi della tv conducevo con Veronelli la trasmissione Prima colazione a Studio Sette. Il problema attuale sorge quando per sette mesi all´anno sono in giro per teatri, e dopo la recita arriva il momento decisivo del ristorante, e m´accorgo che ormai pochi altri attori s´entusiasmano per il rito della cena. Forse per paura di sentire noi anziani che parliamo di un passato sconosciuto. A tavola fa eccezione, e non ha rivali, uno come Franco Branciaroli. Indimenticabili, ai tempi del nostro Otello, le bevute, le scorpacciate e le discussioni infinite che ci hanno persino portato a complicare, a rovinare un po´ lo spettacolo che all´inizio era bellissimo». Ha innato il senso del bello. Ci tiene ai dettagli dell´arredo, del vestire, dell´esprimersi, delle messe a punto del lavoro. «Una questione sia di istinto che di scuola, il sentire a pelle la bellezza. Me l´hanno insegnato De Lullo, Visconti, Zeffirelli, Ronconi e via via i registi fino ai più recenti (vabbè, cito anche Lavia, gli voglio bene, anche se lui non mi cita mai). Resta bello ciò che contiene, che trasmette dei valori: questa per me è l´utilità del teatro, non parlo di necessità politica o etica. Io parlo da attore borghese (la definizione mi sta bene) adatto più al dramma che alla tragedia, da attore attaccato al senso della parola, una parola anche molto piena di fiato, suono e vibrazione - non so se l´ha detto Carmelo Bene ma una cosa del genere deve averla detta». Qualche volta è stato ladro di talenti altrui, Orsini, e lo ammette. «Oltre ai miei registi maestri, ho strappato qualcosa a Gianni Santuccio, ho imparato dalle improvvisazioni della Moriconi, ho spiato la comunicativa di Luca De Filippo col pubblico. Per quanto io oggi mi reputi tra quelli che ci sanno fare, con sforzo e con umiltà arrogante, sono poi il primo a dire che da giovane non avevo nessuna vocazione per il mestiere dell´attore». E rivela una coincidenza curiosa. «Stavo per diventare notaio a Novara, dove sono nato. Oggi sarei stato molto ricco, avrei avuto una famiglia e dei figli. Ma il destino volle che il notaio presso il quale facevo pratica si sottopose a un´operazione alla gola, e allora gli atti in presenza dei contraenti dovetti leggerli io. Quella clientela fu il mio primo vero pubblico. Suscitavo un´attenzione insolita. Le ragazze dello studio s´accorsero di come tutti m´ascoltassero volentieri per la bella voce, e mi consigliarono di fare l´attore. Allora scesi a Roma, feci l´Accademia, ebbi addosso gli occhi della Compagnia dei Giovani e dopo due anni debuttai nel Diario di Anna Frank. andata così. Vanità, fortuna, incontri giusti. Mettiamoci pure un qualche charme, e un talento naturale».  un grande parlatore, Umberto Orsini, e quasi non si fa fare domande, e cambia marcia da solo, e ammette il proprio narcisismo, le fissazioni, le fatalità, il bisogno di stare solo. «Un attore deve essere sterile e orfano. Lo diceva Santuccio. Io non la penso completamente così, ma è vero che il mestiere assorbe, soprattutto se non ti piace stare lì ad attendere le scritture e ti prendi invece, come faccio io, delle responsabilità, progettando ogni passo, ogni spettacolo, ogni scelta dei partner con cui lavorare. D´altronde nella vita privata non conosco né la solitudine né la malinconia. Sono un single che ha avuto storie senza mai completamente dividere una casa con le proprie donne. Solo saltuariamente mi sono ritrovato sotto lo stesso tetto, il mio. Il fatto è che di regola sono abituato a star solo. Posso vantarmi d´essere riuscito a mantenere un bel rapporto con tutte le donne che ho amato. Tranne una. Ma la capisco: non sempre è facile accettare la mia fermezza nel chiudere una relazione quando sento che il legame s´è esaurito. E comunque ho sofferto anch´io, quando sono stato lasciato. Perché l´amore è sempre importante. E non smetto mai di sentirmi attratto. E non mi sento affatto ridicolo quando mi accompagno a una donna più giovane di me». Amante dell´indipendenza, schivo nelle esternazioni, misurato anche nelle amicizie? «Temo che abbia ragione Thomas Bernhard quando fa dire: "Le persone che hanno avuto un vero significato nella nostra vita si possono contare sulle dita di una sola mano... e ad essere sinceri un solo dito basta e avanza". Oddio, io credo di essere leggermente più fortunato. Ho sette amici, e mi sembra che questo sia un gran tesoro. Arrivo a pensare a loro come miei eredi. Senta questa. Ogni tanto, prima di partire per una tournée, faccio testamento. Di recente sono andato a ricontrollarlo. Avevo destinato a chi un quadro, a chi un oggetto, a chi del denaro. Almeno cinque di questi amici erano nel frattempo scomparsi. Nessuno di loro mi aveva lasciato niente. Neanche un accendino. Non me la sono presa. Ho rifatto testamento, e ho spostato su altri quello che avevo attribuito ai defunti. Mah, spero di morire prima dei destinatari, così non vedo come va a finire». Ha preso una piega inaspettatamente scettica, il discorso, ma basta un niente, basta evocare un terreno di disputa, un campo da gioco, una forma di competizione e subito l´interlocutore Orsini, classe 1934, si fa vitale, tattico, combattivo. La pietra di paragone fra lui e il mondo si chiama "tennis". «Mi piace chi riesce a rimandarmi la palla più velocemente di come gliel´ho mandata. Cerco sempre di gareggiare con chi sa il fatto suo, così come cerco di avere accanto a me attori bravi, anche più di me (riconobbi subito la superiorità di Volontè, ai tempi dell´Accademia). Bizzarro o no, adesso con la racchetta batto tutti quelli che prima mi superavano. Miglioro io? Peggiorano gli altri? Chissà. Eppure vado sempre in cerca di chi ci sappia fare più di me. Poi magari m´incazzo, o m´inchino. Vittorio Gassman era abbastanza bravo, ma io me la cavavo di più, eppure una volta al Villaggio Tognazzi mi distrassi e lui mi vinse, e io finii per commuovermi alla vista del piacere che gli avevo dato». Però. Orsini scosso da una coincidenza umana. Allora c´è spazio per le emozioni... «Come no. Uno dei momenti più semplici e poetici che m´abbia toccato l´anima l´ho conosciuto in Urlo di Pippo Delbono, quando dopo tanti scambi di idee per contaminarci (io e lui con quel quaderno di appunti potremmo fare uno spettacolo a parte) s´è deciso che in scena avrei anche giocato a calcio con Bobò, con una palla di stracci. Ho sentito un´impressione rara. E le confesserò un´altra cosa. Ora, come prima mai era accaduto, mi emozionano i bambini. In aereo da Parigi a Verona stavo preparandomi un recital e un marmocchio di due anni, accanto a me con la madre, m´ha riempito di pappa il copione, eppure sorridevo. E quando alla fine delle repliche romane del Nipote di Wittgenstein di Bernhard è salito a sorpresa in palcoscenico il figlioletto della mia amica Valentina Sperlì portando dei fiori, mi sono messo a piangere». Per l´attore protagonista di Servo di scena, Un marito, Non si sa come, L´uomo difficile, Copenaghen, Morte di un commesso viaggiatore e svariati altri drammi, c´è adesso in ballo, da ottobre («fino ad allora porto in giro una mia personale lettura di Pascoli, e parteciperò con Elio Germano, il mio attore preferito, a un film di Francesco Paterno sulla storia di Baldini, il dj che lavora con Fiorello»), il testo Molly Sweeney dell´irlandese Brian Friel, che è diventato il suo spettacolo della stagione prodotto dall´Ert, con Valentina Sperlì e Leonardo Capuano. « la storia di una donna cieca da quarant´anni alla quale un oftalmologo restituisce la vista col risultato di farla impazzire. Il regista Andrea De Rosa ha con intelligenza immerso scena e platea in un profondo buio per metà lavoro, e finché la donna è cieca si sentiranno solo le nostre voci, in modo che anche gli spettatori siano costretti ad acuire gli altri sensi». Rifiuta qualsiasi premio alla carriera («niente celebrazioni, sono in attività»). Conosce una sola angoscia («la sala vuota. All´Eliseo di Roma, dove ho un record di trentotto spettacoli fatti, mi basta sentire il rumore del pubblico con l´interfono del camerino»). Ha avuto una sola enorme perdita («quella di Corrado Pani. Un fratello. Mi telefonava alle nove del mattino per chiedermi semplicemente come stavo. E preferiva si parlasse di calcio e di Borsa»). Non ama guidare («una perdita di tempo. Scelgo il treno, dove si può leggere o dormire. Prima prendevo la seconda classe per non sentire i cellulari»). Ha misurati pensieri spirituali («li avverto se li leggo o li sento da altri»). Ha preoccupazioni politiche («questa sinistra meritava di più, ma è il Paese che mi fa paura, più che la politica»). Ha la coscienza abbastanza a posto («non ho commesso errori davvero dannosi per me o per gli altri»). E ci tiene a fare ancora una precisazione sul tipo di vita che si è scelta: «Non sono votato alla solitudine. Dico solo che è più sopportabile, più comodo vivere da soli. Col conforto, con l´affetto, con la confidenza di altri che puoi chiamare in ogni momento».