Luca Villoresi, la Repubblica 5/8/2007, 5 agosto 2007
LUCA VILLORESI
Monteflavio (Roma)
Ci sono memorie scolpite nel marmo. E memorie che si squagliano al sole, senza lasciare tracce. Chi ricorda, per l´appunto, la storia della neve? Eppure per secoli e secoli, fino alla metà dell´Ottocento e all´avvento dei frigoriferi, la neve era stata l´unica materia prima che permetteva di avere un po´ di freddo in estate. Si trattasse di conservare carni e formaggi, di preparare un sorbetto, di fermare una febbre malarica, non c´erano alternative. E la raccolta della neve, immagazzinata sulle montagne per essere trasportata in estate in città, era un commercio strategico, spesso sottoposto al controllo diretto dello Stato.
Non sono passati nemmeno un paio di secoli. E di tutta quella storia non rimangono che pochi, labili indizi: qualche buca nascosta tra i dirupi... un pozzo dimenticato in fondo alla cantina di un convento o di un palazzo nobiliare… una Madonna declassata… un paio di evocazioni nascoste nelle pieghe della toponomastica, come questa traversa della Salaria: via della Neve. I destini delle strade, a volte, hanno strani incroci. Il sentiero che dai guadi del Tevere portava il sale ai pastori dell´Appennino, ha fatto carriera: è diventato una consolare; e ancor oggi è una statale di tutto rispetto. Pure via della Neve ha avuto i suoi secoli di gloria; ma adesso è una strada quasi deserta, declassata a scorciatoia per pendolari.
Ogni paese, ogni città ha avuto le sue vie della neve. A Palermo il ghiaccio arrivava dalle Madonie. A Napoli dal Vesuvio, a Verona dai monti Lessini... Per non dire dell´import export. A Malta la neve arrivava dall´Etna, al Cairo dal Libano, a Parigi dalla Norvegia... Mentre in America la superficie gelata dei laghi veniva tagliata in grandi blocchi e trasferita via mare sulle coste meridionali degli Stati Uniti e, ancora più giù, in Sud America. Un solido giro d´affari. A Madrid, la città dove si faceva più uso di ghiaccio (il consumo pro capite toccava i cinque chili all´anno) l´imposta sulla neve fruttava quasi quanto quelle sul vino, la carne e lo zucchero.
Anche a Roma, del resto, la «privativa sulla raccolta e la vendita» portava migliaia di scudi nelle casse della Camera apostolica. Il Vaticano proclamava i suoi diritti su tutta la neve caduta nel raggio di sessanta miglia dalla città. E la raccolta, il trasporto, la vendita del ghiaccio - una catena del freddo che garantiva alla Capitale un approvvigionamento di almeno 250 tonnellate di ghiaccio all´anno - erano sottoposti al controllo di un ministro. Le forniture arrivavano dalla Tolfa, da Spoleto, dal Terminillo, dal monte Gennaro; ma, soprattutto, dal Pellecchia.
I primi saliscendi sono tranquilli. E le automobili, che tirano spesso oltre i limiti, danno la misura del tempo trascorso da quando su questo percorso viaggiavano - velocità quattro chilometri all´ora - le lunghe carovane di barrozze, i carri a due ruote, trainati da una coppia di buoi. Ogni carico si aggirava sui 750 chili e, per limitare lo "squaglio", veniva trasferito di notte; godendo, in base a un codice stradale che dava grande importanza a un bene di consumo primario, di uno speciale diritto di precedenza.
A un certo punto un cartello avverte: attenzione, forte pendenza. E via della Neve dalla campagna romana sale all´improvviso verso Palombara Sabina, la vecchia stazione di raccolta e di smistamento del ghiaccio che scendeva dalla montagna a dorso di mulo. Siamo a un passo dalla Capitale; ma anche alle soglie di un altro mondo. Perché il Pellecchia, come altre cime dei Lucretili, appartiene a un elemento che ha poco a che vedere con le argille della pianura e i tufi dei colli distesi, là sotto, nei classici paesaggi romani. Ci avviciniamo al regno del calcare: una caratteristica geologica che, nella storia delle neviere, si accompagna spesso a una certa vocazione meteorologica e, altrettanto spesso, al carattere degli uomini. Perché, all´origine di una via della neve, ci sono luoghi dove nevica molto, dove era facile raccogliere e conservare la neve nelle cavità naturali, dove la gente si arrangiava sfruttando le scarse risorse di una montagna secca e avara.
Sopra Palombara, a ottocento metri di altezza, c´è Monteflavio, un tempo rinomato non solo per la quantità, ma per la qualità di una produzione che gli intenditori ritenevano «di gran lunga migliore» di quella di Rocca Priora. Il paesino prende il nome da Flavio Orsini, un cardinale che nel Cinquecento, per colonizzare quei suoi possedimenti dimenticati, aveva offerto a chiunque si fosse trasferito nella zona la possibilità di costruirsi una casa e di godere di alcuni privilegi, dai pascoli alla raccolta della legna. Le trentaquattro famiglie emigrate dai borghi vicini, dovendo fare i conti con le scarse risorse del luogo, avevano così presto scoperto il filone della neve, affidandosi ai venti umidi che arrivano dal mare e all´intercessione di una protettrice divina: La Madonna della neve. «Quando i rigori del freddo facevano prevedere e desiderare la neve», narrano i cronisti, «tutto il paese si riversava a chiedere che per grazia divina essa scendesse nelle larghe ali di farfalla». La chiesetta della Madonna della neve, dove si invocava il maltempo e dove i tagliatori e i trasportatori facevano una sosta prima di salire alle neviere, sorgeva all´attacco del sentiero che scala la montagna. Inutile, però, cercare una memoria squagliata dal sole. La chiesetta, sconsacrata nel 1982, è stata trasformata (sic transit gloria mundi) in un "centro polifunzionale" dalle tinte adeguate alla modernità.
Sorbi, faggi, i pini delle riforestazioni... L´erta che conduce alle buche della neve passa il bosco, i prati di elicriso, il giallo appassito delle ginestre, il profumo di timo. Sul Pellecchia ci sono sette pozzi ancora identificabili. E, non appena nevicava, quassù saliva tutta la popolazione di Monteflavio per stipare nelle buche, foderate di paglia, il raccolto della giornata. La neve veniva compressa, ricoperta di altra paglia, continuamente sorvegliata e ricolmata per evitare infiltrazioni d´aria. Trasformata in ghiaccio veniva infine tagliata in blocchi da cinquanta chili e caricata sui muli che la trasportavano al capolinea delle barrozze per essere immessa in una catena distributiva che prevedeva vari depositi intermedi, dalle conserve cilindriche semi interrate e chiuse ermeticamente alle cantine di palazzi, conventi, ospedali. Cessata la manutenzione le buche si sono interrate e ora sembrano doline qualsiasi. «Quasi tutte, tranne una a quota 1350, sono piazzate attorno ai milleduecento metri di altezza», racconta Gilberto De Angelis, autore di una vecchia guida sul territorio di Monteflavio. «Hanno una ventina di metri di diametro e, in genere, sono rivolte a nord. Nel corso del tempo si sono riempite di detriti e ormai non sono mai più fonde di due o tre metri. Tra qualche anno sarà molto difficile riconoscerle».
Inutile cercare altri ricordi. Anche il quadro che adornava la chiesetta sconsacrata, la Madonna della neve, circondata dagli angeli che «lanciavano ampie falde di candida neve», è sparita chissà dove. Magari è finita riciclata sotto un nuovo dipinto. Dal bianco al nero. Perché bisogna sopravvivere e, una volta finita la risorsa della neve, i montanari si erano riconvertiti (e convertiti) diventando carbonai e rivolgendo le loro devozioni a una nuova protettrice: la Madonna delle carbonere, anche lei, peraltro, ormai decaduta. Il calcare, alla pari dell´acqua che filtra e sgorga più a valle, sembra voler inghiottire la fatica degli uomini. Un destino antico, che ha cancellato ogni memoria degli Equi, il popolo che viveva in queste terre ai tempi della fondazione di Roma (degli «uomini che abitavano il gelido Aniene» è rimasto solo qualche masso squadrato) e disperso le tracce di altre, più recenti presenze, mimetizzate tra i boschi e le rocce di una montagna ruvida e scorbutica: qualche albero da frutto inselvatichito... lo spiazzo, appena accennato, di una carbonaia... muri a secco crollati e confusi, dalla pietra alla pietra, negli scenari dell´erosione carsica.
Il Pellecchia, come il suo gemello, il Gennaro, sono montagne bifronti: la faccia occidentale esposta al sole e agli influssi mediterranei, l´orientale alle correnti fredde del centro Europa. Il risultato è un ambiente davvero insolito, dove la macchia mediterranea si mischia a inattese presenze di alberi e arbusti di origine balcanica. Tutta la zona fa parte del Parco regionale dei Monti Lucretili. I guardia parco hanno il loro da fare per combattere contro i lacci dei bracconieri, il pascolo abusivo delle vacche che devastano campi e frutteti, i ladri di fossili. A suo tempo avrebbero dovuto vigilare anche sui clandestini che contrabbandavano il ghiaccio per venderlo sottobanco agli acquaioli.
Ma di quell´epoca (quando ogni nevicata a Roma era un doppio spettacolo, con la gente, inseguita dai gendarmi, che faceva incetta di quel genere di monopolio piovuto dal cielo) davvero non si ricorda nessuno. Il mondo delle neviere finisce con l´invenzione delle macchine frigorifere. Nella Capitale la prima fabbrica apre poco dopo la fine dello Stato della Chiesa. Il ghiaccio industriale è opaco; all´inizio viene guardato con un certo sospetto. Ma non c´è battaglia. Una macchina produce cinquecento chili di ghiaccio in un´ora. E poi i produttori, precorrendo i tempi, si fanno anche la pubblicità sui giornali: «Durissimo, purissimo». Per la neve è arrivata davvero la fine della storia.