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 2007  agosto 05 Domenica calendario

C hi si deve temere di più, la Fondazione Cariplo o la China Development Bank? Il dilemma è meno bizzarro di quel che sembra

C hi si deve temere di più, la Fondazione Cariplo o la China Development Bank? Il dilemma è meno bizzarro di quel che sembra. Le fondazioni bancarie, di cui Cariplo è il simbolo, costituiscono il residuo ancoraggio nazionale di Intesa Sanpaolo e di Unicredito. Benché abbiano sostenuto Bazoli e Profumo nell’espansione delle loro banche, con ciò ridimensionando il proprio peso specifico, queste fondazioni restano, per i liberisti duri e puri, dei centri di potere parastatale da smantellare al più presto con l’effetto di rendere le grandi banche italiane più contendibili di quanto già non siano. Ma contendibili a opera di chi? Dei giganti del credito europei o forse americani, avremmo risposto fino a ieri. Della China Development Bank o di un gruppo di sovereign funds, i fondi statali di Cina, Russia e altri Paesi autoritari ma ricchi di riserve monetarie, dovremmo aggiungere oggi. Controllata dal Tesoro, la China Development Bank partecipa, investendo 10 miliardi di euro, all’Opa ostile della Royal Bank of Scotland e dei suoi alleati sulla banca olandese Abn Amro: quella che aveva scalato l’Antonveneta nel 2005 e ora si ritrova a essere scalata. Se dopo Amsterdam, Pechino guardasse a Milano, chi darebbe più garanzie all’Italia privatizzata e privatizzatrice: i signori delle fondazioni, come Giuseppe Guzzetti e Paolo Biasi, o il compagno Chen Yuan, governatore della China Development con rango di ministro, scelto dal governo e benedetto dal Partito comunista? Intendiamoci, i fondi sovrani possono anche essere un’occasione per Eurolandia. La Cina e gli altri impiegano le riserve accumulate con le esportazioni per finanziare il principale acquirente dei loro manufatti, l’America, sottoscrivendo i titoli del suo debito pubblico. Quanto durerà? Non all’infinito, pensano. E così vorranno diversificare puntando anche su euro e sterlina. Forse non vogliono dirlo apertamente per non creare panico con effetti letali anche per i tanti dollari che resteranno nei loro portafogli. Forse per questo ricorrono ai fondi e investono in azioni una quota delle riserve destinate comunque, secondo Morgan Stanley, a quintuplicarsi in sette anni. Sicuramente ci sarà dell’altro, con i governi di mezzo. Sta di fatto che i Paesi autoritari sono in grado di intervenire nelle grandi imprese occidentali contendibili sia attraverso le proprie aziende che attraverso i fondi. The Economist suggerisce all’Europa di non alzare barricate ma di pretendere trasparenza. Ottima idea, ma un po’ furbesca, data la tenacia con la quale i fondi di private equity anglosassoni difendono la propria riservatezza. Detto questo, la trasparenza aiuterebbe l’apertura dei mercati sulla base della reciprocità: tu puoi scalare le mie imprese, se io posso scalare le tue. Ma la tendenziale simmetria delle regole è perseguibile se si dispone degli strumenti giuridici per affrontare la transizione e della forza politica e l’autonomia culturale per farli valere. E diventa proficua se si ha un sistema di imprese capace poi di coglierne i frutti. Francesi e tedeschi hanno dimostrato di «esserci», respingendo, per esempio, la richiesta di rappresentanza della Vneshtorgbank, la banca del Cremlino che aveva comprato sul mercato il 7% di Eads: hanno negato un diritto delle minoranze azionarie e hanno evitato che un colonnello del Kgb accedesse ai segreti dell’Airbus e dell’Eurofighter. Il capitalismo renano ha un’idea solida dei suoi interessi ed esprime una classe politica capace di rinnovarsi e decidere. Il Regno Unito, pure. L’Italia, invece, ha privatizzato senza un progetto, convinta che il resto sarebbe venuto da sé, e si è ritrovata Telecom sotto i due euro, le Generali scalabili, la Seconda repubblica e alcuni dibattiti sulle fondazioni e sulla Cassa depositi e prestiti, ovvero sul sesso degli angeli.