Giovanni Caprara, Corriere della Sera 5/8/2007, 5 agosto 2007
MILANO
«Phoenix ha iniziato un lungo viaggio verso Marte. La sua partenza da Cape Canaveral ci ha emozionato ma siamo preoccupati per lo sbarco, il passo più difficile della nuova missione». Peter Smith del Lunar and Planetary Laboratory dell’Università dell’Arizona guida gli scienziati che con la sonda Phoenix (Fenice), partita ieri all’alba, andranno a cercare risposte importanti al Polo Nord marziano riguardanti la possibilità della vita. Ma arrivarci rappresenta, come al solito, un’ardua sfida, dal momento che quasi la metà degli oltre trenta robot cosmici inviati da americani e russi in quasi mezzo secolo sono finiti male.
E Phoenix tenta di risorgere dal fallimento dell’ultimo sbarco di questo tipo, tentato nel 1999. Era Mars Polar Lander e doveva atterrare appoggiando il suo corpo su tre gambe che attutivano l’impatto. Aspettavamo il grande momento con gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, da dove si governa anche l’attuale spedizione.
Ma la sonda non inviò mai un messaggio d’arrivo e l’inchiesta stabilì che, probabilmente (la prova definitiva non si raccolse mai), i razzi che frenano la discesa si erano spenti prima di toccare il suolo, provocando uno schianto violento del veicolo. Dopo il disastro si decise di tornare, per attutire l’impatto, al più sicuro sistema degli air bag portato al successo dalla missione Pathfinder con il robottino Sojourner nel 1997. E nello stesso modo giunsero senza problemi nel 2003 le due rover robotizzate Spirit e Opportunity che, ancora attive, in queste settimane stanno lottando con tempeste di sabbia che paralizzano la loro attività.
Ma quando gli scienziati vogliono indagare un punto preciso allora gli air bag non funzionano perché rotolando e rimbalzando si spostano su grandi spazi. Per questo si è scelto per Phoenix di tornare alla vecchia tecnica sperimentata con successo una sola volta, nel 1976, con le sonde Viking mandate a cercare, senza successo, tracce di vita. Si posarono molleggiando su tre gambe e per anni trasmisero dati. Phoenix riprende il filo interrotto allora perché la delusione per non aver trovato «prove biologiche » fece interrompere per un decennio l’esplorazione marziana.
Ma il metodo utilizzato allora non era adeguato all’arduo compito e, infatti, la nuova sonda che sbarcherà il 25 maggio 2008 ai bordi della calotta di ghiaccio secco (anidride carbonica) che ricopre il Polo Nord si pone ora due obiettivi diversi, forse più limitati, ma altrettanto importanti per arrivare allo scopo finale. Il primo è cercare, scavando con una pala, se alla profondità di circa 90 centimetri c’è davvero il ghiaccio d’acqua segnalato dalla sonda Odissey della Nasa negli anni passati. Il secondo è vedere se nell’immediato sottosuolo esistono le condizioni possibili alla sopravvivenza di microrganismi. Per capirlo, Phoenix è dotato di un minilaboratorio automatico dove i campioni di terriccio saranno riscaldati fino a mille gradi esaminandone le esalazioni, oppure mischiati all’acqua portata dalla Terra per cogliere le eventuali reazioni.
«Il viaggio è cominciato bene – precisa Marry Goldstein, project manager della missione al centro Nasa di Pasadena ”, la traiettoria è giusta e prevediamo solo una mezza dozzina di correzioni per far giungere Phoenix nel luogo voluto». La sonda, costata 420 milioni di dollari, è quella costruita per la missione che doveva seguire Mars Polar Lander nel 2001 e che venne cancellata. Percorrerà i 68 milioni di chilometri che la separano da Marte alla velocità di 39 mila chilometri all’ora. E porterà con sé anche una «biblioteca spaziale», con testi, filmati e audio tratti dal mondo della letteratura di fantascienza e dedicati a Marte.
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«Sono perplesso davanti a missioni alla ricerca della vita su altri pianeti quando vedo la difesa della vita sulla Terra abbastanza trascurata». Vittorio Sgaramella, biologo molecolare delle Università di Pavia e di Cosenza, lancia frecce avvelenate contro i grandi investimenti in missioni spaziali.
Non ritiene utile spendere milioni di dollari per l’esplorazione interplanetaria?
«Scientificamente potrei dire di sì, ma bisogna fare i conti con la realtà: negli Usa la ricerca biomedica di base è penalizzata anche per scelte politiche, mentre si accettano escalation di spese per inviare robot su altri mondi».
Anche l’Europa è sulla stessa strada.
«Peggio. Soprattutto l’Italia dove, come sappiamo, le risorse per la ricerca scientifica non sono granché, dovrebbe considerare meglio simili obiettivi».
Investimenti in tecnologie così avanzate potrebbero portare benefici anche sulla Terra. Non condivide?
«Gli Stati Uniti spendono per Marte ma non affrontano ad esempio la terribile piaga della malaria».