Giulia Viola, La Stampa 4/8/2007, 4 agosto 2007
Kirsty apre il portafoglio, tira fuori la sua banconota da 200 mila dollari e paga un chilo di zucchero
Kirsty apre il portafoglio, tira fuori la sua banconota da 200 mila dollari e paga un chilo di zucchero. In Zimbabwe, dove l’inflazione supera il quattromilacinquecento per cento e fino a ieri si usciva di casa con pacchi e pacchi di bigliettoni per comprare il pane o fare benzina, quasi quasi è un sollievo. Da ieri è una realtà, da quando la Banca Centrale ha emesso un bigliettone del valore di 200 mila dollari locali per arginare l’inflazione più alta del mondo. Quello che fino a 15 anni fa era il granaio dell’Africa e uno dei principali produttori al mondo di pregiato tabacco, oggi è un Paese allo stremo. «Il controllo dei prezzi imposto - commenta Bio Tchane, direttore del Fondo Monetario Internazionale dipartimento Africa - rischia di aggravare la penuria e di far decollare l’inflazione del carburante. Il futuro è nero». Nonostante il governo di Harare cerchi di mascherarlo, infatti, le stime diffuse ieri dall’Fmi dicono che l’inflazione sfiora il 20 mila per cento. E le previsioni non fanno ben sperare: entro la fine dell’anno potrebbe raggiungere il 100 mila per cento. D’altronde, la media nel 2006 è stata del 1.016,7 per cento, con una crescita del 237,8 rispetto al 2005. E a poco, se non a peggiorare, è servita la banconota da 100 mila dollari sfornata l’anno scorso. La valanga nera che sta sotterrando lo Zimbabwe - un Paese potenzialmente molto ricco, per decenni esempio di crescita - si è staccata nel 1999. Anno in cui il presidente Robert Mugabe ha deciso l’esproprio delle proprietà dei bianchi, appena il 5 per cento della popolazione ma padroni del 70 per cento delle terre migliori e coltivabili. Una volta fuggiti o espulsi gli ex proprietari, nei piani del presidente - dichiaratamente marxista leninista e di fede cattolica - c’era la redistribuzione tra le masse dei diseredati. Attribuzione effettivamente avvenuta ma sanguinosa, confusa e senza che venissero concordati indennizzi. I terreni furono affidati agli amici di Mugabe e agli ex-combattenti della guerra di liberazione, generalmente inesperti di agricoltura. E le terre, un tempo ricchissime, una volta parcellizzate sono diventate improduttive. Tutta colpa, dice il presidente, dei rigurgiti neocolonialisti degli invasori bianchi e di una congiura della Gran Bretagna (l’ex potenza coloniale) che ha trascinato con sé Europa e Usa. Giustificazioni a parte, la vita del Paese è stroncata da malattie e povertà. L’età media maschile è 38 anni, quella delle donne 36 e la disoccupazione sfiora l’80 per cento. Più del 60 per cento della popolazione - poco più di 13 milioni - mangia grazie agli aiuti umanitari. Gli unici che possono entrare, dal momento che quelli di cooperazione e strutturali sono bloccati da anni a causa della politica di Mugabe: a gennaio l’Ue ha prorogato di 1 anno le sanzioni. Strutture e infrastrutture sono collassate. Le industrie (le poche ancora aperte) lavorano al 30 per cento delle potenzialità per assoluta mancanza (o costi stratosferici) di energia elettrica e benzina. La diffusione dell’Aids, al di là dei proclami ufficiali di miglioramento, è spaventosa. La sanità in pratica inesistente: negli ospedali mancano anche aspirine e siringhe e i medici pubblici scioperano da mesi per chiedere un «ritocco» salariale dell’8 mila per cento per sopravvivere. Negli ultimi giorni anche il pane è un privilegio: carissimo per la stragrande maggioranza della popolazione costa 825 dollari zimbabwani (3,3 dollari al cambio ufficiale) al pezzo. Il problema è che i panettieri non ne sfornano più. Gli scaffali dei supermercati sono vuoti: appena un mese fa Mugabe ha ordinato ai commercianti di dimezzare i prezzi della merce in vendita. Risultato: gli scomparti sono deserti e il mercato nero è sempre più ricco. Così come galoppa quello illegale della valuta: il cambio ufficiale è altissimo e muta continuamente al rialzo. La banconota da 200 mila dollari emessa ieri, ufficialmente pari a 13 dollari Usa, ne vale solo 1 al mercato nero. Kirsty è una studentessa di economia, e sa che anche l’ultimo treno è scappato: i grandi accordi promessi dai cinesi si sono volatilizzati alla fine del 2006. Almeno fino al 2010, anno delle elezioni politiche generali, il bello e il cattivo tempo dell’ex granaio lo farà la fantasia di Mugabe.