Filippo Ceccarelli, La Repubblica 4/08/2007, 4 agosto 2007
«Quanti morti per il vecchio simbolo...», sospirava avvilito al congresso di scioglimento del Pci (Rimini, febbraio 1991) il compagno Zucconelli, un omino calvo e gentile, addetto al Cerimoniale della Direzione
«Quanti morti per il vecchio simbolo...», sospirava avvilito al congresso di scioglimento del Pci (Rimini, febbraio 1991) il compagno Zucconelli, un omino calvo e gentile, addetto al Cerimoniale della Direzione. Nei corridoi delle Botteghe Oscure, dov´era primatista di permanenza (32 anni), lo chiamavano «Dall´Alfa all´Omega» perché organizzava i rinfreschi, ma anche le onoranze funebri. Personaggio chiave, come si comprende, insieme rispettato ed esorcizzato per quel suo inevitabile maneggiare catafalchi, drappi, tombe e bare: «Ohé - gli dicevano i compagni quando se lo trovavano davanti - non è che mi stai a prendere le misure?». Chissà dov´è ora, il compagno Roberto Zucconelli. Certo i partiti della diaspora comunista non l´hanno sostituito. In compenso, nel 2004, il Messaggero ha scovato un´altra singolare figura. Da anni Erminia Gianfelice tiene in ordine il sepolcro di Gramsci al cimitero acattolico della Piramide Cestia e il mausoleo comunista del Campo Verano, dove con Togliatti e la Iotti, sono sepolti Di Vittorio, Grieco, Scoccimarro, Concetto Marchesi, Alicata e diversi altri. Qui Erminia sistema le urne, toglie i fiori appassiti, raccoglie e conserva come reliquie i bigliettini, le foto, i fazzoletti rossi, le vecchie tessere di partito che i visitatori depongono sulla pietra. Si definisce scherzosamente «la tombarola rossa» e lo fa per tenera militanza o, se si preferisce, come volontaria: «I compagni lo sanno e quando possono mi danno qualche soldo per comprare i fiori o qualche piantina nuova». Questo per i ricordi e per la cronaca. Mentre per la storia, ma anche la cultura e l´antropologia della «morte rossa» la rivista di Studi Tanatologici (Bruno Mondadori) pubblica un saggio di Alessandro Casellato su «Riti di opposizione, riti di istituzione. Funerali di comunisti nell´Italia degli anni Cinquanta». Si tratta di un testo prezioso fin dalla personale esperienza che l´ha ispirato: «Tutto questo mio percorso, in fin dei conti, è partito da un´incertezza - si legge nell´ultima nota - quando è morto un mio caro amico, quasi un nonno acquisito, un vecchio comunista, ho dovuto inventarmi un funerale, non essendoci più un partito in grado di gestirlo; mi accorsi allora che mancavano un rituale e un luogo dove celebrarlo, e che facevo anche fatica a trovare delle parole per raccontare in pubblico la sua vita, le ragioni delle sue scelte e i motivi per cui, a lui e alla sua storia, nonostante tutto volevo bene». Ecco. Si accetta meglio, l´odierna incertezza, attraverso i miti e i simboli del passato. Nulla più dei rituali getta un fascio di luce sul nucleo duro e indicibile entro cui è stato a lungo custodito il senso del sacro nella Chiesa comunista italiana. Erano davvero tempi duri. Tanto per cominciare, nell´Italia spaccata dalla guerra fredda non era affatto chiaro a chi - famiglia, partito o Chiesa - appartenesse la titolarità, per così dire, della salma. Non di rado, per via della scomunica, i parroci rifiutavano di ospitare in chiesa le esequie dei «senza Dio». A Cerignola le suore richiamarono addirittura indietro le orfanelle impegnate nel tradizionale accompagnamento al feretro. D´altra parte i prefetti stavano ben attenti a che i funerali, vissuti anche come manifestazioni di forza, non generassero problemi di ordine pubblico. Vero è che fin da allora la contesa si risolveva con una specie di compromesso: la bara entrava in Chiesa e le bandiere rosse attendevano fuori. Ma diversi compagni scartavano in vita tale soluzione: «Muoio nella fede comunista...», scrivevano. Erano veri e propri testamenti, d´intenso valore, quasi un genere letterario. Così come le cerimonie che il Pci si trovò ad allestire nelle zone rosse per accompagnare i suoi morti al camposanto erano al tempo stesso simili, speculari e alternative a quelle della Chiesa. Lo storico Casellato le ricostruisce con dovizia di particolari. Il panno rosso sulla cassa, e dentro la bara la tessera e una copia dell´Unità. Partiva il corteo, con la banda, e sostava davanti alla Casa del popolo. Si distribuivano i «santini» con la foto del defunto e la falce e martello. Quindi arrivava il momento dell´orazione, il racconto edificante delle virtù del compagno, la cui opera continuava «in eterno». La sua esistenza era così tramandata come destino. Di fronte al morto, i superstiti rinnovavano il patto stringendosi nel dolore, ma recuperavano anche un ordine e confermavano una identità. A parte le donne senza veli sul capo, tutto assumeva un senso religioso, escatologico. Questa dimensione ultima si riverberava anche nella forza. Dopo la strage di Modena, nel 1950, gli estremi onori resi ai sei manifestanti uccisi dalla Polizia chiamarono in città, oltre a Togliatti e all´intera nomenklatura, 300 mila persone in silenzio solenne e furono ripresi dalle telecamere per un filmato poi distribuito nelle federazioni di tutta Italia. Rituali anche più complessi e densi di messaggi, «tra pietà e potere», si configuravano i funerali dei dirigenti nazionali. Nel caso di Ruggero Grieco, scomparso nel 1955, il protocollo fu stabilito in modo quasi ossessivo fin dalla camera ardente. Lacrime, ma anche elenchi e schedari a governare le esequie. Picchetti d´onore decisi per categorie omogenee, turni disciplinati al millimetro, orari inflessibili; quindi un articolatissimo dispiego di cuscini, corone, mazzi di fiori, bandiere rosse, tricolori, targhe recate dalle varie associazioni collaterali. Nel corteo, aperto da un carro tirato da due cavalli (poi sostituiti da un furgone), i parenti anche stretti vennero compresi entro la «famiglia allargata» del Pci. L´ordine di prossimità alla bara fu così rigidamente prestabilito da suscitare una pungente notazione di Pietro Secchia: «C´è chi ha preteso di avere la precedenza in base ai diritti del grado e della scala gerarchica. Inevitabili confusioni di questi momenti - si legge nei diari usciti postumi - piccinerie e meschinità degni di una confraternita di gesuiti». Raffigurati in un celebre quadro di Renato Guttuso, i funerali di Togliatti, celebrati nel 1964, furono probabilmente la più grande manifestazione del genere nella storia d´Italia. Ma il saggio di Casellato ricorda soprattutto la spinosissima questione che si pose riguardo alla sepoltura del Migliore. L´idea era infatti quella di accoglierlo accanto alle ceneri di Gramsci, al cimitero inglese della Piramide. Ma l´ambasciatore americano, che ne era a tutti gli effetti il responsabile amministrativo, si rifiutò strenuamente. Invano intervennero Moro, Saragat, nonché i diplomatici russi, bulgari, rumeni e iugoslavi. Non ci fu nulla da fare e Togliatti finì all´ombra dei radi cipressi del Verano. Affidato, fino a ieri l´altro, alla professionale dedizione del compagno Zucconelli; e ora anche alle premurose cure di Erminia, l´ultima vestale della ex religione rossa.