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 2007  agosto 04 Sabato calendario

Nel ricostruire la storia si incontra una grave difficoltà: spesso mancano elementi per decidere sui punti oscuri, e non c´è speranza di fare come lo scienziato sperimentatore, il quale, quando ha un dubbio su un esperimento, può ripeterlo quante volte vuole, e se ottiene lo stesso risultato può sentirsi tranquillo di non essere caduto in qualche errore

Nel ricostruire la storia si incontra una grave difficoltà: spesso mancano elementi per decidere sui punti oscuri, e non c´è speranza di fare come lo scienziato sperimentatore, il quale, quando ha un dubbio su un esperimento, può ripeterlo quante volte vuole, e se ottiene lo stesso risultato può sentirsi tranquillo di non essere caduto in qualche errore. Ma non possiamo ripetere la storia, e non esiste (almeno per ora) una macchina del tempo che ci porti indietro e ci permetta di osservare quello che è effettivamente successo, e poi ci riporti al tempo di partenza, per poter raccontare ciò che abbiamo visto. Se non possiamo viaggiare di persona nel tempo, abbiamo un´altra possibilità di ricostruire la storia: sta nell´indagare le conoscenze acquisite da altre discipline sullo stesso periodo, luogo e personaggi, che abbiano qualche relazione con i fatti che ci interessano. La genetica può dire parecchio sul nostro passato, e in aggiunta possiamo ricavarne informazioni sul tempo in cui si sono verificati certi avvenimenti, per esempio la separazione fra due popolazioni o due specie. Ma anche l´archeologia può essere di aiuto. Estendendo lo studio della storia a più di una disciplina lo si facilita, e si è inevitabilmente condotti a concludere, come avremo occasione di mostrare, che un approccio multidisciplinare permette di realizzare una sorta di "ripetizione della storia". un po´ come se si ripetesse l´esperimento, come fa lo sperimentatore per convincersi di avere ottenuto il risultato giusto, perché uno stesso periodo viene considerato da più punti di vista indipendenti. Si giunge così anche allo scopo di ottenere maggiore credibilità nelle proprie conclusioni. La paleontologia ha ricostruito negli ultimi centocinquant´anni la storia delle nostre origini a partire dalla separazione degli esseri umani dalla specie animale più vicina, lo scimpanzé, che attualmente si pensa sia avvenuta in Africa centrale, nel Ciad odierno, circa cinque-sei milioni di anni fa. Il primo passo fondamentale è stato il passaggio dalla camminata a quattro zampe alla stazione eretta, che ha aumentato la velocità nella corsa e ha liberato gli arti anteriori, permettendo di usare le mani per attività creative, quali l´impiego di strumenti. Dall´inizio della separazione vi è stato un aumento più o meno graduale delle dimensioni del cervello. A questo si devono probabilmente le due grandi qualità che ci distinguono dalle altre scimmie: la maggiore inventività e lo sviluppo di una comunicazione sempre più ricca, attraverso il linguaggio. Nella nostra specie, il cervello è quadruplicato di dimensione negli ultimi cinque milioni di anni. Anche i Primati odierni hanno un cervello di dimensioni superiori a quelle dell´antenato comune a loro e a noi, ma la differenza non è così marcata. Il lungo e lento cambiamento che ci contraddistingue è stato quindi limitato al genere umano. Nella nostra specie, detta Homo sapiens, l´aumento di volume del cervello, o almeno del cranio, si è arrestato fra i trecentomila e i cinquecentomila anni fa, mentre è proseguito in modo lieve fra i nostri cugini più prossimi: i Neandertal. Li troviamo diffusi in Europa e nelle parti d´Asia più prossime all´incirca fra i 350.000 e i 30.000 anni fa, dopo di che scomparvero quasi all´improvviso. Per parecchio tempo gli archeologi li hanno visti come gli antenati diretti degli europei, semplicemente perché vivevano negli stessi luoghi che abitiamo oggi, poi un´analisi più accurata, condotta in parallelo da archeologi e genetisti, ha rivelato che gli antenati degli europei vivevano fuori del continente e che vi giunsero poco prima della scomparsa dei Neandertal. Chiamiamo questi nostri diretti antenati, e noi stessi, uomini anatomicamente moderni (o semplicemente moderni), in quanto siamo indistinguibili sul piano scheletrico. I reperti archeologici mostrano che i primi uomini di questo tipo sono comparsi in Africa orientale intorno ai 150.000 anni fa. Nella classificazione scientifica, che discende dalla tassonomia proposta da Linneo alla fine del Settecento, il nostro nome è: Homo (genere) sapiens (specie) sapiens (sottospecie). I nostri cugini neandertaliani sono invece designati come Homo sapiens neanderthalensis. Molti oggi omettono la parola sapiens, cioè considerano Neandertal una specie diversa. Riprendendo dall´inizio la storia del genere Homo, il suo primo rappresentante (specie detta habilis) compare, sempre in Africa orientale, intorno ai 2,7 milioni di anni fa: ha già un cervello almeno doppio di quello degli altri Primati e ha avuto molto tempo a disposizione per usare le mani. Forse i primi attrezzi che ha elaborato sono di legno e non si sono conservati, ma in quest´epoca si ha la prova sicura dell´impiego di strumenti, perché si trovano le prime pietre sbozzate, usate forse per aprire le ossa degli animali uccisi o trovati morti ed estrarne il midollo, già allora molto appetito. In tappe posteriori dell´evoluzione, i nostri antenati diretti, che oggi alcuni chiamano Homo erectus, altri ergaster, fabbricano strumenti litici più raffinati e differenziati. Intorno a 1,7 milioni di anni fa ha inizio un´espansione demografica, seguita da un´espansione geografica, come è inevitabile che accada quando si cresce troppo di numero e si superano i limiti di saturazione locali. L´espansione demografica e quella geografica procedono fino ad occupare il Vecchio Mondo (Africa, Europa, Asia), arrestandosi solo agli oceani. Con ogni probabilità la conquista del fuoco era già avvenuta (il primo reperto archeologico è di 1,6 milioni di anni fa) e aveva contribuito a occupare regioni più fredde, a migliorare la qualità e l´igiene dell´alimentazione con la cottura del cibo, ad assicurare la protezione dalle fiere di notte e a produrre strumenti migliori. La seconda grande espansione ha inizio molto più tardi. di nuovo in scena l´Africa orientale, ma questa volta il protagonista è Homo sapiens sapiens, uno fra i più tipi umani che si sono andati sviluppando nel continente. Questa piccola popolazione si espande all´Africa negli ultimi centomila anni, e fra i 60.000 e i 50.000 anni fa comincia a diffondersi nel resto del mondo. In parte si muove verso est, lungo la costa meridionale dell´Asia, giungendo fino in Nuova Guinea e Australia almeno 40.000 anni fa. Procedendo in un´altra direzione, verso nord, forse per la valle del Nilo o lungo la costa del mar Rosso, arriva in Medio Oriente (ove già l´uomo moderno si era spinto, per un breve periodo, verso i 100.000 anni fa, per poi ritirarsi all´inizio dell´ultima glaciazione, circa 80.000 anni fa) e penetra fin nel cuore dell´Asia. Dall´Asia centrale si spinge sia verso ovest, raggiungendo l´Europa già 46.000 anni fa, sia verso est. Lo si trova in Siberia 30.000 anni fa. Di qui entra in Alaska, almeno 15.000 anni fa se non prima, e già 11.000 anni fa raggiunge l´estremo sud dell´America meridionale, procedendo lungo la costa pacifica. Fin qui il racconto dell´archeologia, ma la genetica produce una genealogia ancor più precisa attraverso lo studio di molti geni, compresi quelli di due cromosomi speciali, il DNA mitocondriale e il cromosoma Y, che ci permettono di ricostruire rispettivamente l´albero genealogico femminile e maschile. Le numerose date prodotte dalla genetica si accordano bene con quelle archeologiche, ma hanno una genesi distinta: nascono dal conteggio delle mutazioni che separano individui diversi e dalla conoscenza della velocità con cui le mutazioni si producono (detta frequenza di mutazione). Sorge naturalmente la domanda: perché questa grande espansione dell´uomo moderno? Un´espansione geografica è di solito dettata da una crescita demografica locale, che costringe a distribuirsi su un terreno più vasto. Le forze che hanno promosso l´incremento demografico e hanno cambiato la nostra sorte sono due, entrambe di natura culturale. Forse la più importante è lo sviluppo del linguaggio, che ha certamente avuto inizio in un lontano passato, ma può avere raggiunto il livello attuale poco prima di centomila anni fa. Il linguaggio permette di scambiarsi informazioni su qualunque argomento ed è quindi di grande aiuto allo sviluppo della società, anche se è accompagnato da una quasi inevitabile ambiguità, che talora ci tradisce. L´altra forza, forse di origine ancora più antica, è quella dell´inventività e della curiosità che hanno caratterizzato lo sviluppo di invenzioni e scoperte umane per alcuni milioni di anni. Non è necessario che siamo tutti inventori, ma basta che ve ne siano alcuni nella popolazione, anche se in piccola percentuale, perché la capacità di imitazione, e ancor più la comunicazione attraverso il linguaggio, possano generalizzare le invenzioni compiute da uno solo. La produzione di nuove invenzioni è poi aumentata con l´aumento del numero degli inventori, legato all´accrescimento della popolazione dell´uomo moderno, resa possibile prima dalla sua espansione a tutto il mondo, poi da ulteriori invenzioni, come la coltivazione di piante e l´allevamento di animali. Queste sono comparse intorno a diecimila anni fa per sovvenire all´incremento eccessivo della popolazione rispetto alle risorse disponibili in natura, e hanno a loro volta permesso una nuova fortissima crescita demografica. Nate in regioni a clima temperato, particolarmente favorevoli, si sono successivamente diffuse intorno ai punti di origine. Oggi, nell´era di internet, la velocità di comunicazione è aumentata a dismisura: siamo entrati in una nuova epoca, sul cui sviluppo è difficile fare previsioni. (6 – continua)