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 2007  agosto 04 Sabato calendario

Nel corso di una trasmissione su Radio radicale si è parlato della possibile instaurazione a Gaza, e in futuro anche in Cisgiordania, di un regime fondamentalista islamico

Nel corso di una trasmissione su Radio radicale si è parlato della possibile instaurazione a Gaza, e in futuro anche in Cisgiordania, di un regime fondamentalista islamico. Le chiedo quanto ritenga remota questa possibilità. Alla radio un esperto del Medio Oriente paventava l’azione degli emuli del Gran Mufti di Gerusalemme che, proprio a Gaza, nel 1948 creò un governo palestinese rivendicante il potere su tutta quanta la Terrasanta. Ma chi era questo sinistro personaggio, precursore degli integralisti attuali? Mario Giuseppe Anzani mario64@tin.it Caro Anzani, il «sinistro personaggio» di cui è stato evocato il ricordo a Radio radicale è probabilmente Haji Amin al Husayni, forse il più importante e avventuroso dei leader palestinesi nel periodo fra l’instaurazione del mandato britannico nel 1920 e la prima guerra arabo-israeliana del 1948. Ebbe una carica religiosa (Gran Mufti di Gerusalemme) e usò la religione per mobilitare l’interesse del mondo musulmano per la causa palestinese. Ma non fu «fondamentalista » nel senso che la parola ha assunto in questi ultimi anni. Nella sua grande storia del conflitto arabo-sionista dal 1881 al 2001 («Vittime», Rizzoli 2001), lo storico israeliano Benny Morris ricorda che era nato a Gerusalemme nel 1895 e apparteneva al clan degli Husayni, il più importante e influente, con quello dei Nashashibi, nella società palestinese dell’epoca. Studiò al Cairo nella più autorevole università islamica del mondo (Al Azhar), divenne ufficiale dell’esercito ottomano e prese parte alle operazioni della Grande guerra nelle file dell’esercito turco. Ma nel 1917 disertò e raggiunse le formazioni irregolari dello sceriffo della Mecca per partecipare, con gli amici e alleati di Lawrence d’Arabia alla «rivolta nel deserto». Fra il 1917 e il 1918, quindi, fu filobritannico e addirittura, secondo alcuni, un informatore dell’Intelligence Service, «infiltrato tra i seguaci dello sceriffo». Ma quando ritornò in Palestina, alla fine della guerra, divenne subito uno dei maggiori esponenti delle agitazioni palestinesi che scoppiarono in quel periodo contro gli insediamenti ebraici. Fu arrestato, processato, condannato a dieci anni di reclusione. Ma di lì a poco, nel maggio 1921, riemerse come Gran Mufti di Gerusalemme, e più tardi, nel 1936, come presidente dell’Alto Comitato Arabo, vale dire dell’organizzazione che assunse la rappresentanza politica della società palestinese ed ebbe una parte direttiva in tutte le rivolte anti-ebraiche degli anni Trenta. L’amministrazione britannica tenne nei suoi confronti un atteggiamento ambiguo e oscillante. Lo usò nei periodi in cui voleva dare qualche soddisfazione alla maggioranza palestinese e cercò di tenerlo a freno ogniqualvolta le agitazioni arabe mettevano a rischio la governabilità del Protettorato. Nulla di nuovo. Fu questo, generalmente lo stile realistico e spesso cinico delle amministrazioni coloniali britanniche, sempre inclini a spostare il loro appoggio da un campo all’altro per meglio impedire la nascita di una organizzazione troppo potente. Il Gran Mufti, tuttavia, si dimostrò ben presto incontrollabile. Se gli inglesi erano pronti a servirsi del suo prestigio, Amin al Husayni, dal canto suo, era pronto a usare chiunque potesse giovare alla causa arabo-palestinese. Strinse rapporti con il consolato tedesco a Gerusalemme, accettò probabilmente denaro dai servizi italiani. E quando, finalmente, gli inglesi decisero di sbarazzarsi di lui esiliandolo alle Seychelles, fuggì da Gerusalemme travestito da beduino e si imbarcò per il Libano. Dopo lo scoppio della guerra si trasferì a Baghdad e sostenne la piccola rivoluzione di palazzo che portò al potere nel 1941 la fazione filo- tedesca e filo-italiana della politica irachena. E quando gli inglesi ripresero in mano il controllo della situazione, riparò in Turchia dove l’ambasciata d’Italia gli dette un passaporto e gli permise di arrivare a Roma. Poche settimane dopo era a Berlino, nell’ufficio di Hitler, pronto a stringere con il Fuehrer un patto di amicizia e collaborazione. Esiste una fotografia, scattata qualche mese dopo, in cui il Gran Mufti passa in rassegna un reggimento SS composto da reclute della Bosnia musulmana che portavano, come nei reggimenti bosniaci dell’esercito austro- ungarico, un fez rosso. Ed esiste l’interessante libro di Stefano Fabei («Una vita per la Palestina», Mursia 2003) in cui i suoi rapporti con l’Asse sono attentamente descritti e studiati. Intelligente, abile e spregiudicato, sopravvisse alla sconfitta del Terzo Reich e riapparve in Palestina dopo la fine della guerra con il sostegno di alcuni dei maggiori Paesi della Lega Araba. Era ancora il Gran Mufti di Gerusalemme, ma soprattutto un leader politico-militare, pronto ad assumere la supervisione delle unità combattenti palestinesi nella guerra civile che precedette lo scoppio del conflitto arabo-israeliano durante la primavera del 1948. Benny Morris ricorda che nel settembre 1948 si costituì a Gaza, per sua iniziativa, un governo palestinese e che Husayni fu eletto presidente di un’assemblea costituente chiamata "Consiglio nazionale". Ma né la Giordania né l’Egitto desideravano in quel momento la nascita di un vero Stato palestinese. Il governo di Gaza non ebbe alcun potere e Husayni dovette trasferirsi al Cairo dove godette di una dignitosa ospitalità. Morì a Beirut nel 1974 portando con sé nella tomba il ricordo dei suoi intrighi e delle sue avventure. Se mai esisterà uno Stato palestinese, Amin al Husayni figurerà probabilmente nella galleria dei precursori.