Federico Fubini, Corriere della Sera 4/8/2007, 4 agosto 2007
MILANO
Quale sia lo spauracchio dei mercati in questo agosto in bilico, si è capito ieri quando Standard & Poor’s si è mossa su Bear Stearns. L’agenzia di rating ha fatto sapere che entro due anni potrebbe declassare il giudizio sulla solidità dell’istituto. stato come se stesse suonando un allarme antiaereo: in pochi minuti la corsa degli operatori a mettersi al riparo ha affondato del 7,85% i titoli dell’icona dell’aristocrazia finanziaria di Wall Street.
Su Bear Stearns pesa l’azzeramento di due suoi fondi immobiliari e il blocco di un terzo. Ieri la banca, sopravvissuta anche al grande crash del ’29, ha subito puntualizzato il suo «disaccordo» con Standard & Poor’s e ha ridotto le perdite a 4,3%. Ma il riflesso di panico che l’ha investita ha comunque tradito il vero timore di Wall Street. Perché le scosse sono sopportabili quando a chiudere sono fondi di scommettitori pronti a indebitarsi pur di comprare titoli basati sui mutui più a rischio (i cosiddetti «subprime»). Ma qualora fallisse una banca, l’incendio potrebbe finire fuori controllo.
I mercati finanziari temono un incidente di sistema in America che crei un effetto domino di paralisi della liquidità. Lo temono nel paese nel quale, fino a poco fa, le banche offrivano prestiti sul 100% nel prezzo di una casa, senza esigere alcuna prova sui redditi o l’attività del debitore. Per loro del resto la catena della responsabilità era sospesa: riuscivano a incassare le commissioni e rivendere subito i crediti (a prezzi convenienti, con nuove commissioni) sotto forma di titoli speculativi. Ora le insolvenze delle famiglie si moltiplicano e l’improvvisa prudenza dei grandi istituti taglia le riserve d’ossigeno agli intermediari: ieri American Home Mortgage Investment, una finanziaria quotata che gestiva mutui considerati peraltro affidabili, ha chiuso e licenziato 7 mila dipendenti. forse il segno che la crisi si propaga oltre i «subprime», inizia a affondare migliaia di agenti e minaccia di provocare una recessione: ieri un leggero aumento della disoccupazione al 4,6% ha spinto molti a prevedere che la Federal Reserve di Ben Bernanke inizi a tagliare i tassi d’interesse già in settembre o in ottobre.
Sarebbe una scelta opposta rispetto a quella della Banca centrale europea, pronta a alzare i tassi al 4,25% subito dopo la pausa estiva. L’Eurotower lo ha volutamente annunciato da giorni, per togliere dai mercati almeno l’incertezza sulle sue intenzioni: l’euro ne risulta sospinto al rialzo attorno a 1,38 dollari, a un soffio dal record. Ma il quadro in Europa non è molto più sereno che negli Usa, perché anche i grandi gruppi finanziari da questa parte dell’Atlantico si sono caricati negli ultimi anni di carta speculativa garantita dai «subprime». La realtà delle esposizioni emerge con il diffondersi delle insolvenze: con una mossa quasi senza precedenti, ieri il colosso francese delle assicurazioni Axa ha chiuso due propri fondi «subprime » dopo le prime perdite. Ma il solo paese europeo nel quale si stia diffondendo una vera psicosi da mutui Usa è la Germania, dove spuntano ovunque: la banca pubblica IKB ne ha per 17 miliardi e sulle sue operazioni è partita un’indagine della magistratura, Commerzbank ieri è ha perso fino al 6% mentre persino la Banca dei farmacisti e dei dottori tedeschi si è trovata esposta come un «hedge fund» del Connecticut. Cattive notizie in numero sufficiente da spingere il Dax di Francoforte in rosso dell’1,3%, Milano dello 0,84%, il Cac40 di Parigi dell’1,48% e il Dow Jones del 2,11%.