Stefano Montefiori, Corriere della Sera 4/8/2007, 4 agosto 2007
PARIGI
«Molti vogliono vendere armi a Tripoli: gli italiani, i russi, i britannici... Se non siamo noi, lo faranno gli altri », si spazientisce finalmente il ministro della Difesa, Hervé Morin. Quindi le armi alla Libia sono state vendute. Quindi aveva ragione il figlio di Gheddafi, Saif, nell’intervista di due giorni fa a Le Monde subito smentita da Parigi. L’Eliseo si è ostinato a lungo a dichiarare che le infermiere bulgare sono state liberate senza alcuna contropartita, ma pochi giorni dopo si scopre che la Francia ha promesso a Tripoli un reattore nucleare (per uso civile), missili anti-carro Milan («Nibbio » in francese) per un valore di 168 milioni di euro, e un sistema Tetra di comunicazione radio del costo di 128 milioni.
Il capo dell’opposizione François Hollande ieri ha chiesto solennemente un’inchiesta, il presidente Sarkozy già in vacanza nel New England si è detto «favorevole». Sarà stato anche merito «del lavoro e del talento» di Cécilia, ma sulle circostanze che hanno permesso il trionfale rientro a Sofia delle infermiere ora indagherà una commissione parlamentare.
Il primo capolavoro mediatico della nuova diplomazia di Sarkozy rischia di rivelarsi un disastro dal punto di vista della comunicazione. Più ancora della vendita di armi alla Libia, che è pur sempre una dittatura e che solo nel 2004 ha lasciato la lista degli «Stati canaglia », fa polemica l’impaccio con il quale il governo si è fatto continuamente sorpassare dalle rivelazioni in provenienza da Tripoli.
Il giorno stesso della liberazione, il 24 luglio, fonti governative libiche hanno parlato di un pagamento di oltre 400 milioni di dollari e di collaborazione con la Francia nel nucleare. L’Eliseo ha negato, ma l’indomani a Tripoli il ministro degli Esteri Bernard Kouchner ha firmato con l’omologo libico Abdelrahman Chalgham un memorandum d’intesa per la fornitura di una centrale atomica destinata a desalinizzare l’acqua di mare, suscitando le vive proteste della Germania.
Martedì scorso Kouchner è andato in Parlamento a ribadire che le infermiere erano state liberate senza contropartita, e il giorno dopo il figlio di Gheddafi ha spiegato nei dettagli la compravendita dei missili. Nuova smentita del Quai d’Orsay, ma giovedì è il governo libico a confermare, e ieri persino l’Eads che costruisce i Milan tramite la controllata Mbda (al 25% dell’italiana Finmeccanica). Hollande, che all’inizio della vicenda sembrava travolto dal successo di Sarkozy, riprende coraggio e attacca Kouchner: «Ci spieghi perché è la Libia a darci notizie, mentre il governo tace». Lui replica «buffonate» ma è in difficoltà. I socialisti ne approfittano, la vendetta contro l’ex compagno che è passato dalla parte di Sarkozy può cominciare: «Kouchner non sa nulla perché Sarkozy non gli lascia alcun ruolo», sibila Hollande.
Il premier Fillon in un comunicato si è detto sicuro che la commissione d’inchiesta «permetterà di illustrare l’assenza di ambiguità del governo francese ». Dopo giorni confusi, la linea ufficiale è che reattore, missili e forse sistema radio saranno sì forniti alla Libia, ma come esito di lunghi negoziati cominciati molti mesi fa. La concomitante liberazione delle donne e del medico sarebbe quindi, grosso modo, una coincidenza.
I radiosi giorni dell’atterraggio all’aeroporto di Sofia sembrano lontani pure in Bulgaria, dove le infermiere cominciano a lamentarsi per gli ossessivi controlli ai quali sono sottoposte dalle autorità: «ospiti» di una residenza alle porte di Sofia messa a disposizione dal governo per favorire la riabilitazione medica e il recupero psicologico, le donne non possono uscire senza avvertire i custodi, e denunciano di ricevere frequenti visite di funzionari che ricordano loro di non pretendere risarcimenti per gli otto anni e mezzo di torture. «Nel carcere libico sono state costrette a firmare documenti, completamente illegali, nei quali accantonano qualsiasi pretesa futura – spiega uno degli avvocati, Emmanuel Altit ”. E le autorità bulgare ripetono loro che ormai non possono più pretendere nulla». Alcune infermiere stanno pensando di chiedere asilo politico in Francia. Ma stavolta l’Eliseo conferma: «La rinuncia a ricorrere alla giustizia, una volta in Europa, faceva parte dell’accordo».
Stefano Montefiori