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 2007  agosto 04 Sabato calendario

MILANO

Con la fusione Unicredit- Capitalia ormai avviata, i conti da record appena presentati al mercato, quelli che hanno maliziosamente paragonato Alessandro Profumo al banchiere dei banchieri, Enrico Cuccia, troveranno certamente nuovi argomenti. Ma lui sgombra subito il campo. A modo suo. «Io più potente di Cuccia? Francamente...».
Eppure qualcuno il paragone l’ha fatto...
«Non scherziamo neppure. Tra l’Unicredito e la Mediobanca di Cuccia c’è un modello di attività completamente diverso. Noi non siamo e non saremo mai lo snodo azionario di nessuna azienda in Italia. L’istituto di Piazzetta Cuccia ha svolto storicamente un ruolo di vero e proprio perno per il capitalismo italiano, dalla Fiat alla Pirelli. Chi tenta questo paragone mi dica dove siamo presenti noi, in quali società.
Al fianco di quali imprenditori. Noi facciamo solo i banchieri. Da questo punto di vista il mercato è cambiato molto in questi anni».
Non dirà mica che un gigante come UniCredit-Capitalia non esercita un potere?
«Sarebbe ridicolo negarlo. E’ chiaro che la nostra azienda esercita un potere, ma con modalità di mercato. Sul quale ci misuriamo ogni giorno. Essere indipendenti dalla politica non vuol dire non rispettarla. Faccio un mestiere diverso. Ecco, in questo vedo un elemento comune con Mediobanca, l’indipendenza dalla politica ».
Eppure lei ha votato alle primarie per Prodi...
«Quando sono andato a votare mi sono sentito poco rispettato. Credo che sia giusto avere le mie idee. Diversa è l’azienda, a chi lavora con me non ha mai chiesto per chi vota. E tantomeno alle aziende alle quali presto denaro. Ma il fatto che le persone abbiano una passione civile mi pare una cosa molto seria. Forse è arrivato il momento di diventare un po’ più laici ».
Il 14 ottobre voterà per le primarie del Partito democratico?
«Penso proprio di no. Adesso per votare bisogna iscriversi a un partito e penso che io, per il ruolo che ho, non possa farlo ».
Prodi ieri ha superato un altro ostacolo sulla via del pacchetto welfare, che giudizio si può dare dell’azione di governo?
«Mi pare che in questa fase il clima sia migliorato. Anche se sulle pensioni c’è stato un focus tutto concentrato sulla questione scalone e scalini mentre invece il cuore del problema sono i coefficienti di trasformazione. Quello è il punto decisivo per mettere al riparo i conti pubblici. Forse si poteva essere più coraggiosi anche se mi rendo conto che parlare lontano dai tavoli delle trattative è sempre molto facile. Credo che il vero tema politico sia ora il referendum elettorale. Per questo sono andato a firmare nel giorno dell’apertura della raccolta, non quando sono state raggiunte le 500 mila firme».
Il referendum, un’altra dimostrazione della distanza tra la «casta» della politica e quello che una volta si chiamava Paese reale...
«Guardi che di caste in Italia ce ne sono più d’una. E’ giusto che i politici siano dei vigilati speciali dall’opinione pubblica. Ma io non credo che il resto del Paese possa additare soltanto loro: c’è una casta degli imprenditori che in qualche caso si tutelano a vicenda, una casta dei manager che talvolta si mettono al riparo dai cattivi risultati raggiunti. Il fatto è che l’Italia è ancora un sistema chiuso, troppo protetto. Dove vige spesso la cooptazione collusiva. E’ qui che si annida ogni tipo di corporazione. Serve un sistema più aperto che consenta di premiare il merito. Solo questo è l’antidoto per scardinare il sistema delle caste».
Compresa quelle dei banchieri, un po’ troppo al riparo dalla concorrenza...
«Sfaterei questo luogo comune. La concorrenza tra le banche in Italia esiste. La prova? Per un servizio bancario si possono pagare da 5 a 250 euro. Se i conti correnti talvolta costano di più è anche per effetto dell’uso del contante molto più alto di qualsiasi altro Paese. Sugli altri servizi il nostro Paese non teme confronti. In Inghilterra o in Germania le banche sono più care».
Sarà, ma la fusione tra Unicredit e Capitalia e Intesa San Paolo dall’altra fanno temere il rischio di un duopolio. Due giganti persino troppo grandi per il nostro Paese?
«Siamo due grandi banche, certamente. Ma insieme abbiamo il 32% del mercato, che resta molto frammentato. Al contrario di quello che si pensa tra tutti gli istituti di credito c’è una competizione molto forte».
Eppure non sfugge a nessuno che si possano ricreare nuovi blocchi nella finanza italiana?
«Mi faccia un esempio».
Voi e le Generali
«Mai avuto rapporti assicurativi. Siamo stati loro advisor nell’acquisizione nella Repubblica Ceca e loro sono nostri clienti. Non entriamo nella gestione del gruppo. Le cose che fanno le apprendo dai giornali, come la cessione di Nuova Tirrena».
Non dovrà leggere i giornali anche per sapere che cosa fa Mediobanca, di cui dopo la fusione con Capitalia siete i primi azionisti?
«Abbiamo dato un mandato a Mediobanca per cedere la quota eccedente. Se non avremo venduto la partecipazione, dopo quindici giorni dalla fusione (che avverrà il 30 settembre, ndr) autocongeleremo il nostro diritto di voto al 9,39%. L’ho detto e lo ripeto. Mi sono anche un po’ stancato».
I tempi della cessione?
«Molto brevi. Dobbiamo realizzare la plusvalenza sulla partecipazione per mantenere i ratios. Più chiaro di così. Con Mediobanca siamo concorrenti nell’area dell’investment banking. Noi siamo più europei, loro più domestici anche se ora stanno crescendo all’estero. Siamo animali completamente diversi. Ma ora noi siamo concentrati sulla fusione».
A che punto è?
«Dal primo ottobre Unicredito e Capitalia dovranno funzionare come una sola banca. Nel 2008 realizzeremo già il 27% delle sinergie previste dal piano, l’anno successivo l’operazione consentirà ai nostri soci un aumento degli utili per azione. Direi che siamo stati abbastanza veloci. Alla fine i due gruppi hanno modelli simili, di holding. Questo ha reso tutto più veloce. Dal controllo dei rischi all’audit, gli 80 cantieri dell’integrazione stanno andando avanti. In primavera sarà pronto il nuovo piano industriale e proprio oggi abbiamo raggiunto l’accordo con i sindacati».
Con 90 miliardi di capitalizzazione Unicredit-Capitalia sarà al riparo dalle scalate?
«Se qualcuno vuole lanciare un’Opa al prezzo adeguato si faccia pure avanti... Una cosa è certa: un’azienda è al riparo dagli attacchi esterni soltanto se è ben gestita e se non c’è un gran divario tra il valore di mercato e di break up. Noi siamo una public company, con l’80% di azionisti esteri».
L’ultimo atto del mercato è stato il caso del Wall Street Journal con l’arrivo di Murdoch. E’ finita la credibilità della «bibbia» della finanza mondiale?
«Murdoch di mestiere fa l’editore, vorrà certamente fare un buon prodotto per i suoi clienti. Decideranno i lettori. Magari avessimo in Italia chi fa soltanto l’editore ».
Nicola Saldutti