Corriere della Sera 4/8/2007 (soprattutto Piero Ostellino), 4 agosto 2007
ARTICOLI SULLA DISCUSSIONE APERTA DA OSTELLINO A PROPOSITO DEGLI AUTOVELOX
CORRIERE DELLA SERA, 28/7/2007
PIERO OSTELLINO
Escono dalle discoteche alle cinque del mattino, impasticcati, sfiniti dall’alcol e dal sonno. Hanno poco più di vent’anni. Hanno preso la patente da poco. Salgono su auto che non sono fatte per correre a duecento all’ ora, tanto meno sulle inadeguate strade nazionali e provinciali. E vanno a schiantarsi. Muoiono a grappoli. Il giorno dopo, i giornali scrivono dei sabati notte di mezza Italia con i toni del bollettino di guerra. Il Paese dei benpensanti – che viaggia in autostrada a 100 all’ora sulla corsia di sorpasso e non si sposta neppure con le cannonate – gronda indignazione contro lo Stato che fa troppo poco contro chi non rispetta i limiti di velocità. Nell’inconscio collettivo, è la velocità che uccide. Questo il motivo conduttore politicamente corretto che ascoltiamo da anni. Ma è falso. L’inconscio collettivo è, infatti, opportunamente manipolato. Dallo Stato. Che, negli Usa, ha imposto a suo tempo i limiti non per amore dell’incolumità dei suoi cittadini, bensì per far fronte alla crisi energetica e che, ora, in Europa e soprattutto in Italia, usa gli autovelox come un esattore delle tasse.
«Dovrebbero togliere la patente a quelli che vanno forte ». Questa la polemica di chi confonde la cilindrata dell’ auto con l’imperizia o l’irresponsabilità del guidatore. E lo Stato qualcosa la fa. Toglie punti alla patente del sessantenne che guida da oltre quarant’anni e non ha mai avuto un incidente; che è sobrio, viaggia alle due del pomeriggio su un’autostrada deserta, a tre corsie, su una Mercedes o una Bmw, a 160 chilometri all’ora, invece che a 130. O, addirittura, a 130 invece che a 80 o 100 come impongono i cartelli distribuiti in prossimità di ogni uscita, anche per chi non esce, sulla Genova-Ventimiglia; manifesti della fame di multe dei singoli Comuni.
Basterebbero questi esempi per provare che lo Stato, anche quando non lo è formalmente, finisce con essere di fatto oppressore – più nei confronti del cittadino responsabile che di quello irresponsabile – perché è costituzionalmente stupido. In particolare, ogni volta che pretende di imporre per legge la virtù invece di contare sul buon senso dei cittadini – a nessuno piace correre il rischio di perdere la vita, andando oltre i limiti dell’istinto di conservazione, cioè della paura – e su una certa elasticità nell’applicazione delle regole del gioco. No, lo Stato non è un buon padre. E’ il Leviatano che tutti hanno scelto, pochi gestiscono. E’ lo strumento di controllo, per non dire di dominio, di una classe sociale sull’altra e la cui ideologia (nella fattispecie la velocità che uccide) è «falsa coscienza». In Italia, la scarsa fiducia nel senso di responsabilità dell’Individuo e la vocazione alla sudditanza livellatrice verso lo Stato hanno radici storiche (la forte presenza di culture collettiviste), psicologiche (l’invidia per le capacità) e sociali (l’ostilità verso «i ricchi») prima ancora che politiche. Così, il limite di velocità è diventato una forma di lotta di classe; le auto di grossa cilindrata sono il Palazzo d’Inverno da assaltare e l’autovelox è l’incrociatore Aurora che dà il via alla rivoluzione egualitaria. Il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, del Partito dei comunisti italiani, vorrebbe un autovelox ogni 500 metri, 935 mila autovelox su tutte le strade nazionali. Bianchi non è uno stupido. La sua iperbole è solo il riflesso di una vocazione regolamentatrice reale. Mi spiega, signor ministro, che c’entrano più autovelox – che, quale ne sia il numero, continuerebbero a multare soprattutto il sessantenne di cui sopra – con le stragi del sabato sera? Ministro, lasci perdere la lotta di classe. Non è con quella che si riducono gli incidenti.
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CORRIERE DELLA SERA, 30 LUGLIO 2007
ALESSANDRO BIANCHI (ministro dei Trasporti)
Caro direttore, prima di rispondere alla sua puntuale domanda – «Che cosa c’entrano più autovelox con le stragi del sabato sera?» – vorrei ringraziarla per non avermi annoverato tra gli stupidi. Lo dico senza alcuna ironia, perché sono sempre stato terrorizzato dalla stupidità che considero uno dei mali peggiori e, purtroppo, più diffusi della nostra società. Ma vengo alla sua domanda, per la quale la risposta è molto semplice: più autovelox non hanno a che vedere con le stragi del sabato sera, per la semplice ragione che quelle stragi sono causate da comportamenti (guida, per lo più ad alta velocità, in condizioni di alterazione psico- fisica per alcol, droghe, sonno) che non hanno alcuna possibilità di essere evitati con quel tipo di controllo.
Ma io, per la verità, non mi sono mai sognato di fare una simile affermazione (che sarebbe stata stupida) e non ho neppure mai detto che vorrei avere un autovelox ogni 500 metri (altra cosa stupida). Il punto è che l’iniziativa che ho avviato presentando un disegno di legge sulla sicurezza stradale (che la Camera ha già approvato) ha come obiettivo di riuscire a fronteggiare quella che è una vera e propria strage permanente (non solo del sabato sera, che ne è una parte minima) che fa contare ogni anno 5.500 morti e più di 300.000 feriti (ovvero mutilati, invalidati, disabilitati) e lo fa perseguendo strade diverse a seconda dei fenomeni, che sono molteplici e di diversa natura.
Faccio qualche esempio.
Per le «stragi del sabato sera» abbiamo puntato contemporaneamente alla sensibilizzazione, con campagne informative via radio e cartelli all’interno dei locali; all’inasprimento delle sanzioni soprattutto quando si causano incidenti; all’aumento dei controlli sulle strade limitrofe ai locali. Per chi commette infrazioni che creano pericolo alla circolazione, abbiamo proposto inasprimenti forti delle sanzioni amministrative, sospensione e revoca della patente, arresto nei casi più gravi. E per chi supera i limiti di velocità, sanzioni altrettanto severe anche se graduate rispetto a quanto si è superato il limite. Credo sia su questo punto che le nostre valutazioni divergono, perché è un fatto assolutamente acclarato che l’eccesso di velocità è tra le cause principali degli incidenti stradali e, dunque, non di ansia regolamentatrice o di volontà di oppressione si tratta se lo Stato si propone di far rispettare regole dalle quali dipende l’incolumità di tante persone che circolano sulle strade, a chi queste regole pretende di non rispettare. In questa logica (che mi sembra tutt’altro che stupida) bisogna collocare l’autovelox, che è uno strumento che registra questa semplice circostanza: qualcuno non ha rispettato una regola.
La verità, caro Direttore, è che per affrontare questo problema occorre muoversi con grande equilibrio, costruendo una dosata miscela di quattro diverse forme di intervento: la formazione (da riportare anzitutto nelle scuole); l’informazione (dalle campagne di sensibilizzazione alle notizie utili per chi è in viaggio); le regole (più credibili, più severe, più mirate); i controlli (perché con più controlli in alcuni Paesi europei hanno già ridotto drasticamente gli incidenti).
In questa direzione mi sto muovendo non per fare una lotta di classe (che, francamente, faccio fatica a capire cosa c’entri) ma per tentare di migliorare la sicurezza di milioni di persone che si muovono sulle nostre strade.
Alessandro Bianchi
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Caro ministro Bianchi, lei scrive che «l’eccesso di velocità è tra le cause principali degli incidenti». Io le potrei citare statistiche contrarie: solo l’11-12 per cento sarebbe attribuibile alla velocità. Ma sappiamo entrambi che è impossibile costruire una legge empiricamente verificabile che colleghi velocità a incidenti, troppe essendo le variabili che vi concorrono. Dire che la velocità uccide non è individuare una causa, ma elaborare una teoria politica: per risparmiare energia o per far soldi con le multe. Lei scrive che l’autovelox «registra questa semplice circostanza: qualcuno non ha rispettato una regola». Ma questa è la giustificazione di diritto positivo che danno tutti i regimi totalitari alle proprie leggi. Punendo chi supera i limiti, non si punisce un’azione colpevole di danneggiare qualcuno, ma solo il mancato rispetto di una norma. Guidando si rischia di fare del male, ma solo i regimi illiberali reprimono il rischio. Non c’è giustificazione logica né morale nel punire la previsione che l’uomo faccia cattivo uso della sua libertà. E non mi dica che il suo compito è prevenire la colpa. Cosa direbbe allora se qualcuno lo accusasse di andare in giro con qualcosa che gli permetterebbe di consumare uno stupro?
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CORRIERE DELLA SERA, 4/8/2007
PIERO OSTELLINO
Sono sepolto sotto una valanga di e-mail di approvazione del «Dubbio» di sabato scorso e della risposta alla lettera del ministro dei Trasporti sui limiti di velocità. Gente che non vuole correre a 200 all’ora, usa l’auto per lavoro, vuole rispettare regole giuste, ma non vuole più essere presa per i fondelli. Paradigmatica è la situazione su molte autostrade e superstrade. All’approssimarsi di ogni uscita (per i diversi Comuni), la velocità prescritta precipita a 80-100 chilometri l’ora. Chi arriva a 130 deve, per rientrare nei nuovi limiti, frenare di colpo, rischiando di essere tamponato e provocare un incidente. La maggioranza prosegue alla stessa velocità e finisce nel mirino dell’autovelox: multa e punti in meno sulla patente. Questo non è salvaguardare l’incolumità del cittadino. E’ furto con destrezza. Se molti incidenti sono evitati è perché, fortunatamente, gli italiani non rispettano limiti di velocità assurdi e pretestuosi e si rassegnano a pagare alla Pubblica amministrazione il pedaggio che una volta si pagava ai grassatori di strada. Il limite di velocità non è un valore assoluto, ma relativo: dipende da chi guida che cosa, su quale strada e in quali condizioni. Ci vogliono regole razionali, limitative e selettive.
Le condizioni delle nostre strade sono fra le peggiori d’Europa. Eppure il Codice della strada impone ai Comuni di destinare non meno del 50 per cento degli introiti per multe – il secondo gettito, dopo l’Ici – alla loro manutenzione e a tutto ciò che contribuisce a una maggiore sicurezza. Ma i primi a violare la legge sono i Comuni (c’è chi vi destina il 6 per cento!). In molti Paesi, gli autovelox sono posti dove il pericolo di incidente è reale e, soprattutto, sono segnalati con cartelli ben visibili. Questa è prevenzione. Da noi, li si nascondeva per fottere l’automobilista. Solo ora se ne prevede l’applicazione corretta col disegno di legge approvato al Senato che modifica il Codice della strada. Sapete perché le rotonde agli incroci al posto dei semafori sono arrivate in Italia con vent’anni di ritardo, perché c’è chi vi si è opposto e ancora oggi molti non sanno che fare quando ne incontrano una? Perché la rotonda incarna il «principio di responsabilità» (l’automobilista si autogestisce), mentre il semaforo incarna il «principio di autorità» (è lo Stato che dice che fare). Non è vero che è difficile governare gli italiani. Basta subissarli di divieti che li sollevino dalle loro responsabilità. Ci penseranno loro a invocarli per gli altri e ad eluderli secondo convenienza personale.
Pochi hanno dissentito. Dicono che «le leggi si rispettano » come si diceva «il Duce ha sempre ragione». Mi accusano di mancanza di senso dello Stato. Colpa mia. Ho parlato di positivismo giuridico, totalitarismi, libertà, pensando che i miei interlocutori ne avessero almeno una pallida idea. Kelsen e Schmitt non sono giocatori del Borussia-Dortmund. Faccio un esempio. Dice il positivista: «Se c’è una legge che autorizza il governo a tagliare tutti i giorni la testa a dieci biondi, io non ho nulla da dire, perché la legge è la legge». Ma non è vero che le leggi si rispettano, punto. Si rispettano quelle giuste. I diritti (individuali) non sono una figura tennistica come il rovescio. In democrazia, si traducono in disubbidienza civile. Amici miei, che ne direste, allora, di incominciare a «trattare lo Stato come lui tratta voi»? E, invece di lamentarvi scrivendo ai giornali – che preferiscono occuparsi del Pd – di sommergere il ministero dei Trasporti con una valanga di testimonianze, proteste, ricorsi? Se non si fa niente, i politici continueranno a prendervi per i fondelli. E lo Stato parassita a usare le multe come una tassa.