La Stampa 01/08/2007, pagg.1-21 ANDREA ROSSI, 1 agosto 2007
Record italiano: Torino-Reggio 27 ore. La Stampa 1 agosto 2007. Disastro Ferrovie, l’ennesima puntata
Record italiano: Torino-Reggio 27 ore. La Stampa 1 agosto 2007. Disastro Ferrovie, l’ennesima puntata. Un’odissea di 27 ore per arrivare a Reggio Calabria. Nove ore più del previsto. Il convoglio partito domenica sera da Torino si blocca a Vibo Valentia, quando viaggia già con tre ore di ritardo, e resta fermo per oltre quattro ore. Arriva a destinazione alle 20 di lunedì sera. Ma le auto che seguono su un vagone staccato dal resto del treno, sono attese fino alle 23. Tutto per un guasto ai freni. LA BEFFA. Con i passeggeri stremati, in alcune carrozze non funziona il climatizzatore. In tutto il treno non esiste un servizio ristorazione. Solo dopo un paio d’ore un addetto di Trenitalia convince il titolare di un bar di Vibo Valentia a servire acqua e ghiaccioli ai viaggiatori. E quando la traversata finisce, l’ultima beffa: c’è diritto al rimborso di appena il 20 per cento del biglietto passeggeri; nessun indennizzo, invece, per le vetture. Altri guai a Torino, dove lunedì sera un uomo ha accusato un malore. Si trovava su un convoglio dei pendolari stracolmo, privo di aria condizionata e con i finestrini sigillati. TORINO. Salire su un treno a Torino, direzione Villa San Giovanni, estremità della Calabria, è un’impresa da 27 ore. Una sorta di cavalcata a passo di lumaca per le rotaie d’Italia, in cui si fa esperienza di un vasto campionario di sofferenze e privazioni: caldo, fame, rabbia, sete, rassegnazione. Domenica sera, stazione di Torino Porta Nuova. Il treno è l’Espresso delle 19,50. Non c’è che da scegliere: carrozze semplici, vagoni letto e servizio auto. Le operazioni d’«imbarco» sono complesse. Arrivi alla stazione e ti dirigi a un ingresso laterale. Lì abbandoni la vettura a un addetto di Trenitalia, compili un modulo. «E verifichi lo stato di salute della macchina: righe, bolli, danneggiamenti pregressi. Tutto registrato. Meglio cautelarsi: non si sa mai come la macchina arriverà a destinazione», spiega la Silvana Di Natale, una di quelle persone che si è sobbarcata il calvario. Solo la settimana scorsa, cinque vetture caricate sullo stesso treno sono arrivate a Villa San Giovanni zeppe di ammaccature. Due le ipotesi: la caduta di un lastrone o lo scherzo di qualche vandalo che si è divertito a lanciare sassi sulla carrozza. Portarsi l’auto appresso, su quel treno che solca l’Italia, costa 200 euro. Versato l’obolo, si sale in carrozza. Tre fermate appena per arrivare a destinazione: Genova, Lamezia Terme e Villa San Giovanni. C’è da viaggiare tutta la notte e la mattina successiva. Arrivo previsto alle 11 del mattino. Succede invece che, a quell’ora, il convoglio non è nemmeno approdato a Lamezia Terme, ed è in ritardo di tre ore sulla tebella di marcia. Il seguito è ben peggiore. Quando la marcia riprende, verso l’ultima fermata, sono le 12,40. Ma non si percorre molta strada. Il carrozzone cammina un quarto d’ora, s’incunea nella stazione di Vibo Valentia e si blocca. «Siamo ripartiti quattro ore e mezza dopo - racconta la signora Di Natale -. E per tre ore nessuno ha saputo quale fosse il problema». S’intuiva, però, dentro quell’odore di bruciato che si levava dalle carrozze. Freni arrostiti. Il guaio si trascina da ore. «Per tutta la notte abbiamo respirato quel puzzo. E il treno viaggiava al rallenatore. Mai una sosta, però in certi momenti si procedeva al piccolo trotto», spiega un’altra torinese, Loredana Mazzone. A Vibo Valentia l’attesa è lunga. I tecnici si affannano intorno alle carrozze. Il guaio è che dentro le carrozze si sta come si può. Niente bar, nessun servizio di ristorazione. Le scorte d’acqua, a quell’ora, sono finite. Il cibo anche. Sul vagone dei signori Di Natale c’è una signora diabetica: ha dimenticato le medicine. «Poco male, diceva la sera prima. Era sicura di arrivare a Villa San Giovanni alle 11, in tempo per trovare una farmacia». Invece il treno resta incollato ai binari. Ed è già metà pomeriggio. Ci si aggrappa all’aria condizionata. Chi ha la fortuna di godersela. «Viaggiavamo in vagone letto - dice Fabio Padaro, un altro passeggero -: lì funzionava. Ma non in alcune carrozze di seconda classe». Viaggiatori stremati, accasciati sui sedili o aggrappati ai finestrini. Quando qualcuno comincia a dare in escandescenze, arriva da Reggio Calabria un funzionario del servizio clienti. Segue trattativa serrata con un bar. Sui vagoni arrivano bottigliette d’acqua e ghiaccioli. Niente di più. Ore 17 si riparte. Ma è un incedere lento, a strappi. Due chilometri di marcia e qualche minuto di sosta. «Ci hanno spiegato che era l’unico modo per proseguire il viaggio - racconta Fabio Padaro -. I freni di un vagone erano guasti, si surriscaldavano. Il treno doveva bloccarsi di continuo per raffreddarli». Prima sosta vicino a Mileto, paesino di settemila abitanti. Ci si arresta in aperta campagna, con la calura che toglie il respiro. Seconda pausa forzata pochi chilometri dopo, a Rosarno Calabro. Decisione drastica: si stacca la parte di convoglio «incriminata». Guarda a caso quella che trasporta le vetture. Si perde un’altra ora. Il resto del treno riparte, stavolta spedito, verso Villa San Giovanni, dove arriva che sono le 20. Ventiquattro ore di viaggio, nove di ritardo. Qualche passeggero stremato se ne va. Restano gli altri, quelli che si erano imbarcati con auto al seguito e l’hanno lasciata lungo il tragitto. Da Villa San Giovanni si muove un treno merci, diretto a Rosarno. Si «travasano» le vetture. E quando la signora Di Natale torna in possesso dell’auto sono le 23. Ha avuto tempo di riempire i moduli all’ufficio reclami. E di arrabbiarsi un’altra volta: «Ci rimborseranno il 20% del biglietto passeggeri». E quello dell’auto? «Niente da fare. Per lo meno ci hanno trovato una sistemazione in albergo per la notte». Il mattino dopo può cominciare l’ultima parte del viaggio: traghetto per la Sicilia. C’è chi è ancora in stazione e aspetta. Come Albina De Prato. Su quel treno della disperazione aveva caricato una moto. « arrivata a Villa San Giovanni ieri mattina». ANDREA ROSSI ****** I vagoni? Sigillati e senza aria condizionata. La Stampa 1 agosto 2007. TORINO. Stazione di Torino Porta Susa, ore 17,33 di un lunedì pomeriggio. Il convoglio che porta a casa i pendolari di Chivasso arriva già stracolmo. Vagoni nuovi di zecca, ultima generazione. Quelli con il tabellone luminoso in ogni carrozza, che segna ora, velocità e temperatura. Ogni carrozza, però, ha un piano soltanto. E non ce ne sono molte. Sulla banchina di Porta Susa c’è ressa. Eppure è la prima fermata: il treno è partito nemmeno 10 minuti prima dal Lingotto. Ci si ammassa in direzione delle porte; trovare il pertugio utile in mezzo alla calca può significare salire sul convoglio anziché rimanere a terra. Sopra, di posti a sedere nemmeno l’ombra. C’è chi si accomoda per terra, chi sugli scalini che collegano le carrozze. Tanti restano in piedi. Fa caldo, il display interno segna 39 gradi. E l’aria condizionata? Un miraggio. Dai bocchettoni non esce nulla. In compenso i finestrini sono sbarrati. Succede quando funziona l’impianto di aerazione, e si cerca così di evitare inutili sprechi e dispersioni. I viaggiatori cercano il capotreno. Chiedono che, almeno, si sblocchino gli «oblò». Sono sigillati a chiave, solo il personale può aprirli. Risposta lapidaria: «Non si può». E allora si viaggia serrati, uno contro l’altro, impregnati di sudore. E, nel giro di qualche minuto, c’è chi si sente male. Passano pochi istanti e un uomo si accascia al suolo. «Era seduto accanto a me, su un gradino - racconta Livio Bisori, uno dei passeggeri che viaggiavano sul convoglio -. Mi è finito addosso, prima contro una spalla, poi su un ginocchio. Non me l’aspettavo, non sono riuscito a reggere il suo peso ed è finito a terra». Attimi di paura. L’uomo è privo di conoscenza. Immobile, gli occhi sbarrati. Poi prende a dimenarsi, in una sorta di crisi epilettica. Intorno, è tutto un affollarsi. Il treno è zeppo, non c’è spazio. Nel frattempo, ma non sono passati che otto minuti, il treno ferma a Torino Stura. Molti passeggeri scendono, si avvisa il capotreno, qualcuno ha già allertato il 118. Arriva l’ambulanza, ma sono passati altri 20 minuti. «Al telefono mi dicevano di coprirgli la testa con un panno - racconta il signor Bisori -. Ma là dentro si scoppiava. Quell’uomo era contro una porta chiusa, non potevamo nemmeno aprirla per fargli prendere aria: il controllore ci ha spiegato che un convoglio di passaggio avrebbe potuto creare grossi guai». A Torino Stura non esistono sottopassaggi: per muoversi da una banchina all’altra si attraversano i binari. La barella con l’uomo - che nel frattempo comincia a dare segni di ripresa - attraversa svelta le rotaie - viene caricata sull’ambulanza e vola dritta verso il San Giovanni Bosco. Tutti i passeggeri sono scesi. Perché il treno non riparte. Tocca attendere altri 10 minuti. C’è un altro convoglio in arrivo che porterà i viaggiatori a destinazione. Il signor Bisori, che abita a Settimo Torinese, scende alla stazione che sono le 18,32. Un’ora per un percorso di pochi chilometri. Un’ora, quando di solito servono 20 minuti. «Con quello che ho visto, mi riesce difficile lamentarmi per il ritardo. L’altra sera, poteva scapparci il morto». ANDREA ROSSI