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 2007  agosto 02 Giovedì calendario

Ci piace pensare che le recensioni di Bergman contro se stesso fossero una reazione ironica del maestro al disagio che gli procuravano i critici conformisti, persuasi che l’esaltazione servile di un artista «impegnato» conferisca a chi la pratica una patente di rispettabilità

Ci piace pensare che le recensioni di Bergman contro se stesso fossero una reazione ironica del maestro al disagio che gli procuravano i critici conformisti, persuasi che l’esaltazione servile di un artista «impegnato» conferisca a chi la pratica una patente di rispettabilità. Come farebbe bene al cuore scoprire che anche qualche regista italiano prova un fastidio analogo per i suoi adoratori. Purtroppo, in questa terra di ego arroventati, rimane statisticamente più probabile che un intellettuale scriva sotto pseudonimo per esaltare le sue opere. Meglio ancora: per stroncare quelle altrui. / [FIRMA]FRANCESCO S. ALONZO STOCCOLMA All’indomani della scomparsa del grande regista svedese Ingmar Bergman, emergono fatti ed episodi che illustrano in modo concreto, e spesso inedito, gli aspetti meno conosciuti del suo carattere. E cosí come se ne descrivono gli scatti di rabbia e le sfuriate dirette agli attori che con lui sarebbero diventati grandi, ci si sofferma sulla precisione del Maestro per ogni particolare, sulla sua aspirazione a rendere «semplice» anche la situazione psicologica piú complicata per comunicarla al grande pubblico e il suo spiccato senso dell’umorismo. Convinto di essere diventato ormai un «guru» della cinematografia mondiale che nessuno osava piú criticare in patria, Ingmar Bergman decise, negli anni Sessanta, di rompere il ghiaccio con una mossa ardita. Pochi artisti dell’era moderna hanno influenzato come lui l’accoglienza delle proprie opere. Spesso egli diventava l’interprete di se stesso, talvolta in modo impensabile, e fu cosí che egli fece a pezzi, con critiche feroci, i propri film in un numero del 1961 della rivista cinematografica Chaplin - della cui redazione faceva parte e che per l’occasione fu definito «numero speciale antibergmaniano». Firmandosi Ernest Riffe, Ingmar Bergman scrisse gli articoli «Preghiera», «Esecuzione capitale» e «Il viso di Bergman». Come i personaggi dei suoi film si studiavano allo specchio e si giudicavano spesso con severità, così Bergman voleva essere il piú severo critico di se stesso. Da questi articoli emerge la franchezza sconcertante con cui egli, più tardi, si descriverà nell’autobiografia Lanterna magica. Bergman voleva trovarsi sempre in vantaggio: con il suo linguaggio spregiudicato e la sua brutale arte dialettica superava in astuzia i propri critici. Ma quelle stroncature gli servivano anche per aizzare accesi dibattiti. «Perché - si chiedeva Ernest Riffe - Bergman insiste nel mostrarci fino alla noia i primi piani delle facce dei suoi attori quando tutto il mondo cinematografico ha ormai abbandonato questa tecnica impressionista per darci un quadro piú ampio dell’ambiente in cui i personaggi si muovono?». Qui Bergman voleva invece mettere in risalto la propria tecnica secondo la quale tutto il film traeva il proprio spirito dalle espressioni dei protagonisti. Le stroncature servivano anche a scopi utilitaristici. Ad esempio sempre lo stesso Riffe scriveva: «C’è povertà di mezzi, quasi miseria, nelle scenografie di Bergman, nulla che ci faccia pensare alla dovizia di mezzi con cui vengono realizzate altrove le pellicole di maggior successo…». Inutile dire che il regista voleva far capire ai produttori che essi avrebbero dovuto essere piú generosi con lui. Infine, chi era questo Ernest Riffe? Durante una conferenza stampa, Ingmar Bergman rivelò che era il nome di un parrucchiere parigino che, a suo tempo, aveva fallito completamente nel tentativo di acconciare i capelli di sua moglie.