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 2007  agosto 02 Giovedì calendario

Santi, poeti e navigatori. Soldati, no. Forse anche per questo, oggi, l’esercito professionale appare così smilzo da far augurare al ministro della Difesa il ritorno alla leva obbligatoria

Santi, poeti e navigatori. Soldati, no. Forse anche per questo, oggi, l’esercito professionale appare così smilzo da far augurare al ministro della Difesa il ritorno alla leva obbligatoria. Una via praticabile? Lo chiediamo a un soldato professionista al tempo della leva, il generale Bruno Loi, paracadutista, 66 anni, laurea in scienze strategiche, missione in Libano, comandante della Brigata «Folgore», del contingente italiano a Mogadiscio nel 1992, e dell’Accademia Militare di Modena. Generale, era prevedibile questa crisi? «Quando si è studiata la riforma si è fatto presente all’autorità politica che sarebbe stato molto difficile mantenere il gettito a livello, che i problemi del passaggio all’esercito professionale non sarebbero stati né semplici né pochi e che soprattutto il costo non sarebbe diminuito ma lievitato enormemente. Ricordo i conti, concreti, sul costo di un coscritto e di un professionista: uno a otto. Eppoi, tutte le storie annesse e connesse». Esempio? «L’invecchiamento della Forza armata a causa di un reclutamento sfociato, poi, nel quasi diritto di restare in servizio a vita per chi accettava di fare i primi quattro anni. Non avremo più i giovani di vent’anni, con il loro entusiasmo». Ma non c’era la speranza che le donne colmassero i vuoti? «Non c’è mai stata una corsa alla divisa. La percentuale femminile si aggira intorno al 10, come in tutti i paesi della Nato, il Canada, gli Stati Uniti. Forse in Cina è più elevata». E ricorrere, come nel Rinascimento, a soldati di ventura, insomma agli stranieri? «Al tempo del ministro Martino si parlò di una brigata di volontari extracomunitari, ai quali concedere la cittadinanza dopo il servizio militare. Credo che l’idea non abbia avuto sviluppi. Eppoi, non mi sembrerebbe felice: non abbiamo tradizioni come la Legione straniera o lo spagnolo ”Tercio”. Ne verrebbe fuori una cosa molto mediocre». Incidono gli impegni che l’Italia ha all’estero? «Assorbono tutte le forze che abbiamo disponibili». Il professionismo pareva la soluzione a molti problemi della leva: su tutti, preparazione e rendimento limitati. Perché tornare indietro? «Non so quali siano le ragioni reali per questo ripensamento, o questa nostalgia, del ministro. Certo, la leva garantiva una preparazione decisamente inferiore a quella che può avere un professionista che, ripetutamente, esegue, si addestra e si cimenta nelle attività, appunto, professionali. Un esempio semplice: il professionista garantisce che un carrarmato passi da pilota a pilota molto meno frequentemente che non con la leva, quando l’equipaggio cambiava ogni sei mesi, ed è intuibile quale possa essere il rendimento. Ancora più chiaro il vantaggio quando si parla di attrezzature sofisticate che richiedono a monte una preparazione tecnica e scientifica». Insomma, meglio l’esercito di leva o quello professionale? «Io ho fatto la mia vita con l’esercito di leva, quindi affettivamente indico quello, che oltretutto ha soddisfatto le esigenze della nazione. Ma da professionista dico l’esercito di professionisti. Perché mi intendo meglio, la pensano come me, hanno preparazione adeguata, consolidata, esperienza. L’ideale sarebbe un mix, diciamo 60 professionisti e 40 di leva, e così avremmo anche la garanzia del numero». Ma la gente come prenderebbe il ritorno alla leva obbligatoria? «Male. E poi a suo tempo la gerarchia ha commesso errori, è stato accettato che l’esercito facesse cose che non gli competevano: tipo le operazioni ”Vespri siciliani” e ”Forza paris”, lo spegnimento d’incendi, l’approvvigionamento idrico delle isole. Badiamo bene, tutte cose che venivano comode anche all’esercito per darsi una motivazione». Forse per non sentirsi soltanto santi, poeti e navigatori.