il Sole 24 Ore 29/07/2007, pag.6 Luca Vinciguerra, 29 luglio 2007
Pechino fa shopping mondiale. Il Sole 24 Ore 29 luglio 2007. SHANGHAI. Pozzi petroliferi in Ecuador, Angola e Nigeria
Pechino fa shopping mondiale. Il Sole 24 Ore 29 luglio 2007. SHANGHAI. Pozzi petroliferi in Ecuador, Angola e Nigeria. Banche e boutique finanziarie in Inghilterra e Stati Uniti. Miniere in Zambia, Cile e Perù. Reti di grande distribuzione nel Sud-Est asiatico. Raffinerie in Kazakhstan e Corea. Elettrodomestici in Pakistan. Marchi storici dell’automobilismo in Gran Bretagna. Lo shopping della Cina sul mercato mondiale prosegue a tambur battente. I recenti colpi grossi di China Development Bank su Barclays e di Central Huijin su Blackstone sono solo la punta di un gigantesco iceberg che ormai si è messo in movimento. Ed è destinato in breve tempo a sconvolgere i vecchi equilibri del capitalismo mondiale. Nel 2006, le aziende del Celeste Impero hanno investito 16,2 miliardi di dollari oltre i confini nazionali, il 32% in più rispetto all’anno precedente. I flussi di capitali usciti l’anno scorso dal Paese portano l’ammontare totale degli investimenti esteri cinesi a quota 73 miliardi di dollari (escluso il settore finanziario). Ben oltre la metà, sono stati realizzati nell’ultimo lustro, un periodo durante il quale le acquisizioni oltrefrontiera del Dragone sono cresciute del 70% l’anno. Noccioline se si pensa che, solo l’anno scorso, la Cina ha attirato capitali stranieri per 70 miliardi di dollari e che, dall’inizio degli anni 90 ad oggi, gli investitori d’oltremare hanno riversato quasi 700 miliardi di dollari oltre la Grande Muraglia. O se si considera che gli investimenti esteri del gigante asiatico sono circa un cinquantesimo di quelli degli Stati Uniti, e rappresentano meno del 2% del totale degli investimenti esteri realizzati nel 2005 sull’intero pianeta. Ma la recente storia della Cina dimostra che il Paese ha le capacità per fare le cose bene e, soprattutto, in fretta. «Le sorprese sono solo iniziate – avverte un banchiere occidentale – Nonostante vi siano ancora molte restrizioni alle esportazioni di capitali (a causa dell’inconvertibilità dello yuan, ndr), aziende come Haier, Lenovo, Tcl, Cnooc ormai si muovono sui mercati mondiali come delle vere e proprie multinazionali. Tra non molto, la loro immagine equivarrà a quella dei grandi gruppi manifatturieri americani, europei, coreani e giapponesi». La crescita esponenziale degli investimenti esteri cinesi è legata a diversi fattori. In primo luogo, c’è un Governo sempre più determinato a favorire l’internazionalizzazione delle aziende domestiche (vedi intervista a lato). Poi ci sono delle ragioni legate alla struttura dell’economia cinese e alle strategie di sviluppo delle imprese. Strategie di Stato e d’impresa Eccole. La necessità di assicurarsi risorse naturali, materie prime e fonti energetiche di cui la Cina scarseggia. Il desiderio di espandersi sui mercati esteri. La competizione sempre più serrata sul mercato domestico che spinge le aziende a delocalizzare in Paesi a minor costo del lavoro. L’eccesso di liquidità generato dall’aumento dei profitti societari che stimola i management a trovare allocazioni alternative. La voglia di costruire marchi cinesi di notorietà internazionale. L’obiettivo di costituire centri di ricerca e sviluppo nei Paesi industrializzati per acquisire più rapidamente tecnologie e know how. Lo shopping cinese in giro per il pianeta sta disorientando il mondo industrializzato. Da un lato, il ritorno a casa della moneta pesante accumulata da Pechino dal 2004 in poi, grazie al boom del made in China, è vista di buon occhio dai grandi partner commerciali del Dragone. D’altronde, oltre 1.300 miliardi di dollari di riserve valutarie sono un’enormità e qualsiasi operazione che contribuisca al loro riequilibrio è un fatto positivo per l’equilibrio macroeconomico generale. Sospetti e tappeti rossi Dall’altro, però, oggi non c’è potenza mondiale che sia disposta a vendere di buon grado le proprie aziende (soprattutto se sono strategiche) ai nuovi padroni con gli occhi a mandorla. Il fallimento del colosso petrolifero Cnooc nella scalata all’americana Unocal (la versione ufficiale cinese parla di "ritiro dell’offerta") è un chiaro esempio di tale atteggiamento. Un atteggiamento che cambia radicalmente spostandosi di latitudine: nell’ultimo biennio molte nazioni in via di sviluppo africane e sudamericane (Nigeria e Venezuela, solo per fare i nomi di due grandi produttori di greggio) hanno srotolato tappeti rossi all’arrivo dei capitali cinesi. Che, giorno dopo giorno, continuano a riversarsi copiosi ovunque nel mondo. In Asia, che per ragioni geografiche e culturali è la meta privilegiata dell’espansione del Dragone, e anche negli altri 4 continenti. E qui emerge un altro paradosso cinese: quello di una nazione in via di sviluppo che finora ha esportato i propri capitali per comprare aziende, risorse naturali ed energia in 150 Paesi del pianeta. Investe chiunque. Non solo i grandi gruppi di Stato che finora hanno fatto la parte del leone nell’offensiva d’oltremare. Ma anche le società private, come dimostra il calo dal 35% del 2004 al 29% del 2005 della quota di investimenti esteri realizzata dalle aziende pubbliche. Si investe in ogni modo: con le classiche operazioni green field, ma anche con strumenti più sofisticati come il merger & acquisition che nel 2006 è stato utilizzato nella metà delle incursioni estere dei cinesi . L’iceberg battente bandiera rossa viaggia veloce e nessuno lo fermerà. Il giorno in cui la maggior parte degli asset planetari avrà un padrone cinese sembra sempre più vicino. Luca Vinciguerra