Ugo Magri, La Stampa 2/8/2007, 2 agosto 2007
Come dopo un incidente della vita, quando non si ha neppure il tempo di pensare, così è andata ieri per Cesare Previti
Come dopo un incidente della vita, quando non si ha neppure il tempo di pensare, così è andata ieri per Cesare Previti. Il primo giorno da ex deputato l’ha speso interamente al telefono. E’ stato un incessante susseguirsi di squilli, rispondeva da una parte e arrivava un sms dall’altra, poi un altro, e un altro ancora, finché nel pomeriggio ha spento almeno il telefonino concentrandosi sull’apparecchio nel soggiorno di casa, dove ha continuato a fare il centralinista di se stesso. L’hanno chiamato dallo studio per avvertire che lì in via Cicerone era già arrivato «qualche centinaio» tra e-mail e fax. Politici da Berlusconi in giù, clienti, amici vicini e lontani, colleghi avvocati: tutti quanti solidali con l’uomo che s’è dimesso dal Parlamento un picosecondo prima di esserne espulso, tutti appassionatamente dalla sua parte e ansiosi di farglielo sapere, di dargli un metaforico abbraccio, di confortarlo nell’ora della sconfitta. Colpisce che un eroe alla rovescia, un personaggio elevato in questi anni a paradigma del peggio, trasformato dall’anti-berlusconismo in mostro sputafuoco, un simbolo negativo insomma, risulti così amato nella sua cerchia. La moglie Silvana azzanna chiunque le sfiori il consorte, donna volitiva e leonina. I figli, due di prime nozze e due di seconde, sono talmente legati a papà, così disposti a sacrificare svaghi e weekend pur di stargli accanto, che molti padri senza vicende penali farebbero volentieri a cambio. I collaboratori, poi: dire devoti è poco. E gli amici, pronti pure loro a farsi tagliare una mano. L’estate scorsa sono andati in vacanza a turno pur di tenergli compagnia mentre era agli arresti domiciliari... E quest’anno daccapo. Il Previti pluricondannato (sei anni per la vicenda Imi-Sir, un anno e sei mesi per il Lodo Mondadori), il Previti corruttore di giudici (ma proprio ieri il Tribunale civile di Milano ha condannato un quotidiano che l’aveva definito «delinquente»), il Previti novello Trimalcione (mitica, ancorché del tutto inventata, la storia delle aragoste allevate nella vasca del suo terrazzo) sono la faccia nota della medaglia. Come celebrate sono le sue doti di capotribù, la maschera gladiatoria, la leggenda del Grande Antipatico che Cesarone medesimo coltiva. Vedere, per credere, il ritratto di sé pubblicato sul sito www.previti.it. Ma sotto la scorza del combattente c’è un uomo affabile, battutista, perfino «simpatico», come assicura Marcello Dell’Utri. Chi lo conosce giura che è molto giù di corda, umanamente provato dagli ultimi accadimenti, che soffre nel profondo. Si considera vittima d’una persecuzione contro la quale ha fatto ricorso davanti alla Corte europea di giustizia, di magistrati i quali non gli hanno dato la possibilità di spiegare, argomentare, difendersi insomma. Un plotone d’esecuzione giudiziario cui da ultimo s’è aggiunto quello dei politici, «maramaldi» capitanati da Fausto Bertinotti che ha impedito all’imputato di essere presente in aula, condannato in contumacia quando «la Camera avrebbe potuto tranquillamente discutere le dimissioni a settembre», s’indigna Donato Bruno, deputato azzurro. Non che Previti stia conducendo una vita grama. E’ agli arresti, ma avendo passato i settanta (classe 1933) può starsene a casa. E che casa. Si affaccia beato lui su Piazza Farnese, la sala da pranzo è grande da sola come un appartamento, arredata in uno stile un po’ cardinalizio, mobili francesi del Settecento. Per sei ore ogni giorno ha il permesso di uscire, e neppure questo è un privilegio perché lo stabilisce la legge. Va in studio per ricevere visite, al campo sportivo per seguire gli allenamenti del figlio Umberto, promessa della Lazio, oppure al circolo per assestare lui stesso quattro calci al pallone («Una volta mi smarcavo», è il rimpianto, «ora al massimo passaggio e tiro in porta»). La sua affollata solitudine prevede inviti a cena di amici disposti a tollerare un regime alimentare dal quale sono cancellati grassi e lipidi. La visita del carabiniere, per accertare che il detenuto non sia in fuga, è l’unico vincolo carcerario. A fine giugno cesserà pure quello poiché Previti tornerà all’affidamento in prova, come prima dell’ultima condanna: tre-quattro volte a settimana dovrà recarsi alla comunità di don Picchi, dietro la Fiera di Roma, per colloquiare con alcolisti, tossicodipendenti, malati di gioco e di shopping. Per il resto, libero di muoversi dalle 7 alle 23. Certo, gli manca il mare. La barca, il Barbarossa, è stata venduta otto anni fa, aveva portato male. Ma la vera privazione, quella che più gli pesa e alla quale non sa rassegnarsi, è la politica. Che a lui, avvocato di successo ma noto nel giro del generone romano, aveva fatto assaporare il gusto del prestigio, del potere con la maiuscola: ministro della Difesa, parlamentare influente, contraltare di Luciano Violante sulla Giustizia. Addio a tutto questo, perlomeno fino all’ottobre 2009, quando Previti avrà finito di saldare il conto con la legge. La pena quotidiana per uno come lui, confida chi gli vuole bene, non è far quadrare i conti senza stipendio da deputato. La vera condanna è l’ansia di tornare nel grande giro, la voglia di esserci, di poter dire la sua (Cesarone segue tutto, sa tutto, sbalordisce gli interlocutori per quanto è aggiornato) unita alla frustrazione di starsene mani in mano. E al timore che l’ultimo treno sia già passato. Stampa Articolo