Gad Lerner, la Repubblica 2/8/2007, 2 agosto 2007
BEIRUT
Il direttore del giornale studentesco di Tripoli sobbalza quando gli racconto la storia che mi ha portato qui: «Sul serio? Lei è ebreo? Mi perdoni, ma è il primo ebreo che vedo in vita mia ! ». Ridiamo del suo imbarazzo: «Tocca pure, sono fatto di carne e ossa come te». Eppure questo antico porto levantino, capitale della contea crociata dei Saint Gilles, famoso per i caravanserragli dell´oro, del sapone e delle spezie, per millenni ha ospitato una colonia di mercanti ebrei, collegati alla grande comunità di Aleppo. Lo stupore di questo giovane testimonia perciò una sconfitta recente del Levante: la brutale semplificazione nel mosaico delle sue nazionalità, consumata nel breve volgere di mezzo secolo. Dove sono gli armeni, i curdi, i copti, i greco-ortodossi, gli alawiti che pure figurerebbero ancora fra le diciotto comunità tutelate dalla costituzione libanese?
Il giornalista che non ha mai visto un ebreo m´intrattiene nel salone domestico del deputato Misbah Ahdab, affollato di delegazioni convocate a turno presso la sua sedia. Parla un italiano perfetto, Ahdab, imparato seguendo la madre nei suoi shopping in via Condotti. Ospite squisito, mi invita a mangiare il pesce su di una Corniche presidiata dai blindati dell´esercito e innaturalmente desertificata: alla periferia di Tripoli infuria la battaglia nel campo palestinese di Nar el-Bared. Nonostante la sorveglianza asfissiante per il rischio di attentati, il deputato antisiriano esibisce buonumore.
Così, seduti a tavola, ha inizio fra noi il gioco dei passaporti.
Conversazione levantina in tono frivolo, zeppa di riferimenti ai luoghi e ai cibi comuni, da cui affioreranno però le domande più scomode di questo mio ritorno a Beirut: cos´ha distrutto, intorno a sé, Israele per nascere? Nazionalismo arabo e sionismo, dopo cent´anni di tragitto parallelo, stanno vivendo infine la medesima crisi ideale? Toccherà ai nostri figli pagare le conseguenze tragiche di quella spinta novecentesca alla separazione comunitaria?
Il gioco dei passaporti lo comincia Misbah Ahdab descrivendo l´approccio tipico fra due libanesi che s´incontrano: «Tu di che nazionalità sei?». Racconta di sua sorella, come lui protetta da un passaporto francese fin dal tempo della guerra civile. Dopo cinque anni di soggiorno negli Stati Uniti, ne ha ottenuta la cittadinanza. E ora che ha sposato uno spagnolo, fate pure voi il conto. Pranza con noi un otorinolaringoiatra laureato a Perugia, titolare di una clinica privata. Da poco gli è nata una figlia: sua moglie è andata a partorire a Montreal, così la bimba otterrà il passaporto canadese.
Adesso tocca a me. Per tornare nel Vieux Pays in cui sono nato, ho dovuto fingere lo smarrimento del mio passaporto italiano e farmene rilasciare uno nuovo di zecca. Non avevo altra scelta: dal 1948 alla frontiera libanese viene respinto chiunque rechi sul documento timbri d´ingresso in Israele.
Una bugia dichiarata, quel passaporto rifatto. E una procedura, suppongo, imbarazzante anche per chi è stato al gioco concedendomi il visto - in quanto giornalista italiano - sapendo benissimo la storia che rese consigliabile, agli ebrei che vi risiedevano, lasciare Beirut nel decennio successivo al fatidico 1948.
Non ha ancora compiuto sessant´anni la frontiera del 1948 che rende incomunicanti gli scali del Levante. Nel racconto dei miei genitori la via costiera da Beirut a Haifa - e ritorno - era il più naturale dei percorsi. Si andava e si veniva, in automobile e in treno. Una volta perfino a Gerusalemme in aeroplano. Non conta più di centocinquanta chilometri, la distanza fra Beirut e Haifa.
All´epoca tre o quattro ore di viaggio, con le soste. Divenute a un tratto solo «ore ipotetiche», come scrive il romanziere Amin Maalouf: l´ennesimo miraggio del passato. Fra i tanti scrittori libanesi del rimpianto e della nostalgia, è Maalouf colui che si sforza di fotografare l´attimo della perdita; rintracciandolo entro il fatidico trentennio 1918-1948, quando il Levante s´infrange e tante giovani nazioni ottengono l´indipendenza.
L´autore de Gli scali del Levante esalta «un mondo color seppia dove un turco e un armeno potevano ancora essere fratelli». E descrivendo la fine del Sultano, Maalouf prova sentimenti che ricordano la fascinazione asburgica di certi scrittori mitteleuropei del primo Novecento, come Joseph Roth: «Le terre del Levante vivevano i loro momenti più vili. Il nostro Impero agonizzava nella vergogna; in mezzo alle sue rovine veniva fuori una folla di paesi abortiti: ciascuno pregava il suo dio di far tacere le preghiere degli altri. E sulle strade si allungavano le prime colonne di profughi».
A quel tempo il gioco dei passaporti era disinvolto, assai meno drammatico di oggi.
Traslocando alla fine degli anni Venti da Tel Aviv a Beirut, dei «sabre» come i miei nonni materni potevano continuare a sentirsi abitanti della Terra santa: il Libano è presenza costante nel racconto biblico. Con i libanesi avevano condiviso il passaporto ottomano della loro infanzia, sostituito da generici titoli di viaggio britannici o francesi. Solo di rado, a partire dal 1910, la stampa araba aveva riesumato il termine Palestina per descrivere la minaccia rappresentata dai nuovi insediamenti sionisti, che nel 1914 non superavano peraltro gli ottantacinquemila immigrati ebrei su un totale di 760 mila anime.
Fra la gente del Levante prevaleva la nozione plurisecolare di Balad al-Sham, o semmai Grande Siria, in cui venivano genericamente accorpati gli odierni Israele, Libano, Giordania. Ci fu perfino un tentato approccio, durante la rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908, fra i nascenti movimenti nazionalistici degli arabi e degli ebrei, accomunati dall´insofferenza nei confronti del Gran Serraglio di Istanbul. I turchi diventavano laici ma pretendevano di dominare gli arabi. La tradizionale comunità dei credenti musulmani cedeva il passo a un «risveglio» panarabo, una specie di umma moderna non a caso guidata spesso da cristiani come il libanese Najib Azuri.
Arabi ed ebrei che per decenni avevano ammirato gli eroi del Risorgimento italiano, e ora assistevano all´esplosione nazionalistica in Grecia e nei Balcani, sentivano che era venuto il momento per loro di passare all´azione. Il cosmopolitismo levantino non era più una virtù; lo stesso Mediterraneo pareva balcanizzarsi in specchi lacustri contrapposti. Del resto erano stati i Giovani Turchi a mettere in pratica per primi l´idea etnocentrica, sterminando gli armeni nel 1915. Un´idea, purtroppo attualissima, secondo cui solo fra simili si potrebbe vivere bene, a meno che gli estranei si sottomettano.
Il Libano diventa indipendente nel 1943. Israele cinque anni dopo.
Il Libano paga con una sanguinosa guerra civile la precarietà del suo modello multiconfessionale. Anacronismo o speranza in un futuro cosmopolita? Israele viene aggredito dal rifiuto arabo, e non solo arabo, all´idea esclusiva di uno Stato degli ebrei. Per costruirlo, il sionismo aveva desacralizzato la sua lingua liturgica, laicizzato le sue tradizioni. Ma adesso per sopravvivere lo stesso sionismo rovescia i termini, prende il sopravvento la radice religiosa, lo Stato degli ebrei tende a trasformarsi in Stato ebraico. Deludendo le speranze di pensatori critici come Martin Buber, per i quali la nazione ebraica ritrovata aveva senso in quanto preannuncio di redenzione universale. Come scriveva a Gandhi nel 1939: «Decisiva per noi non è la promessa della terra, ma la missione che ci lega a questa terra per fare un popolo libero».
Come posso rimpiangere la perdita di un Libano plurale e al tempo stesso desiderare uno Stato d´Israele solo ebraico? Come posso guardare fiducioso al futuro del sionismo, quando di fronte ai miei occhi si consuma la degenerazione islamista del panarabismo?
A Beirut ho incontrato molti nostalgici ammiratori della laicità di Nasser che a denti stretti però devono ammettere: alla fine, per sopravvivere, il regime egiziano s´è piegato all´egemonia culturale reazionaria dei Fratelli Musulmani. Perfino l´infelicità araba e l´infelicità ebraica ormai si somigliano. E così pure il gioco dei passaporti, con tutte le sue mascherate burocratiche e identitarie, diventa sempre meno divertente.
Per andarsene dal Libano in Italia, mio padre si procurò a caro prezzo degli improbabili titoli di viaggio panamensi. Carta straccia, dopo l´espatrio: l´avrei pagata restando privo di nazionalità fino all´età di trent´anni. E nonostante ciò mi è ben chiaro che degli scampati alla dissoluzione del Levante resto senz´altro fra i più fortunati.
Se mi guardo intorno, faccio in fretta a vedere come questa storia del passaporto avveleni la vita di tanta gente dal destino simile al mio. Tu di che nazionalità sei? Naturalmente è una domanda che nel Libano di oggi si possono permettere solo i privilegiati. Nel secolo trascorso, mentre centuplicava la popolazione ebraica in Terra santa, il Libano faceva i conti con l´arrivo di una diciannovesima comunità di cui non è prevista l´integrazione: i palestinesi relegati nei campi profughi sono probabilmente più di mezzo milione, cioè il 15% della popolazione residente. A loro è negato perfino il diritto di circolare per il Libano. E fa impressione verificare che più ancora dell´israeliano è lui, il palestinese, il nemico che mette d´accordo fra di loro le diciotto confessioni riconosciute a Beirut. Suscita ostilità unanime, è indicato come la causa prima di trentacinque anni di guerre per gli altri.
Il Levante è stato la negazione della logica mors tua, vita mea. Possibile che ne divenga l´emblema?
Al duty free dell´aeroporto di Beirut, insieme a confezioni gigante di dolci baklawa, vendono un´edizione inglese dei Protocolli dei savi di Sion che ne accredita l´autenticità.
Commiato sgradevole. Basta con la commedia levantina del giornalista italiano, in realtà libanese ma forse, chissà, pure israeliano. All´Ospedale americano di Beirut ho tentato invano di farmi rilasciare un certificato anagrafico. Frugano un po´ tra faldoni di scartoffie, mi rinviano all´impiegato più anziano: ma lei è proprio sicuro di essere nato qui?
(4. Fine. Le puntate precedenti
sono uscite il 21, 25 e 28 luglio)