Maurizio Ricci, la Repubblica 2/8/2007, 2 agosto 2007
MAURIZIO RICCI
ROMA - Crescono le tensioni sul mercato del petrolio, ad un passo dagli 80 dollari a barile. Ieri, a New York, nel corso della seduta, si è toccato il record di 78,77 dollari, il massimo mai raggiunto in termini nominali (aggiustata per l´inflazione, la punta di oltre 101 dollari dell´aprile 1980 è ancora lontana) e, anche se la quotazione è stata limata in chiusura, le prospettive per le prossime settimane e per i prossimi mesi sembrano escludere ripiegamenti significativi. Il greggio, che, ancora a gennaio era ridisceso a 50 dollari a barile, ha messo a segno un aumento del 20% negli ultimi due mesi e ha registrato rialzi record in 18 delle ultime 23 sedute, trattando stabilmente oltre i 70 dollari a barile. Il motivo immediato del rialzo di ieri è la notizia che le riserve di greggio americano sono scese, in una settimana, di 6,5 milioni di barili, oltre dieci volte le attese degli operatori, perché le raffinerie stanno lavorando a pieno ritmo. Ma da settimane il mercato è reso frenetico dalle forniture a singhiozzo che arrivano dalla Nigeria e dal Mare del Nord. L´incertezza, tuttavia, è alimentata soprattutto dal braccio di ferro sotterraneo con l´Opec, l´organizzazione dei produttori di petrolio, che ha sinora rifiutato di mettere in cantiere aumenti di produzione nei prossimi mesi, nonostante le pressioni dell´Occidente, dove l´Aie, il braccio energia dell´Ocse, l´organizzazione dei paesi industrializzati, sconta forti aumenti della domanda mondiale entro la fine dell´anno, fino ad un possibile scavalcamento del greggio disponibile sul mercato.
Non bastano tuttavia le tensioni dell´economia reale, fra domanda e offerta, per spiegare le tensioni sui mercati. Dove, dicono gli analisti, si avverte la mano dei grandi fondi di investimento e degli hedge funds, che stanno speculando massicciamente sul mercato, in particolare spostando gli acquisti dai futures della benzina a quelli sul greggio. Il petrolio, del resto, appare a molti investitori una scommessa più sicura del mercato azionario, dove la volatilità resta alta. Ieri, i mercati azionari europei hanno tutti chiuso al ribasso, fra l´1,5 e l´1,7% (a Milano -1,92% per il Mibtel e -2,04% per lo S&P/Mib)) sulla scia di una pessima apertura di Wall Street. Il mercato americano ha cominciato cedendo ancora terreno, dopo le già pessime sedute dei giorni scorsi, ma ha poi recuperato qualcosa prima della chiusura, rincuorato dalle notizie che provengono dal mercato edilizio, dove i contratti pendenti per l´acquisto di nuove case sono in risalita. In realtà, i segnali che vengono dall´economia americana restano contraddittori. Il dato di ieri sui contratti in corso non quadra con le cifre sulla vendita di nuove case, che sono in caduta verticale, indicando che lo scoppio della bolla immobiliare non ha ancora esaurito i suoi effetti. La crescita dei consumi è rallentata vistosamente e le ultime indicazioni che provengono dall´industria manifatturiera segnalano che l´attività è meno vivace dei mesi scorsi. Anche qui, però, non è dall´economia reale che vengono i pericoli più immediati. Il dubbio che insidia Wall Street è che sia in atto una stretta al credito e che si possa ormai dire addio alla liquidità facile degli anni scorsi. Il fattore d´innesco - la crisi dei mutui immobiliari - continua a fare vittime. Bear Stearns, che ha già dovuto chiudere due fondi che riciclavano mutui, ha annunciato difficoltà per un terzo. Un´altra finanziaria, American Home Mortgage, ha sospeso i pagamenti ai creditori, perché non riesce a farsi pagare dai suoi mutuatari. Una terza, Beazer, sarebbe sull´orlo del fallimento per lo stesso motivo. Al contrario di Beazer, né l´Ahm, né il fondo di Bear Stearns erano specializzati nella categoria più rischiosa di mutui e questo significa che anche singoli debitori apparentemente più solidi hanno difficoltà a far fronte ai loro pagamenti sulla casa. E l´effetto mutui sta contagiando l´intero sistema creditizio. Reimpacchettare i mutui in diverse tranches e offrirli come derivati (i Cdo) è stato un potente motore di liquidità in questi anni. Oggi, tutto il settore dei derivati sul debito è praticamente paralizzato e una quarantina di scalate azionarie sarebbero congelate per la difficoltà delle banche a finanziarle. Ma l´incubo di Wall Street è ancora un altro: buona parte di questi Cdo non sono trattati sul mercato e sono contabilizzati nei bilanci al valore nominale. Il fallimento di una finanziaria che costringesse a venderli sul mercato, creando un prezzo trasparente alla luce della crisi attuale, potrebbe dare pesanti scossoni ai bilanci di banche e finanziarie.