Massimo Lopes Pegna - Paolo Condò, Gazzetta dello Sport 2/8/2007, 2 agosto 2007
LOUISVILLE
(Kentucky)
A
vevamo un appuntamento con Angelo Dundee nella sua casa di Miami, ma da qualche giorno l’84enne allenatore di Muhammad Ali (e di altri 14 campioni del mondo) si è trasferito vicino a Tampa. Sua moglie non sta bene, i medici hanno preferito ricoverarla in una clinica specializzata, e Angelo non sopporta l’idea di starle lontano. Al telefono, la sua voce è forte ma lievemente rattristata. «Muhammad? Proprio ieri ha spedito un mazzo di fiori a mia moglie. Sulla busta c’era scritto "per la signora Dundee": pensate, dopo tutti questi anni continua a chiamarla "signora Dundee"...».
Lei l’ha allenato dal secondo all’ultimo dei suoi match da professionista. Ricorda com’era Cassius Clay, allora si chiamava così, nel ’60?
«Lo ricordo prima, nel ’59, quando andai a Louisville col mio pugile di allora, Willie Pastrano, e un bel ragazzino dallo sguardo fiero si presentò in hotel. "Mi chiamo Cassius Marcellus Clay e ho vinto il Golden Gloves": chiese di incrociare i guantoni per un round con Willie, e se la cavò molto bene».
Riuscì già a vedere il futuro fuoriclasse?
«Onestamente no, o meglio non me ne curai più di tanto perché il salto dai dilettanti ai professionisti era enorme. E io di dilettanti non mi occupavo. Lo seguii all’Olimpiade di Roma, quando vinse l’oro dei mediomassimi. Quando il Kentucky Sponsoring Group mi chiese di prenderlo, risposi subito di sì».
Sin lì lui aveva lavorato con Archie Moore, il campione del mondo in carica.
«Nella boxe due stelle non possono convivere. Archie seguiva la crescita di Ali, ma voleva mantenere una certa distanza. Ogni tanto gli ordinava di pulire la cucina, e Muhammad esplodeva: "Io non lavo la cucina nemmeno per mia madre". Non poteva durare. Noi ci trovammo subito bene perché mi piaceva la sua maniacale curiosità per ogni dettaglio: eseguiva tutto ciò che gli chiedevo, ma voleva sempre sapere perché ».
Nell’ultimo match che combatte col nome di Cassius Clay, Alì strappa il titolo mondiale dei massimi a Sonny Liston. E’ il 1964: presto o tardi, per uno che marciava come un carrarmato fin dal ’60?
«Era il momento giusto: non ci interessava la borsa, quella sera volevamo vincere. Sonny soffriva gli avversari alti e mobili. Preparammo quel match per due anni, al termine dei quali Muhammad si muoveva sul ring come nessuno, né prima né dopo, è mai riuscito».
Gli diede qualche consiglio ai tempi del rifiuto della chiamata militare, con il conseguente ritiro della licenza?
«Scherzate? Fuori dal ring, nessuno ha mai potuto dirgli cosa fare e cosa non fare. Il mio compito era prepararlo a vincere i combattimenti. Per il resto, pur essendo uno dei suoi amici più cari – figuratevi che tra noi non c’è mai stato un contratto scritto ”, potevo solo rispettare le sue decisioni: cosa che ho sempre fatto con ammirazione per il suo coraggio».
Una volta tornato sul ring, nel ’70, Alì batte Quarry e Bonavena ma perde ai punti contro Joe Frazier il match per la riconquista del titolo. E’ la sua prima sconfitta. Ne restò scioccato?
«Per niente. Fu un combattimento molto equilibrato, e le due successive vittorie su Frazier hanno chiarito chi fosse il più forte. Dopo quel match lo accompagnai all’ospedale perché temevo che si fosse rotto una mandibola. I medici volevano tenerlo sotto osservazione per una notte, ma lui si rifiutò di restare. "Devo andare a parlare con i giornalisti" disse, e tornò al Madison. Frazier, per inciso, rimase in ospedale per tre giorni...».
La vittoria su Foreman di Kinshasa fu il suo capolavoro tattico?
«Sono i pugili a vincere i match, non gli allenatori. Però qualche merito dovevo averlo anch’io, se è vero che Foreman poi tempestò di telefonate sia me che mia moglie affinché lo prendessi nella mia palestra. Molti anni dopo ho lavorato anche per George, che con me è tornato campione del mondo».
Ci sono due match di troppo nella carriera di Ali, le ultime due sconfitte con Holmes e Berbick. Perché non si ritirò prima?
«I pugili sono uomini speciali, direi unici, e hanno il sacrosanto diritto di decidere quando smettere. E’ difficile dire basta quando tutti i riflettori sono accesi su di te. E’ difficile accettare che le luci si spengano».
Come sta convivendo Ali con il morbo di Parkinson?
«Penso di poter dire che Muhammad oggi sia un uomo felice. Ha una moglie meravigliosa, Lonnie, che si prende cura di lui: le famiglie si conoscevano da sempre, le loro madri andavano insieme ai suoi match. Muhammad è capace di tutto. Io non mi stupirei se un giorno trovasse il modo di guarire dal Parkinson, salvando così tante brave persone che hanno il suo stesso male. E’ sempre stata la sua missione, aiutare la gente. E finché non tornerà a parlare, la mia voce lo farà per lui. Glielo devo, al mio migliore amico».