Sergio Romano, Corriere della Sera 2/8/2007, 2 agosto 2007
A proposito della sua risposta sulla morte di Lumumba vorrei aggiungere che il leader congolese è stato assassinato dai grandi poteri e interessi internazionali per appropriarsi della ricchezza del Katanga
A proposito della sua risposta sulla morte di Lumumba vorrei aggiungere che il leader congolese è stato assassinato dai grandi poteri e interessi internazionali per appropriarsi della ricchezza del Katanga. Diamanti. Petrolio. Il tutto mentre nel mondo si sviluppava un forte movimento neocolonialista. Lumumba non voleva diventare il servo di Bruxelles. Il suo assassinio ha condizionato lo sviluppo del Continente Africano. Assassinato insieme a Joseph Okito e Maurice Mpolo il 17 gennaio 1961 di fronte alla reazione in Europa e in Africa, fu esumato e nuovamente seppellito a 220 chilometri a Nordest di Elisabethville presso la frontiera con la Rhodesia, a Kanenga il 18 gennaio 1961. Il 21 gennaio 1961 il lavoro viene finito da due Europei e aiutanti locali con dell’acido solforico. Il giorno 22 gennaio 1961 di Patrice Lumumba, Joseph Okito e Maurice Mpolo non rimaneva assolutamente niente. Nel Congo invece rimaneva tanta povertà e migliaia di morti. Oggi sotto la guida dell’Onu ci sono nel Congo 17.000 peacekeepers provenienti da 48 nazioni per dare speranza a questa importante, ricca e strategica nazione. Oscar García oscargarcia@libero.it Caro García, un altro lettore, Massimo Mazza, mi ha scritto per sottolineare che anche i belgi, alla fine, riconobbero le loro responsabilità. Nel corso del 2001 una commissione d’inchiesta della Camera dei deputati indagò sulla morte di Lumumba raccogliendo una impressionante massa di documenti e testimonianze da cui emergono le numerose trame con cui molti esponenti dei poteri pubblici e le grandi aziende interessate alle ricchezze del Paese si misero all’opera per rovesciare Lumumba e conservare il controllo della vecchia colonia. Il rapporto venne reso pubblico nel novembre del 2001 e formò l’oggetto di una seduta plenaria della Camera, convocata per il 5 febbraio del 2002. Più tardi il governo di Bruxelles prese nota delle conclusioni parlamentari e pronunciò una sorta di confiteor. Deplorò che il governo dell’epoca non avesse preso in considerazione il problema dell’integrità fisica di Lumumba e avesse dato prova di scarso rispetto per i principi dello Stato di diritto. Riconobbe anche il coinvolgimento di alcuni membri del governo e altre personalità belghe «negli eventi che portarono alla morte di Patrice Lumumba». Non ammise una responsabilità diretta e preferì rimproverare al governo dell’epoca due errori che definì, con un certo eufemismo, «apatia e fredda neutralità », ma fece mea culpa e chiuse con un’autosentenza un capitolo di storia coloniale che aveva conosciuto tra l’altro gli spaventosi massacri del regno di Leopoldo II. Ma il problema della decolonizzazione non può essere trattato in termini esclusivamente morali e il giudizio non può prescindere da altre considerazioni. All’origine della vicenda congolese vi è la convinzione, molto diffusa nelle democrazie occidentali, che il clima politico del mondo, in epoca di Guerra fredda, non permettesse alle potenze coloniali europee di conservare il dominio diretto dei territori conquistati. Dopo il fallimento della spedizione anglo-francese a Suez nel 1956, la Gran Bretagna decise che l’unica strada percorribile fosse quella della indipendenza, e il Belgio, la più piccola, con il Portogallo, delle potenze coloniali europee, si adeguò alla linea di Londra. Ma chi accettò di rinunciare al dominio coloniale lo fece nella speranza di conservare con la sua vecchia colonia un rapporto speciale e di avere un accesso privilegiato alle sue risorse naturali. Non conosco potenza coloniale, caro García, dalla Gran Bretagna alla Francia, dal Belgio al Portogallo (l’ultimo a uscire dalla gara) che non abbia coltivato questa speranza. Persino l’Italia, dopo avere perduto le sue colonie, pensò che l’amministrazione fiduciaria della Somalia, dal 1950 al 1960, le avrebbe garantito una posizione di riguardo a Mogadiscio. In Congo l’illusione divenne tragedia. Il governo belga non era preparato alla fase di transizione, i suoi amministratori coloniali erano troppo arroganti, le sue imprese erano prive di scrupoli e la classe dirigente locale era pressoché inesistente. Come in ogni vicenda umana, tuttavia, anche in Congo l’evoluzione degli avvenimenti deve molto alla personalità dei protagonisti, alla loro mentalità e al loro stile. Il mio giudizio su Patrice Lumumba rimane quello della mia prima risposta. Anziché preparare il suo Paese alla conquista di una indipendenza non soltanto formale, combatté subito su due fronti: contro la vecchia potenza coloniale e contro il presidente della Repubblica Kasavubu. Il suo primo discorso alla presenza di re Baldovino, il 30 giugno 1960, fu un modello di intemperanza, il modo migliore per insospettire tutti coloro di cui avrebbe avuto bisogno nei mesi seguenti. E la richiesta di aiuto ai sovietici, due mesi dopo, ebbe l’effetto di proiettare il Congo nel mezzo della Guerra fredda. La sua canonizzazione da parte di Mosca, dopo la morte, fu soltanto una manifestazione di opportunismo politico. Se il Congo fosse divenuto un pupillo dell’Urss, i dirigenti sovietici non avrebbero esitato a sbarazzarsi di lui, il più presto possibile.