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 2007  agosto 02 Giovedì calendario

WASHINGTON

Per Paul Samuelson, il premio Nobel americano dell’economia, gli alti e bassi della borsa e la vendita del «Wall Street journal» a Rupert Murdoch sono due campanelli d’allarme per gli Stati Uniti. Uno per un "boom" economico che a suo parere volge alla fine, l’altro per il pluralismo dell’informazione.
Teme una recessione?
«Non per adesso. Qualche mese fa, l’ex presidente della Fed Alan Greenspan la definì probabile al 30%. Io sono più ottimista, calcolo che le probabilità siano del 10%. Ma non scommetto sul futuro perché navighiamo tra mine vaganti: l’incomprensibile ascesa della borsa, il crac dei mutui dell’edilizia, l’enorme indebitamento, e l’eccessivo deprezzamento del dollaro ».
Che cosa potrebbe succedere?
«Che il momento di pagare arrivi prima del previsto e la gente si accorga di non avere più soldi. L’indice di fiducia dei consumatori è al massimo dal ristagno dell’economia del 2001 - 2002, ma io non ne capisco il motivo. Chi dice ce non scenda di colpo?».
Perché ritiene pericolosa la vendita del Wall street journal?
«Per un centrista come me, gli editoriali del Wall street journal sono già la voce dei conservatori, la finanza, il potere e così via. Murdoch non li cambierà molto, è sulle stesse posizioni. Ma cambierà le altre pagine, perché pratica un giornalismo popolare e aggressivo, meno elitario di quello dei baroni storici dei nostri media. Penso che condizionerà anche mostri sacri del nostro giornalismo come il "New York times" il più diretto concorrente».
Che cosa si aspetta da Murdoch alla Dow Jones?
«Riduzioni del personale, sinergie e innovazioni. E’ inevitabile che in un impero come il suo quando ci sono delle fusioni si perdano dei posti di lavoro. Ma Murdoch ne può creare altri con le tv a cavo e satellitari e la stampa elettronica: è un editore globale che punta sulle notizie sportive e le informazioni economiche e finanziarie, un modello da seguire, nonostante le mie riserve. Il problema sarà la qualità e l’obbiettività».
Lei avrebbe preferito un altro acquirente?
«Certo. Prendere la Dow Jones per 5 miliardi di dollari è stato un affare, l’azienda è nei guai ma ha un grosso potenziale di ripresa. Mi sarebbe piaciuto se si fosse fatto avanti un grande investitore come Warren Buffett: politicamente è più vicino a me e ai democratici. Forse lo ha spaventato il declino della carta stampata. Ma essa incomincia a diversificarsi».
Quale è la sfida a cui devono rispondere il New York times e le altre testate tradizionali ?
«Innanzitutto quella delle nuove tecnologie da un lato e della integrità dall’altro. Ma anche della concentrazione e delle alleanze nel rispetto del ruolo sociale dei media. Mantenere la diversità è cruciale in una democrazia, non la si può lasciare ai monopoli».
Non è quello che accade in America? La Nbc, è della General electric e adesso la Dow Jones è di Murdoch.
«Fortunatamente, da noi come da voi in Italia c’è ancora una forte pluralità di voci. Ma bisogna difenderla ».