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 2007  agosto 02 Giovedì calendario

NABLUS

Se non fosse per le ragazze velate e il caldo secco che domina sulle colline della Cisgiordania d’estate, potrebbe sembrare una delle tante università europee assediate dalla polizia per reprimere le rivolte studentesche alla fine degli anni Sessanta. I cancelli di Al Najah, uno dei più frequentati atenei palestinesi (oltre 15.000 iscritti), sono sorvegliati dagli agenti delle squadre speciali in assetto antisommossa. Ogni studente deve mostrare la carta d’identità e la tessera di iscrizione. Gli ordini vengono ribaditi a lettere cubitali sugli avvisi appesi ai muri: vietati gli assembramenti, banditi i simboli politici, negati i volantinaggi, l’uso dei megafoni e qualsiasi tipo di attività che non sia strettamente accademica. «Anche i giornalisti non possono entrare. Meglio evitare le occasioni di scontro», spiega frettoloso Ala Yussef, il portavoce dell’ateneo che con fare evidentemente imbarazzato allontana i reporter stranieri (quelli locali non provano più neppure ad entrare). I motivi sono chiari per tutti. «Al Najah è tradizionalmente uno dei centri politici più attivi non solo a Nablus, ma in tutta la Cisgiordania. E oggi lavoriamo per evitare la ripresa della guerra civile », aggiunge chiedendo alle sentinelle di tenerci fuori dai cancelli.
Proprio in questo cortile assolato il 24 luglio era scoccata la scintilla potenzialmente in grado di precipitare la Cisgiordania nello scontro fratricida simile a quello che nella seconda settimana di giugno ha visto la vittoria manu militari di Hamas contro Fatah nella Striscia di Gaza. «Le autorità universitarie avevano permesso ad Hamas di effettuare un volantinaggio per denunciare l’arresto da parte israeliana dei suoi militanti in Cisgiordania. Ma ad un certo punto sono giunti gli attivisti della Shabibah (il gruppo giovanile del Fatah, ndr), il tafferuglio si è trasformato in battaglia, con spari e vandalismi. Trenta i feriti, tra loro un morto, decine gli arrestati», spiegano gli studenti. Guerra civile? La minaccia pesa come un macigno. E a Nablus si respira la tensione del conflitto irrisolto, la confusione degli slogan perduti, il sentimento di aver smarrito la strada, l’impressione che anni e anni di lotte contro l’occupazione israeliana siano improvvisamente vanificati dallo scontro frontale tra Fatah e Hamas, tra due visioni opposte dello Stato, della società, del rapporto con il mondo esterno, ma anche con la famiglia, la religione e Dio.
Per la strada i cinque o sei studenti con cui riusciamo a parlare sostengono apertamente che «i sentimenti della maggioranza della popolazione non sono cambiati. Hanno votato in massa per Hamas alle elezioni del 25 gennaio 2006 e lo rifarebbero oggi, se fosse data loro l’opportunità». Tanti lamentano la mancanza di sicurezza, i furti, l’arroganza dei funzionari dell’Olp. Il dottor Mohammad Amir Al Masri, proprietario del Nablus Speciality Hospital (la maggior clinica privata della città), accusa senza mezze parole «i dirigenti e i militanti del Fatah di farsi curare dai miei medici senza poi pagare il conto». Uno tra gli infiniti esempi degli abusi. E una delle accuse ricorrenti contro Abu Mazen è che non riesce neppure a controllare gli elementi più violenti tra i gruppuscoli armati del Fatah.
Una prova della situazione di caos arriva per noi verso le 14.30 in pieno centro città. Tre giovani con il volto coperto sparano a raffica
PUGNO DI FERRO A lato, protesta a Nablus per l’arresto di uomini di Hamas; sotto, attivisti del gruppo integralista in carcere (Ap)
di governare, non gli hanno concesso alcuna possibilità di successo», sostengono Lina Habiba e Nur Balani, due ventenni al terzo anno di economia che si dicono terrorizzate dal futuro. «I segnali sono purtroppo ormai con i loro M16 rivolti al cielo. Improvvisamente è il fuggi fuggi, i negozianti chiudono le saracinesche, la polizia resta a guardare. «Sono due fazioni che si fanno la guerra per il controllo del campo profughi di Askar. Oggi si sono sparati contro per una questione di parcheggi di auto, ma capita quasi ogni giorno», spiegano alla sede locale dello Al Quds, il maggior quotidiano della Cisgiordania.
Anche episodi come questi aiutano a capire come mai ben pochi credano ai sondaggi diffusi in queste ore dal Centro studi della stessa Al Najah, per cui il 68 per cento dei palestinesi vorrebbe elezioni anticipate e tra loro solo il 15 per cento oggi sarebbe disposto a scegliere Hamas. «Tutta propaganda. I portavoce dell’Olp fornivano gli stessi dati alla vigilia del voto l’anno scorso. Poi vennero smentiti dai fatti. La verità è che il boicottaggio economico da parte di Israele, della comunità internazionale, e gli sgambetti voluti dal presidente Abu Mazen assieme ai vecchi dinosauri dell’Olp hanno impedito ad Hamas più che evidenti. La guerra civile è inevitabile anche qui. Gaza è diventata un’entità assolutamente separata. Come se fosse un Paese diverso. Ma presto Hamas prenderà il controllo anche della Cisgiordania», dicono.
Un timore che i militanti locali di Hamas cercano per il momento di sfatare. «Non siamo pronti. Sarebbe una follia avviare lo scontro armato come a Gaza per il semplice fatto che la Cisgiordania resta sotto lo stretto controllo militare israeliano. Hanno già arrestato migliaia dei nostri militanti, spesso in collaborazione con la polizia di Abu Mazen. Qui a Nablus hanno sbattuto in cella lo stesso sindaco, Adli Yaish, che pure era solo un indipendente con simpatie per il blocco islamico. Con lui hanno preso una cinquantina dei nostri compagni più noti. Ben 42 deputati di Hamas in Cisgiordania, sui 132 membri del parlamento palestinese, sono in carcere. Per noi scegliere la via dello scontro aperto sarebbe suicida», commenta Nasser Karraz, 22 anni, iscritto al quarto anno di ingegneria, e soprattutto rappresentante di Hamas tra gli studenti. Tanta cautela è condivisa anche da Jamal Kanadilo. Un nome noto tra i vicoli stretti della casbah di Nablus. Oggi ha 36 anni, nel 1988, ai tempi della prima Intifada, si faceva le ossa tirando sassate alle pattuglie israeliane tra i ranghi giovanili del Fatah. Ma la sua analisi è pessimista, quasi una confessione di sconfitta: « ovvio che io sia perseguitato dalle immagini delle recenti violenze a Gaza. Sono fantasmi che mi accompagnano ogni notte. Ma dobbiamo essere onesti. Il Fatah è paralizzato da una lacerante crisi interna. Abbiamo perso i nostri leader. Arafat non è stato capace di creare una dirigenza in grado di succedergli. La nostra intelligence valuta che Hamas nella zona di Nablus possieda non più di 200 fucili. Noi ne abbiamo almeno 1.500. Ma i nostri uomini non pensano che ai salari, nessuno è disposto a morire per Abu Mazen. I combattenti di Hamas fanno invece del martirio una religione, sono pronti a dare tutto. Se non ci fosse Israele avremmo già perso anche in Cisgiordania».