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 2007  luglio 23 Lunedì calendario

Anno IV - Centosettantottesima settimanaDal 16 al 23 luglio 2007Pensioni Con una settimana di ritardo, e dopo una notte intera di trattative, Prodi ha presentato la sua riforma delle pensioni e l’ha sottoposta al Consiglio dei Ministri, a suo dire col metodo del "prendere o lasciare"

Anno IV - Centosettantottesima settimana
Dal 16 al 23 luglio 2007

Pensioni Con una settimana di ritardo, e dopo una notte intera di trattative, Prodi ha presentato la sua riforma delle pensioni e l’ha sottoposta al Consiglio dei Ministri, a suo dire col metodo del "prendere o lasciare". In realtà non c’è stato nessun "prendere o lasciare" perché i ministri non hanno votato e dunque ognuno s’è tenuto le mani libere per le manovre successive. Ecco il succo di quello che è stato deciso.

Scalone Nella sua riforma Prodi abbatte lo scalone attualmente in vigore, quello che prevede di andare in pensione dal prossimo 1° gennaio con 60 anni d’età e 35 di contributi. Invece dello scalone, cioè del salto improvviso di tre anni dell’età pensionabile (57 anni nel 2007, 60 dal 1° gennaio 2008), ci saranno una serie di scalini:
- dal 1° gennaio 2008, se si avranno 35 anni di contributi, si andrà in pensione a 58 anni;
- dal 1° luglio 2009 (diciotto mesi dopo) bisognerà avere come minimo 59 anni e raggiungere "quota 95". "Quota 95" significa: sommo all’età che ho gli anni di contributi. Se viene fuori almeno 95, posso andare in pensione. Quindi se uno ha 59 anni, deve avere 36 anni di contributi, se uno ne ha 60 35, 61 34 e così via.
- dal 1° gennaio 2011 (altri diciotto mesi) l’età minima diventa 60 anni e la quota 96. Quindi: 60 e 36 oppure 61 e 35, eccetera.
- dal 1° gennaio 2013 (stavolta dopo ventiquattro mesi) età minima a 61 e quota a 97.
- chi ha quarant’anni di contributi potrà andare in pensione a qualunque età;
- per chi fa un lavoro usurante (miniere, cave, turni di notte: un milione e 400 mila persone), l’andata in pensione resta a 57 anni;
- per i lavoratori autonomi, tutte le regole relative all’età anagrafica si intendono aumentate di un anno (quindi dal prossimo 1° gennaio gli autonomi andranno in pensione se avranno 59 anni e non 58, eccetera).

Guerre intestine Al testo concordato descritto qui sopra si è arrivati dopo una severa reprimenda del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, il quale ha ammonito di non aggravare i nostri conti e ha fatto sapere che il famoso "tesoretto" - cioè un paio di miliardi di euro che il governo si ritroverebbe in cassa non si sa come - in realtà non esiste, «perché un Paese col nostro debito non ha tesoretti». Mentre la sinistra estrema accusava Draghi di farsi portavoce dei "poteri forti", il ministro radicale Emma Bonino restituiva il suo mandato a Prodi, dichiarando di non poter far parte di un governo schiacciato sui comunisti. Prodi le restituiva il mandato - cioè le impediva di dimettersi - e varava il testo di cui sopra. Conosciuto il quale, Rifondazione non era contenta e farà un referendum tra i suoi per sapere se restare o no al governo (con questo sistema si arriva intanto a ottobre senza impegnarsi troppo nell’opera di contrasto). Fortemente deluso anche il Pdci. Il nuovo partito dei mussiani (neologismo derivato da Fabio Mussi, che guida i diessini contrari a entrare nel Partito democratico) ha invece detto che la riforma va bene, era il massimo, secondo loro, che si potesse ottenere. Le nuove pensioni ci costeranno una decina di miliardi l’anno fino al 2013. Bruxelles sta facendo i conti per vedere se il nuovo sistema è compatibile con i nostri conti, le agenzie internazionali Standard and Poor’s e Fitch hanno invece già dato una prima valutazione negativa. Se decidessero di abbassare il loro giudizio sul nostro debito, se cioè decidessero di giudicarlo più a rischio, potrebbe scattare un aumento del tasso d’interesse che ci viene praticato e le nuove pensioni risulterebbero assai più salate di come appaiono adesso. Il nostro debito di 1600 miliardi di euro ci costa ogni anno una settantina di miliardi, l’equivalente cioè di tre-quattro finanziarie.

Forleo Come si sa, intercettando Consorte - l’uomo che nell’estate 2005 tentò di scalare la Banca Nazionale del Lavoro - i magistrati hanno anche sentito le voci di D’Alema, di Fassino e di altri politici meno celebri che da Consorte venivano informati sui suoi movimenti e a cui Consorte sembrava anche chiedere consiglio, aiuto o solidarietà. Ora, il pubblico ministero che indaga su Consorte non può adoperare quelle registrazioni senza il permesso del Parlamento. È dunque partita, in direzione della Camera e del Senato, una richiesta del giudice per l’indagine preliminare, cioè il gip. Questo giudice è la famosa Clementina Forleo, che ha mandato le carte in Parlamento corredandole di un violento atto d’accusa verso i politici intercettati, che «all’evidenza appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti, né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata» in «una logica manipolazione e lottizzazione del sistema bancario e finanziario nazionale». La Forleo fa sapere che, se il Parlamento le concederà l’utilizzo delle telefonate, i diessini Fassino, D’Alema e Latorre, e i forzisti Grillo, Comincioli e Cicu saranno sottoposti a indagine penale. Apriti cielo! La classe politica ha reagito con suprema indignazione, respingendo ogni accusa e contestando il diritto del gip a sostenere quello che sostiene. Mastella vuol mandare gli ispettori, Bertinotti e Marini si sono lamentati per il fatto che la documentazione della Forleo sia finita prima sui giornali che consegnata agli interessati. La nuova guerra è in corso. I giuristi, però (almeno i giuristi che scrivono sui giornali, come Vittorio Grevi o Carlo Federico Grosso), sostengono che effettivamente il gip è andato al di là delle sue prerogative: accusare e perseguire compete al pubblico ministero, rispetto al quale il gip è terzo - dicono - e sostanzialmente neutrale.

Alitala La gara per Alitalia è fallita, anche l’ultimo concorrente - Air One, di Carlo Toto - s’è ritirato dichiarando che alle condizioni imposte dal governo l’azienda non è acquistabile. Mentre scriviamo è in corso una riunione dell’esecutivo per decidere che fare, anche se le strade non sono molte. Si potrebbe procedere con una trattativa privata, richiamando al tavolo i concorrenti della gara appena abortita e trattando con loro su basi diverse. Si potrebbe nominare un commissario e cercare di sfruttare i benefici della legge Marzano, già adoperata dalla Fiat (ma Alitalia ha ancora troppi soldi in cassa e questa è una condizione che impedirebbe di ricorrere alla Marzano). Il ministero dell’Economia, che è l’azionista di maggioranza, potrebbe varare un aumento di capitale e lasciare che a sottoscriverlo fosse una società terza: in questo modo l’azienda verrebbe acquisita a costo zero. C’è poi la via maestra del fallimento, che nessuno vuole imboccare. Il problema è che Alitalia vale effettivamente zero e nessuno dei possibili acquirenti (Air France, Lufthansa, gli americani di Tpg) vuole pagarla un euro più di zero. Anzi, è persino possibile che chi subentra pretenda un incoraggiamento in denaro oltre che in leggi. La società, come è noto, ha al momento più di 700 milioni di perdite e lascia sul terreno un milione di euro al giorno.

Tokyo Lunedì 16 luglio, in Giappone, un terremoto del grado 6.7 della scala Richter ha provocato nove morti e un incendio di due ore nella centrale nucleare di Kashiwakazi, la più grande del mondo. Si sono riversate in mare molte migliaia di litri di acqua radioattiva, scatenando un grande allarme nel mondo. La centrale è stata chiusa per qualche giorno, le autorità giapponesi assicurano che nessuno corre pericolo.

Turchia In Turchia le elezioni sono state vinte da un partito moderato, ma islamico, l’Akp, quello dell’attuale primo ministro Erdogan: in Parlamento avrà la maggioranza assoluta dei seggi. Ma non i due terzi, come sperava. I due terzi erano la quota necessaria per eleggere senza problemi il suo candidato alla presidenza, cioè l’islamista - moderato anche lui - Abdullah Gal. Due tentativi precedenti di eleggere Gal capo dello Stato sono andati a vuoto, in un clima di tensioni crescenti tra laici e ultraislamisti. In Turchia c’è ad ogni istante il rischio di un intevento dei militari (tutti laici), cioè di un colpo di Stato che ponga fine alla democrazia.