Guido Ruotolo, La Stampa 1/8/2007, 1 agosto 2007
GUIDO RUOTOLO
ROMA
«Perché tutto questo clamore? - dice alla Stampa il ministro della Difesa, Arturo Parisi - Mi sono limitato a ricordare che è la legge che ha sospeso e non abolito il cosiddetto servizio militare, e dunque che i comuni devono trasmettere le liste di leva agli uffici competenti dei vari ”Centri documentali” (i vecchi distretti militari, ndr). La difesa e la sicurezza del Paese sono temi che riguardano tutti i cittadini, non una parte. Non è solo un problema militare, naturalmente, la difesa è un bene a cui tutti siamo chiamati a dare un proprio contributo». Insomma, la leva potrebbe tornare.
Venerdì scorso, mentre migliaia di uomini erano impegnati nelle operazioni di soccorso per i roghi di Peschici, il ministro Parisi fece diffondere una nota: «A partire dalla constatazione che il servizio di leva obbligatorio è sospeso, e non soppresso o abolito, (...) intendo verificare che l’aggiornamento delle liste di leva venga efficacemente proseguito». E spiegava i motivi: «Assicurare l’effettiva possibilità di procedere all’eventuale reclutamento necessario per fronteggiare le situazioni di gravi crisi».
Il «sasso» gettato dal ministro Parisi ha smosso le acque. Gli addetti ai lavori pongono il problema che il generale di Corpo d’Armata, Carlo Cabigiosu, sintetizza in questi termini: «Sicuramente una nazione come l’Italia che ha delle ambizioni di politica estera, che esprime anche attraverso la partecipazione alle missioni all’estero (con circa ottomila uomini, ndr), ha bisogno di un congruo numero di soldati per adempiere a questi impegni. Se si procede ad ulteriori tagli di soldati professionisti è necessario pensare a una riserva addestrata e organizzata. Se questa riserva si dovrà modulare sul modello dell’esercito territoriale inglese, su quello della riserva americana o dell’esercito popolare svizzero è tutto da vedere». Aggiunge un altro generale di Corpo d’Armata, Fabio Mini: «Il problema è mantenere in vita le strutture che in caso d’emergenza potrebbero far ritornare la leva. Se questa emergenza si presentasse subito, la mobilitazione avrebbe un altro canale in caso di impiego».
Ma il richiamo di Parisi, spiegano alla Difesa, avrebbe non solo un valore pratico ma anche un valore «culturale e politico». Confermando così che il tema della leva è posto sul tappeto.
Le forze armate della riforma che ha cancellato - anzi sospeso - i militari di leva, devono fare i conti con i tagli e l’impegno nelle missioni all’estero. Non è un mistero che lo Stato maggiore della Difesa voglia procedere a un «taglio» di 30.000 uomini. Era il primo gennaio del 2005 quando la «naja» cessava di esistere (momentaneamente). Il modello della Difesa stabiliva che le forze armate dei professionisti si dovesse modulare su una quota iniziale di 190.000 addetti, ma adesso allo Stato maggiore già si parla esplicitamente di ridurre la forza totale di altre 30.000 unità
Silvana Pisa, Sinistra democratica, segretario della commissione Difesa del Senato, prova a sintetizzare: «I militari che si pensa di sacrificare sono quelli di fascia d’età adulta, i cinquantenni per capirci, e questi uscirebbero dalle forze armate attraverso scivolamenti, prepensionamenti, trasferimenti ad altre amministrazioni dello Stato, come la Protezione civile, o la Difesa civile. L’attuale modello prevede la possibilità di una ferma breve, undici mesi, e di una prefissata, tre anni che arriverà a quattro. La Difesa ha creato così un esercito di ventimila precari dai quali quali attingere, attraverso un concorso, le migliori energie da stabilizzare in servizio».
La realtà è ancora più «amara», secondo i dati forniti dalla Difesa: la forza totale impiegata nel 2006 era di 196.827 unità, che entro il 2007 doveva assestarsi a 190.000. Ma a fine anno, invece, i numeri saranno diversi: 186.668. Sempre a proposito di tagli di soldati, 7.000 riguarderanno la ferma breve, 5.000 quella prefissata.
Ecco perché se la linea di tendenza è quella di «risparmiare» sui militari professionisti - Parisi e il governo sono impegnati a innalzare il bilancio della Difesa dall’attuale 0,95 all’1,3-1,5% del pil - e di investire in tecnologie, mezzi e armamenti, la questione del ripristino della leva non è poi tanto un problema «culturale» del futuro. E’ già sul tappeto. Dice il generale Cabigiosu: «Se anche ci fosse una chiamata di leva occorrerebbe un tempo sufficiente per addestrare questi giovani e portarli a livello dei militari professionisti».
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