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 2007  agosto 01 Mercoledì calendario

MARCO BELPOLITI

Prima di partire per le vacanze, prima di un viaggio, o solo per curiosità, il signor Rossi smanetta sul suo computer. Si collega a Google, intercetta Google Map e Google Earth. Scarica immagini e cerca di vedere sempre più a fondo dentro lo schermo: mappe, strade, edifici, percorsi. Guarda anche l’edificio dove si trova ora, dallo spazio, con il satellite. Penetra sino dove è possibile con lo zoom. Ci sono milioni di persone come lui che nel corso di questa giornata scrutano dall’alto la propria posizione presente e futura. Una mania di massa. E poi quando sale in macchina il signor Rossi s’affida al navigatore che ha installato nella sua autovettura. Le tecnologie Gps (Global Positioning System) hanno rivoluzionato l’uso delle cartine. Il mondo visto prospetticamente, con il punto di fuga al centro dell’immagine, è oggi dominante. Via mappe di carta, guide da consultare (ci sono, ma sono un complemento, non la risoluzione dei problemi viari). Ora la stampata deposta in auto, vicino al guidatore, o in mano a chi lo accompagna, è lo scout più sicuro dentro il traffico, verso la città delle vacanze, alla ricerca di una osteria o di un piccolo albergo.
Le carte geografiche satellitari sono diventate il grande specchio in cui ci guardiamo sempre più spesso. Google mette a disposizione dei viaggiatori, più o meno sedentari, 50 mila mappe, e i suoi programmi cartografici sono già stati scaricati 250 milioni di volte. Un ricercatore californiano, alla frenetica ricerca di una abitazione da comprare, si era creato una mappa delle case in vendita zona per zona. Trasferito in «java script», il programma era stato acquisito da Google. Computer, Internet e macchina digitale collaborano per rendere sempre più estesa la visione cartografica dei luoghi e degli spazi. Collegata a una funzione che nota longitudine e latitudine degli oggetti fotografati (edifici, vie, case, strade, campi ecc.), la cartografia diventa un gioco da ragazzi, o almeno tale sembra a chi la pratica: tutto facile, tutto a portata di mano. Ma è davvero così?
Come ci ricordano i geografi, quelli veri, di professione, in realtà le carte geografiche spesso mentono. Scrive Alessandra Spada in Che cos’è una carta geografica (Carocci), rapida guida al tema, uscita di recente, «la carta geografica non è una rappresentazione imparziale e scientificamente attendibile di un territorio». Si tratta infatti di uno strumento ambiguo, in cui prevale un certo punto di vista che coincide con quello del committente della carta o dell’autore; più o meno inconsapevolmente essi trascrivono nel manufatto di carta, o digitale, le relazioni di potere implicite nel territorio o di cui loro stessi sono portatori. Detto altrimenti, la rappresentazione di un luogo nello spazio, una carta, ad esempio, è sempre il frutto di una selezione e una selezione implica una scelta. difficile vedere questo scarto, dal momento che l’oggettività di una carta sembra imporsi, ma si tratta di una oggettività che è prima di tutto praticità: questa è davvero la via, la strada, l’edificio, la città, il territorio. Alessandra Spada ci aiuta a ricostruire come si è creata nel corso dei secoli questa idea di mappa, a partire dal mondo greco, per passare attraverso l’età delle scoperte geografiche e dei grandi viaggi, sino ad approdare alla cartografia democratica degli ultimi anni, quella di Google.
Le carte in verità sono dei racconti, somigliano più a fiabe che non a formule matematiche, che a loro volta sono delle «piccole forme»: narrano con segni, colori, sfumature mondi reali o immaginari, presenti, passati, futuri. Sono delle percezioni trascritte. Uno dei grandi geografi contemporanei, John Brian Harley, autore di The History of Cartography (University of Chicago Press) ha definito le mappe: «rappresentazioni grafiche che facilitano una comprensione spaziale di cose, concetti, condizioni, processi o eventi nel mondo». Se si guardano le incisioni rupestri della Valcamonica, le mappe su pietra, la celebre Mappa Bedolina, questo è assolutamente evidente; più difficile farlo con le Mappe di Google, che si presentano a noi come visioni progressive, schermate, occhi che penetrano nella realtà e ce la restituiscono a distanza: cannocchiali, piuttosto che carte. Ma a ben pensarci, anche le favolose schermate del signor Rossi in partenza per il mare sono delle interpretazioni, meglio delle rappresentazioni alfanumeriche della realtà, non la Realtà stessa.
I Greci, Strabone in particolare, avevano ben chiara l’idea che la geografia fosse un sussidio per la storia, che avesse un fine pratico e descrittivo, e dunque un valore decisamente politico: serviva a edificare le città, a fare le guerre. La grande svolta nella rappresentazione del mondo avviene con la nascita della cartografia-matematica, quando si riscopre, a partire dal XV secolo, la sfericità della terra e si definiscono le teorie delle proiezioni: diventa possibile rappresentare i luoghi come omogenei tra loro. Ecco la grande invenzione: l’omogeneità dello spazio metrico, da Mercatore a Google Map. Il determinismo geografico, come lo chiama Franco Farinelli, nasce qui. Lo studioso, che insegna all’Università di Bologna, nella voce che ha scritto per il Grande dizionario enciclopedico Utet (1991) spiega questo: lo spazio geografico non esiste, è una nostra invenzione presa per oggettiva, trasformata in scienza.
Ci sono molti modi per rappresentare le distanze, come ci hanno mostrato le geometrie non-euclidee a partire dalla fine dell’800: mappe diverse dei medesimi luoghi, utilizzando, per fare solo un esempio, la geometria frattale di Mandelbrot (1975). L’introduzione dei Gis (sistemi informativi geografici), scrive Spada, equivale all’introduzione della stampa a caratteri mobili: democratizza la cartografia. Salta l’idea di mappa e si impone quella della «visione». L’effetto è quello di scompaginare il senso cartografico, di disordinarlo; emerge in modo prepotente la scoperta della natura casuale degli eventi anche in campo cartografico: niente è più certo. Internet ci porta più vicini all’irregolarità, alla casualità e dunque al grande disordine del mondo: il mondo è frutto dei nostri sguardi, delle nostre occasioni di viaggio e di spostamento. là perché noi siamo qui.

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