Gazzetta dello Sport 28/07/2007, Massimo Lopes Pegna, Paolo Condò, 28 luglio 2007
A 70 anni sgomma a 600 km all’ora. Gazzetta dello Sport 28 luglio 2007. SALT LAKE CITY (Utah). Il gesto è automatico, impensabile non farlo: indice in bocca per inumidirne la punta, rapido contatto col terreno, e la lingua assaggia curiosa la polverina bianca rimasta attaccata al dito
A 70 anni sgomma a 600 km all’ora. Gazzetta dello Sport 28 luglio 2007. SALT LAKE CITY (Utah). Il gesto è automatico, impensabile non farlo: indice in bocca per inumidirne la punta, rapido contatto col terreno, e la lingua assaggia curiosa la polverina bianca rimasta attaccata al dito. E’ proprio sale. Un’immensa, sconfinata, vertiginosa, irreale distesa di sale sotto i nostri piedi. L’adorabile nonnetto che ci ha guidati fin qui sorride con la faccia di chi la sa lunga. «Ci facciamo una corsetta?». Non deve ripeterlo. Si salta in macchina, una berlina presa a nolo ancora nell’Oregon, e si parte a tavoletta su questa folle tovaglia bianca: in breve il tachimetro tocca le 120 miglia, qualcosa più di 190 chilometri all’ora, velocità che in qualsiasi altro posto d’America ci costerebbe la galera. Qui no, qui si può. Al Bonneville Salt Flats si può. E una simile ebbrezza non l’abbiamo provata molte altre volte. IL ROYAL PURPLE Riportiamo l’orologio indietro di due ore. Salt Lake City, capitale dello Utah, una (bella) città nella quale convivono la chiesa dei mormoni e il culto dei pistoni. L’adorabile nonnetto si chiama Wes Potter, ha 75 anni ed è il segretario dello Utah Salt Flats Racing Association. Entusiasta del fatto che anche in Europa si conosca il suo parco dei divertimenti, ci ha organizzato una visita al garage più riservato della zona, quello in cui Terry Nish custodisce il Royal Purple. Terry è un portentoso 70enne che ha dedicato la vita sua e quella della sua famiglia a una specialità che si chiama Landspeed, velocità su terra: costruisce macchine – è ancora possibile chiamarle così, e vedremo perché – in grado (fin qui) di correre sino a 386 miglia, circa 617 chilometri orari. Terry è consapevole e assolutamente felice di convivere con un’ossessione, il record che i fratelli Summers stabilirono il 12 novembre 1965 con il loro «Goldenrod»: 409.277 miglia orarie. «Considerata l’epoca nella quale venne stabilito il primato, quella vettura è uno dei massimi capolavori di ingegneria della storia. Per me, superare il record equivale alla ricerca del Sacro Graal: ci ho provato io, ci hanno provato i miei tre figli, e il primogenito Mike, che ha corso anche a Indianapolis, ci riproverà a settembre. Può darsi che questa mia fissazione abbia in qualche modo "obbligato" i ragazzi a mettersi il casco e allacciarsi le cinture, ma non lo credo: nelle vene dei Nish non scorre sangue, scorre benzina. E comunque non so quanto tempo ancora ci vorrà, ma ce la faremo. Guardate qui...». In un angolo del garage c’è un go-kart rosso fiammante, con un grosso motore e un accenno di carrozzeria: «Bello, vero? L’ho costruito io, è il regalo per mio nipote Andrew. Sta per compiere nove anni...». Se Mike dovesse fallire, un giorno toccherà a lui. I SALT GREMLINS Il lago salato dello Utah ospita i tentativi di record dal 1937: ci sono decine di categorie, a seconda dei motori e delle benzine usate, e il primato assoluto venne stabilito nel ’70 da Gary Gabelich, primo a varcare la barriera dei 1000 chilometri orari (1014, pari a 630 miglia) col suo Blue Flame. Nel ’97 Andy Green si è spinto addirittura a 1223 (760 miglia), superando per primo il muro del suono (mach 1.016), su un altro lago secco, quello di Black Rock Desert, nel Nevada. «Ma sono primati ottenuti con motori da aereo – minimizza Nish ”, non sono il mio genere. Il Royal Purple utilizza un motore aspirato, ha i pistoni, insomma è una macchina. Rispetto gente come Gabelich e Green, sia chiaro, chi ha il fegato di spingersi a quella velocità merita tutti gli onori: ma il nostro è uno sport, il loro no». Detto questo, Nish accende i riflettori sul suo prototipo, il Royal Purple, una specie di siluro posato su quattro cavalletti senza motore e scocca, piazzati qualche metro più in là sui loro sostegni. Le ruote sono prive di battistrada, l’abitacolo è quello di un jet militare, ogni parte del telaio è lucidata a specchio. «L’ho costruito pezzo per pezzo, e ogni anno apportiamo qualche piccola miglioria per aumentare la velocità. Eppure non ce l’abbiamo ancora fatta. Colpa dei salt gremlins...». Ovvero i folletti del lago salato, come vengono chiamati i minimi cambiamenti delle condizioni del terreno di gara che costano il successo dell’impresa. Terry Nish e Wes Potter, che l’ascolta quasi religiosamente, sono tipi molto americani, nel senso che inseguono con la determinazione dei pionieri un traguardo che tanti giudicherebbero insensato. «Questa storia mi ha portato via un sacco di quattrini, perché il ritorno economico è molto modesto- racconta Terry - ma le passioni non hanno prezzo: a settembre mi rimetterò il casco anch’io, perché voglio diventare il settantenne più veloce della storia». La famiglia Nish produce parti di macchinette per distribuire bibite, ha 38 brevetti ed è fornitrice di Coca e Pepsi-Cola: i soldi per assecondare la passione del boss – uomo veramente simpatico – non mancheranno mai. «Vi faccio vedere cosa significa andare a quasi 400 miglia all’ora»: Terry scarta un dvd e lo introduce nel lettore, è il filmato dei tentativi dell’anno scorso. Ci sono due telecamere. La prima è interna e punta il pilota: Mike Nish regge il volantino da Formula 1 dando impercettibili colpetti per tenerlo sempre in posizione. La seconda è esterna, piazzata sopra il tubo di scappamento: la velocità alla quale si allontana il campo base è impensabile. C’è anche il video dell’incidente occorso a Pam Curtis, la donna più veloce eccetera eccetera: a 287 miglia le si è staccata una ruota, il Royal Purple s’è impennato e per fortuna è ricaduto sulla pancia, è andato in (numerosi) testacoda e mezzo miglio dopo s’è fermato. Pam non s’è fatta niente. «Capite il perché del lago salato? Non esistono altri luoghi nei quali non ci sia niente da urtare per miglia e miglia». LA CORSA Wes, immagina dove vorremmo andare adesso? Gli occhi del nonnetto- sprint brillano: «Lo sapevo da quando mi avete telefonato». Due ore a 60 miglia verso ovest, ed ecco il Bonneville Salt Flats. La freeway 80 è una sottile lingua d’asfalto persa in un oceano di bianco, dall’aereo deve sembrare un tratto di penna tirato col righello su un foglio candido. A un certo punto si devia su una pista ancora più stretta, che disegna un’ampia curva depositandoti in mezzo al niente. Non siamo soli: quattro motociclisti sono venuti, come noi, a provare l’ebbrezza di una corsa sul lago secco. Ci scambiamo sorrisi complici. «Questa è la Terra Santa della velocità» sussurra Wes, ed è un grande momento. Ci sono solo tre colori, tutti di intensità abbagliante: il bianco della distesa salata, l’azzurro del cielo terso, il marrone delle montagne lontane. «Andiamo?». Andiamo. Massimo Lopes Pegna, Paolo Condò ****** UN RETTILINEO DA RECORD LUNGO 19 CHILOMETRI SI FRENA COL PARACADUTE. Il rettilineo di Bonneville è lungo 12 miglia (19 chilometri): le vetture ne devono percorrere 6 in un senso e 6 nell’altro, la velocità omologata è la media dei due tratti, un chilometro si percorre in circa 5 secondi e mezzo. Lanciato a 400 miglia orarie (643 km/h), un prototipo può poi rallentare grazie al doppio paracadute: i freni vengono utilizzati soltanto quando la velocità è scesa di molto.