La Repubblica 31/07/2007, pag.37 Gianni Mura La Repubblica 31/07/2007, pag.37 ROLAND BARTHES La Repubblica 31/07/2007, pag.38 EDMONDO BERSELLI La Repubblica 31/07/2007, pag.39 GIANNI CLERICI, 31 luglio 2007
ARTICOLI
sul TOUR
Un mito finito nella polvere. La Repubblica 31 luglio 2007. PARIGI. Per i francesi il Tour non è solo la grande festa di luglio, come ha detto Sarkozy. Non è solo un avvenimento sportivo che rappresenta in qualche modo il paese, ne dà un´immagine nel mondo. Il Tour, semplicemente, è la Francia. Come la baguette, la voce di Edith Piaf, il pastis, le gauloises. come una Marsigliese a pedali, come uno specchio in cui la Francia si guarda, e si piace.
A volte, come quest´anno, si piace un po´ meno. Per dirla tutta, sono diversi anni che si piace un po´ meno, cioè da quando sulla maglia gialla pesa il dubbio o la certezza del doping. Maglia gialla è un termine sbrigativo, che usiamo noi cronisti. Per i corsivisti ispirati, è «la tunique de lumière», una luce invasa dalle ombre. Riis, Ulrich, Pantani, il settennato di Lance Armstrong, e poi Landis, e adesso Contador. Dal tempio, ormai invaso dai mercanti di ogni genere di mercanzia, sono stati cacciati per doping Vinokourov e Moreni, per aver detto bugie Rasmussen. E se ne sono andati, per disgusto, per non fare da cassa di risonanza all´avvenimento, prima tutti gli inviati della tivù tedesca e poi quelli di France Soir. La mia posizione spero di averla già chiarita: considero un dovere raccontare la corsa, nel bene e nel male. Le invocazioni a fermare il Tour le ho già sentite nel ´98, con lo scandalo della Festina rispedita a casa per doping di squadra.
Brutto episodio, ma quando si vede Richard Virenque, che di quella squadra era capitano, firmare autografi come un divo del cinema (ha seguito la corsa come commentatore di Eurosport) sembra che molti l´abbiano rimosso.
Invece, il Tour ha rischiato seriamente di chiudere nel 1904, al suo secondo anno di vita. Ovviamente non c´era controllo antidoping (quello cominciò nel ´68, la stagione successiva alla morte di Tom Simpson sulle pietraie del Ventoux) e nemmeno la tivù. Ma vincere a tutti i costi era già l´imperativo. Per uscire dalla povertà, per diventare famosi. Per dimostrarsi i più forti. Per questo che un gruppo di tifosi di Faur dopo il passaggio sul Col de la Republique, fuori St. Etienne, aggredì il resto del gruppo.
Maurice Garin, il valdostano vincitore del primo Tour, ricevette un sasso in faccia, una bastonata al ginocchio destro e altre due sulle braccia. Andò peggio a Giovanni Gerbi, l´astigiano chiamato Diavolo rosso, primo ciclista nella storia a depilarsi le gambe. Il suo ricordo ispirò la canzone omonima a Paolo Conte. Una legnata gli troncò un dito sul manubrio, altri colpi li prese in testa. Cadde svenuto e per salvarlo dal linciaggio qualcuno del seguito sparò qualche colpo di pistola in aria. Colpi di pistola anche a Nimes, quando dovette intervenire l´esercito per far passare il gruppo. Le tappe erano lunghe, si correva anche di notte. Alcuni corridori prendevano una scorciatoia, altri un treno. Altri avevano amici che cospargevano la strada di chiodi e cocci di vetro prima che arrivassero gli inseguitori. Altri ancora stringevano in bocca un rudimentale congegno di sughero e fil di ferro e andavano al traino di auto compiacenti. Molto dopo la conclusione (in novembre) i primi quattro della classifica finale furono cancellati. Erano Maurice Garin, primo, suo fratello Cesar, terzo, più Pothier e Aucouturier. La vittoria andò al quinto, il ventenne Cornet, che a coprire le sei tappe (2.428 km) aveva impiegato tre ore più di Garin. Géo Lefèvre, uno degli organizzatori, che non aveva il carisma di Desgrange ma molto più cervello, indicò una soluzione. Tappe più corte, e quanto più possibile diurne.
Se nel 1904 la tappa più corta fu una Tolosa-Bordeaux di 268 km e la più lunga una Parigi-Lione di 467 nel 1905 troviamo una Rennes-Caen di 171, la più lunga Grenoble-Tolone di 342.
Ho sintetizzato molto quel Tour 1904. Ci si poteva scrivere un libro (anzi, Jacques Seray l´ha scritto). Ma è qui che si trova un punto-chiave, dibattuto a distanza di oltre un secolo. Sono la lunghezza, la durezza delle tappe del Tour e il Tour nel suo complesso a rendere più forte, quasi ineludibile, la tentazione della truffa, dell´aiuto chimico o no? per questa strada senza limiti che si va più in alto, più veloce, più forte, come del resto recita il motto olimpico creato dal barone De Coubertin? Allora non c´era un´industria del doping che fatturava miliardi, adesso sì. Allora un asino impasticcato non poteva battere un cavallo, adesso sì. Ma credo che sia la competizione a spingere al doping, e una deviata cultura dello sport, non la durata della prova. In atletica, ne hanno pizzicati, dai centometristi ai maratoneti. E nei velodromi ci si arrangiava non solo alle Sei Giorni, dove si dorme poco e si gira in tondo come cavalli della giostra, ma anche nei tornei di velocità pura. E la cocaina, già chiamata «la neve», circolava al Tour del ´24. I fratelli Pellissier ne mostrarono un flaconcino al giornalista Albert Londres. I due si erano appena ritirati per sottrarsi a un controllo non antidoping ma di maglioni. Il Tour era nato con uno spirito da caserma: temprare la meglio gioventù attraverso prove durissime, con regolamenti a volte scriteriati o disumani. Per esempio, se si partiva di notte, al freddo, e un corridore indossava due o tre maglioni, con quelli doveva arrivare, anche sotto un sole africano. Se si liberava di un indumento, o ne aggiungeva uno, scattava la penalizzazione. Il suo spirito da caserma, ancor più sciovinista, Desgrange lo esprimerà a piena voce nel 1914, scrivendo: «Ragazzi miei di Francia! Ascoltatemi bene! Dovete batterli, quei maiali! Non è possibile che un francese soccomba davanti a un tedesco. una grossa sfida quella che vi attende. Colpiteli senza pietà! tempo di farla finita con questa gentaglia che da 44 anni ci impedisce di vivere, di amare, di respirare e di essere felici. Abbiamo vinto la prima manche a Iena, loro la seconda a Sedan. A noi la bella, se saprete volerlo come solo i francesi sanno volere».
Tra quelli che vollero e non tornarono a casa ci sono anche vincitori del Tour. Il lussemburghese Faber, il gigante buono, che s´era arruolato nella Legione straniera. A Garency era uscito disarmato dalla trincea per soccorrere un compagno ferito, se l´era caricato in spalla, lo fermò una palla in fronte. Non tornò Octave Lapize, pilota, abbattuto sopra Verdun. Fu lui a gridare «Assassini» agli organizzatori, la prima volta che si scalò il Tourmalet. Non tornò Petit Breton, saltato in aria insieme all´ambulanza che stava guidando.
Chi va in fuga è un coraggioso solo nel ciclismo. Nel ciclismo l´atleta si sublima fino all´eroismo. Roland Barthes, spigolando fra i vari miti, non poteva non occuparsi del Tour. Per lui, la grandezza non stava solo nella vittoria di un uomo sugli altri, ma anche in quella di quell´uomo su se stesso (sofferenze, crisi, stanchezza), sugli elementi ostili (il caldo, il freddo, la pioggia, la neve), sulle difficoltà naturali (le strade sconnesse, le grandi salite, le discese a tomba aperta) e sul caso (cadute, forature). Così, da sinistra, Louis Aragon, allora direttore di Ce Soir evocò nel ´47 la partenza del Tour: «Era per me una cerimonia legata con altre ere, altri secoli senza biciclette e senza sport. L´arrivo dei concorrenti e dei tifosi nella notte calda, tutto questo mi sembrava una festa d´estate come certe feste pagane, cui si mescolavano la mitologia moderna e quell´odore di asfalto e benzina che impregnava la Port Maillot. Di Tour ne ho visti passare tanti, in Bretagna, sulla Costa Azzurra, sulle Alpi. E nei luoghi deserti che il passaggio folle di questa carovana sperduta è singolare. C´è un momento strano, sul Lautaret come sul Tourmalet, quando passano le ultime auto, l´ultimo corridore che si spolmona, ed è il momento in cui torna il silenzio, e la montagna riprende il sopravvento sull´uomo».
Questo doveva essere il Tour del rinnovamento e non lo è stato. Ma la gente, tantissima, come sempre, sulle strade, non ha disertato. In vetrina sono andate antiche abitudini e molti veleni. La corsa è partita dal cuore di Londra e si è conclusa nel cuore di Parigi. Ma è in mezzo che c´è la sua forza, le sue radici, la Francia profonda, dai campi di patate del Pas de Calais a quelli di lavanda della Provenza, dalle spiagge di Dunkerque ai pascoli pirenaici, dalle vigne di Chablis ai girasoli del Gers. per questo che il Tour non chiuderà e non morirà mai. Solo due guerre mondiali l´hanno interrotto, ed erano faccende più serie di una guerra al doping, sacrosanta e non facile da vincere. Chiudere il Tour sarebbe come cancellare la Francia dalle carte geografiche. Pas possible, voyons.
Gianni Mura
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Tour. La Repubblica 31 luglio 2007. Credo che il Tour sia il miglior esempio che abbiamo mai incontrato di mito totale, perciò ambiguo; il Tour è contemporaneamente un mito di espressione e un mito di proiezione, realistico e utopistico in una sola volta. Il Tour esprime e libera i francesi attraverso una favola unica in cui le imposture tradizionali (psicologia delle essenze, morale della lotta, magismo degli elementi e delle forze, gerarchia dei superuomini e dei gregari) si mischiano a forme di interesse positivo, all´immagine utopistica di un mondo che cerca ostinatamente di riconciliarsi mediante lo spettacolo di una chiarezza totale dei rapporti tra l´uomo, gli uomini, e la Natura. Nel Tour è viziata la base, i moventi economici, il profitto ultimo della prova, generatore di alibi ideologici. Ciò non toglie che il Tour sia un fatto nazionale affascinante, nella misura in cui l´epopea esprime quel momento fragile della Storia in cui l´uomo, anche maldestro, gabbato, attraverso favole impure intuisce ugualmente a suo modo un perfetto adeguamento tra sé, la comunità e l´universo.
ROLAND BARTHES
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L´EPOPEA ITALIANA SULLE STRADE DI FRANCIA. La Repubblica 31 luglio 2007. Visto dall´Italia, il Tour de France è sempre circonfuso da un alone di grandezza. Le sue lunghe tappe di pianura, su cui si stagliavano le salite delle Alpi e dei Pirenei, sembravano fatte apposta per alimentare i grandi racconti: da una parte i percorsi per i velocisti, nell´estate francese in cui il sole scioglie l´asfalto; dall´altra cime epiche come il Ventoux, l´Izoard, il Tourmalet, l´Aubisque, il Galibier, il cui solo nome risveglia ricordi, drammi, imprese. E non c´è bisogno di riandare alle cronache degli anni subito dopo la guerra, cioè alla vittoria di Gino Bartali nel 1948, successiva all´attentato a Togliatti e quindi subito leggendaria, con il terziario carmelitano Ginettaccio accreditato come salvatore della patria (mentre l´anno dopo, e nel 1952, toccò al Campionissimo, il "laico" Fausto Coppi, sbancare la "Grande Boucle").
Logico che questa supremazia italiana potesse ispirare a Paolo Conte quel verso, mille volte citato, che mette il dito «tra i francesi che si incazzano», sempre a proposito di Bartali. Ma c´è da dire che l´ammirazione per l´esotica Francia doveva qualcosa al gusto tutto transalpino di adottare i vincitori, «Bartalì», «Faustò»: perché sarà vero che i francesi sono sciovinisti, ma per cultura ed eleganza non resistono al fascino del campione.
Tanto più che si dovette aspettare qualche anno per vedere un altro italiano concludere il Tour in giallo, e fu una vittoria lentissima, lunga, infinita, quella di Gastone Nencini nel 1960. Niente come il Tour sa creare identità mitologiche: l´anno prima era toccato allo scalatore Federico Bahamontes, un nome che vuol dire "scavalcamontagne", soprannominato "l´Aquila di Toledo". Per il toscano Nencini, inevitabilmente "il Leone del Mugello", il Tour fu consacrazione internazionale dentro una carriera costellata di trionfi e di traversie. Fu maglia gialla già nella seconda e terza tappa, e poi dalla decima fino al traguardo di Parigi, per dodici eterni giorni, in un´attesa che diventava spasmodica.
Fu un´edizione del Tour da ricordare almeno per due eventi: perché il generale de Gaulle volle salutare il plotone, nella tappa Besançon-Troyes (il gruppo si fermò a Colombey-le-Deux-Eglises, a rendere omaggio all´artefice della Quinta Repubblica); ma sul piano dello sport e della vicenda umana il Tour di Nencini, discesista eccezionale, fu segnato dalla tragedia di Roger Rivière, il bravissimo passista francese che per inseguire Nencini nella discesa del Col du Perjuret finì fuori strada, con un volo di una ventina di metri, restando paralizzato per tutta la sua breve vita.
Era l´epoca della squadre nazionali, e basta osservare l´organico della compagine italiana di allora per riscontrare un tasso elevatissimo di classe: c´erano velocisti come Pierino Baffi e Nino Defilippis, passisti come il campione del mondo Ercole Baldini, scalatori come Imerio Massignan, atleti versatili come Arnaldo Pambianco e Graziano Battistini (quest´ultimo giunse secondo nella classifica generale, a cinque minuti da Nencini, a coronare il trionfo italiano).
Vincere il Tour voleva dire battere la concorrenza nella più grande corsa a tappe del mondo. Proiettare la propria carriera nella storia. Occorsero cinque anni per rivedere un italiano sul gradino più alto del podio, e quella volta si trattò di una vittoria inattesa e perciò colossale: anche perché il protagonista, Felice Gimondi, non aveva ancora 23 anni.
Era arrivato terzo al Giro d´Italia, alle spalle del suo capitano Vittorio Adorni: alla sua prima prova da professionista, con la Salvarani, e non sembrava avere grandi possibilità. E invece, sbaragliò la concorrenza: riuscì a contrastare Raymond Poulidor, l´eterno secondo soprannominato "Pou Pou", in una cronoscalata in cui aveva avuto problemi al cambio che potevano risultare fatali; resistette sul Ventoux, la terribile montagna di Petrarca, e nella cronometro finale, da Versailles a Parigi, il ragazzo bergamasco apparve una macchina perfetta, potente, regolare ed esatta. Vinse con quasi tre minuti sul povero Poulidor, l´idolo popolare condannato alla sconfitta. Il terzo posto di Gianni Motta fu un sigillo ulteriore sul successo italiano.
Di nuovo i francesi si innamorarono di quell´atleta taciturno e modesto, divenuto immediatamente "Jimondì", simbolo di dedizione allo sport, di umiltà e di orgoglio, nonché portatore di classe purissima (Gianni Brera scrisse con ammirazione che Felice, suo «enfant du pays», aveva il fisico di un quattrocentista di valore mondiale). Gimondi non avrebbe tradito le attese: pur sovrastato dalla forza e dalla classe immensa di Eddy Mercks, avrebbe sempre combattuto con ogni stilla di energia, fino a vincere il campionato mondiale nel 1973 sul circuito del Montjuich a Barcellona, battendo con una furibonda volata proprio Mercks e Maertens.
Da quella vittoria nel 1965 il Tour divenne un´avventura impossibile per le squadre italiane. Ci vollero più di trent´anni per rivedere un italiano in maglia gialla a Parigi: era il 1998, e l´immagine di Marco Pantani scatenato in salita, che stacca Jan Ullrich sulle rampe che portano a Les-Deux-Alpes rimane ancora nella memoria: a dispetto di tutto, della tragica fine di Pantani, del doping, del Barnum farmacologico che ha reso il ciclismo una fiera del diavolo. Mal che vada, resterà nel ricordo l´idea di italiani che su due ruote si battono contro il resto del mondo, là sulle strade di Francia, pronti a essere amati in Italia e adorati a Parigi.
EDMONDO BERSELLI
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LA SCONFITTA DELL´UOMO BIONICO. La Repubblica 31 luglio 2007. Tanto meno difeso del calcio da una mafia trasversale, che va dalla politica all´economia, dalla religione pagana alle falangi ultras, il povero ciclismo sembra tirare le cuoia dopo le ultime disavventure, le ultime indagini, quelle sì , rigorose. Del ciclismo io sono un non addetto, per aver partecipato a due soli Giri, e a qualche tappa del Tour. Ma son stato, sono, grande amico e lettore di Gioan Brera e di Mario Fossati, i meglio del nostro giornalismo specializzato. Già ai loro tempi, e cito Brera, qualche dubbio sul menu di Coppi ce l´avevano, mentre per Bartali Gioan sosteneva che l´autentico doping fosse la fede.
Quanto a me, occasionale scriba di atletica leggera, l´immagine più viva di illiceità venne a visitarmi non durante una Milano-Sanremo, ma su una pista di atletica di Seul, in Corea. Sotto i mie occhi increduli, Ben Johnson correva imprendibile davanti a un gruppo che pareva trascinare nella sua scia. Le gambe mulinavano gonfie di muscoli, il petto era una prua fendiflutti, le palme tese tagliavano l´aria quasi timoni direzionali. Passò il traguardo, e, mentre gli altri stavano piegati sfiatati vinti, e dal sotto in su lo guardavano invidiosi e ammirati, alzò le braccia in un gesto di ovvietà, ancor prima che di trionfo. Mi attaccai al telefono, e al mio caporedattore annunciai: «Ben Johnson ha vinto ridendo» e, subito dopo: « dopato sino alle orecchie. quello che voglio scrivere» Seguì una discussione che si corruppe in lite. Fu, quello, il mio primo ed ultimo articolo a venire cestinato da un bravissimo giornalista, ancor oggi un caro amico. Non potevo permettermi un´affermazione tanto impegnativa senza uno straccio di prova, non potevo, solo al mondo, nel mezzo di una pioggia di superlativi e del trionfo della retorica ufficiale, io italianuzzo, su un giornale che nemmeno faceva un milione di copie, affermare che il divo Ben Johnson avesse vinto perché dopato. Che la sua macchina sopravanzasse le altre per un carburante diverso, oltreché proibito. Di ritorno da Seul ci ritrovammo, a cena, con Giorgio Bocca, uno che lo sport l´ha fatto, in montagna, non solo col mitra ma con gli sci. «Ho visto, al rallentatore, il filmato della Griffith. Non è possibile, non è umano portare in giro gambe simili. Sembrava che, ad ogni passo, ad ogni rimbalzo, le esplodessero dentro delle piccole cariche muscolari. Un fenomeno simile non può accadere in natura». Ben Johnson sarebbe stato squalificato in seguito alle prove antidoping. La Griffith anche lei, squalificata dalla vita, morta. Lo scoramento per quanto avevo visto mi avrebbe tenuto sempre più lontano dall´atletica, e dallo sport, nel quale avevo vissuto, prima da attore e in seguito da spettatore professionale sì, ma sempre appassionato.
Poi ci fu il medico, comacino come me, Massimo Testa. Era, Massimo, il medico della squadra ciclistica Motorola, e aveva messo in piedi un laboratorio d´avanguardia per i controlli fisiologici di chi, professionista o dilettante, praticasse lo sport. Ci si vedeva spesso, per umana simpatia oltre che per le mie esigenze di malato cronico, più o meno immaginario. Sinché, un giorno, inaspettatamente, lo sentii affermare che doveva andarsene. «Negli Stati Uniti, il paese di mia moglie», disse «Qui non ce la faccio più. Sono arrivato a un bivio, e devo scegliere». Spiegò che i suoi, della sua squadra, non erano più in grado di vincere una corsa. Lui li preparava, continuò, faceva tutto quanto era umanamente possibile per renderli competitivi. Competitivi sì - aggiunse - ma non in grado di battersi contro altri ciclisti che usavano sostanze proibite. Ma non solo proibite dagli elenchi che il comitato olimpico approntava ogni anno. Altre sostanze, o reperite in natura o create in laboratorio, che non facevano parte degli elenchi ufficiali. «Nel scegliere questa professione - affermò Massimo - ho prestato giuramento a Ippocrate. Non posso disattenderlo, ma non posso nemmeno dirmi, all´inizio di una gara, che per i miei è impossibile vincere. Meglio smettere». E Massimo fuggì a insegnare medicina sportiva in una Università americana .
Riflettevo sui rapporti, ormai tragici, tra il doping e lo sport, mentre, una bella domenica di primavera, percorrevo ad andatura molto turistica una stradetta del Canton Ticino. Zeppa di ciclisti, moltissimi lombardi, che prediligono la Confederazione per un maggior rispetto dei guidatori, costretti sia dall´educazione, sia dall´applicazione severa delle leggi. A un certo punto, ritrovai addirittura alcuni amici comacini, mi misi a seguirli sinché non ci fermammo al bar, a salutarci festosi e a bere qualcosa. Nel vederli tanto bene attrezzati, bici Colnago - la Ferrari delle due ruote - e divise spaziali - mi venne naturale chiedere se non provassero a partecipare a qualche gara gentlemen, di quelle over, per categorie di età. impossibile, risposero. C´è gente capace di doparsi, anche qui, per la mania di vincere, per la medaglietta. «Guarda - terminò uno di loro - ormai lo sport esiste soltanto al di fuori dalle competizioni ufficiali».
Ciò è tanto vero, da spingermi a una considerazione che, per il conformismo contemporaneo, apparirà futuribile e insieme paradossale. Lo sport ufficiale, soprattutto quello professionistico, va abolito. Così come una parte di umanità ha capito che ci si trova davanti a un mutamento epocale, alla scelta tra il disinquinamento o la rovina del pianeta, così anche lo sport professionistico deve essere abbandonato. Le Olimpiadi vanno soppresse, così come tutto il sistema di base che porta allo loro realizzazione. Lo sport, per rimanere tale, deve ritornare dilettantistico. Tutto. Se qualcuno leggerà queste righe, tra cent´anni, mi darà perfettamente ragione. Oppure, come temo, di leggere non sarà più in grado.
GIANNI CLERICI