Varie, 1 agosto 2007
MARAZZI Alina
MARAZZI Alina Milano 5 novembre 1964. Regista • «Quando nel suo diario Anita racconta le difficoltà di una ragazza milanese per emanciparsi dalla signoria paterna, è il 1967 ed Alina, Alina Marazzi, è una piccolina di 3 anni che si strugge per una bellissima madre malinconica e lontana; quando Teresa, giovane pugliese, confida al suo diario gli orrori di un aborto clandestino, è il 1975 e Alina ha 11 anni, da tre ha perso quella mamma misteriosa dal sorriso dolce e dagli occhi dolorosi; quando Valentina documenta sul suo diario l’esperienza di una femminista romana tra militanza e amore, è il 1979 e Alina quindicenne sfiora per la prima volta la turbolenza organizzata delle donne, accostandosi a un consultorio dell’Aied per chiedere informazioni sulla contraccezione. Di quella mamma perduta da anni, ormai conosce la sofferenza, raccontata in pagine e pagine di quaderni di scuola; e culminata nel gesto fatale del suicidio, a 33 anni, incapace di accettare la dolcezza, il privilegio, la responsabilità di una famiglia dal grande nome, dell’agiatezza, dell’amore di un giovane marito e di due figli piccoli. Dai diari materni e dai tanti filmini amatoriali girati dal nonno Ulrico Hoepli, Alina Marazzi ha tratto un documentario ormai celebre tra i cinefili, Un’ora sola ti vorrei, dato al festival di Locarno nel 2002 e superpremiato ovunque. Gli scritti autobiografici di Anita, Teresa e Valentina, scovati tra i tanti dell’Archivio dei Diari di Pieve Santostefano, sono diventati adesso il filo conduttore di un nuovo documentario, molto atteso [...] presentato in prima mondiale, al 60° Festival di Locarno [...] Si intitola Vogliamo anche le rose, uno slogan che le femministe degli anni 70 avevano ripreso da quello gridato nel 1912 a una manifestazione delle operaie tessili del Massachussetts. Il film è l’incursione sentimentale e curiosa, non storica né nostalgica né militante, di una quarantenne di oggi negli anni del risveglio femminile e femminista, a cui per l’età non ha partecipato ma appena sfiorato nei suoi ultimi momenti, ”per documentare anche per me stessa cosa voleva dire essere donna solo quarant’anni fa, in una società ancora patriarcale, maschilista e maritale, e quale enorme cambiamento politico e sociale è avvenuto attraverso le lotte e la fermezza, il dolore e lo sperdimento di quella rivoluzione che si tende a sottovalutare”. Le sue protagoniste hanno oggi 50, 60 anni e più, e tra loro e le donne più giovani anche solo di dieci anni non c’è stato un passaggio di sapere della cultura femminista, ormai asserragliata negli studi universitari ”di genere”, mentre si è perduta, tranne in rare occasioni, la pratica politica, la sorellanza. ”Le ragazze di oggi ignorano quel passato di lotta e a loro paiono ovvi i privilegi e le libertà di cui godono; io vorrei che il mio film gli facesse capire come la loro vita sarebbe tanto più dura e soffocante se tante donne in passato non avessero lottato anche per loro”. C’è un legame tra i due film, tra i diari materni e quelli femministi, tra quelle giovani donne dalle vite tanto diverse ma forse simili nello scontento, nello sconforto, nel bisogno di ribellarsi, con la morte, con la rivolta? ”Certamente e Vogliamo anche le rose è il passaggio successivo di Un’ora sola ti vorrei, il seguito di una storia là dove si era interrotta. Tutto succedeva contemporaneamente a Milano e queste vite femminili, quella di mia madre, quella delle femministe, così diverse eppure unite da una condizione di disagio, non si sono mai incrociate: forse se fosse avvenuto, se alla mamma fosse capitato di rispecchiarsi negli stessi sperdimenti e ribellioni di altre donne meno fragili, la malattia non avrebbe avuto il sopravvento, la depressione non avrebbe chiuso attorno a lei tutte le porte di fuga”. Come sembrano lontani, perduti nel secolo scorso, quegli anni 60 e 70 che Alina Marazzi ha ricostruito con solo materiale di repertorio d’epoca, interviste tratte da L’amore in Italia di Comencini o da inchieste e dibattiti televisivi, film sperimentali e di animazione, riprese militanti e private, fotoromanzi, pubblicità; anni in cui le donne, anche fisicamente così diverse dalle giovani di oggi, scoprirono che ci si poteva ribellare alle leggi, alle regole e ai costumi tradizionali e ingiusti, e scendere in piazza; e farsi pestare da agenti furibondi per aver osato sfidare perché giovani donne osavano sfidare la loro maschilità e quindi il loro potere (c’è una scena di sanguinose e pazze bastonate di un gruppo di agenti su una ragazza a terra, in una manifestazione femminista del 1972 a Campo de’ Fiori a Roma); e opporsi ai compagni maschi ”che se non gliela dai sei una piccolo borghese”; e affrontare in solitudine l’aborto clandestino (’gli aghi nell’utero, le cannule che risucchiavano”). C’è la giovane bellissima siciliana che dà ragione alle femministe ma accetta la sottomissione al marito perché quello è il suo destino, c’è l’operaia che vuole la pillola anche ”se il parroco dice che è peccato, pure con cinque figli che non puoi più andare a lavorare”. C’è l’autocoscienza nell’inferno della sessualità, le frigide, la masturbazione solitaria, gli scontri tra vaginali e clitoridee, e gli uomini spaventati da tanta impensabile minaccia alla loro serenità erotica. Ma anche come sembrano vicine, attuali, in questo primo decennio di un secolo nuovo, quelle inquietudini, quelle frustrazioni, quei disastri sessuali, quei ruoli di coppia irrisolti, che il tempo non è riuscito a eliminare, mentre è iniziato un lento accerchiamento attorno alle conquiste ottenute allora che oggi si tenta di nuovo di mettere in discussione, mentre sembra sempre più difficile uscire dalla palude dell’attuale immemore scontento o al contrario dalla festosa sudditanza cui le donne, di nuovo espropriate dal loro corpo diventato merce, si stanno abituando. ”Questo film mi sembra necessario perché in Italia la cultura patriarcale e cattolica continua a dominarci, sia come autocensura che in modo diretto, pubblico e politico. Bisogna che le donne ricordino che solo dall’81 fu abolito il delitto d’onore, che solo nel ”96 la violenza sessuale fu riconosciuta come reato contro la persona e non contro la morale”» (Natalia Aspesi, ”la Repubblica” 1/8/2007).