Panorama 02/08/2007, pag.63 STEFANO BARTEZZAGHI, 2 agosto 2007
Il fascino del proibito se n’è andato Aff*nc*l*. Panorama 2 agosto 2007. Da quanto tempo non sentiamo più il fascino del proibito, nel pronunciare i nostri inflazionati vaffa? A pensarci, da ben prima della recente sentenza della Corte di cassazione che li ha depenalizzati, e anche da prima che Marco Masini tentasse di scandalizzarci intitolando al quadrisillabo una sua invettiva canora, nel cui testo "vaffanculo" veniva ripetuto altre 13 volte
Il fascino del proibito se n’è andato Aff*nc*l*. Panorama 2 agosto 2007. Da quanto tempo non sentiamo più il fascino del proibito, nel pronunciare i nostri inflazionati vaffa? A pensarci, da ben prima della recente sentenza della Corte di cassazione che li ha depenalizzati, e anche da prima che Marco Masini tentasse di scandalizzarci intitolando al quadrisillabo una sua invettiva canora, nel cui testo "vaffanculo" veniva ripetuto altre 13 volte. Dirlo è sempre stato un brivido. Alcuni hanno impiegato anni a capirne il significato, confondendolo simpaticamente con un mitissimo "va’, fanciullo", poi progressivamente ci si rendeva conto della pregnanza dell’invio. "Casino" negli anni Settanta era un vocabolo completamente pulito, si era rifatto una vita e nessuno ne sospettava più la provenienza: per i ragazzini delle elementari oggi è un tranquillissimo sostituto di caos, più duttile, articolato e anche preciso. "Vaffanculo", con il suo riferimento finale al culo, viene invece da sempre avvertito come una parolaccia: non è impossibile però che riesca a depurarsi, come cazzotto o addirittura buggerare: oggi ci vuole un dizionario etimologico per conoscere le ascendenze tutt’altro che nobili di questo verbo apparentemente innocente. La bella parolaccia di una volta viveva e vigeva in uno stretto regime di protezionismo. I suoi areali erano delimitati: ricreazioni scolastiche, osterie, campi sportivi, uffici, strade trafficate, camere da letto, riunioni informali di amici oppure (un oppure molto importante) di amiche. Circolava quasi esclusivamente fra persone dello stesso sesso, e tendenzialmente coetanee. Trovarla scritta, o diffusa da mass media, era traumatico. Il primo a mettere un vaffanculo per iscritto (orinatoi pubblici a parte) deve essere stato Aldo Palazzeschi, nel suo Roma che è del 1953: "La signora Sequi s’alzò dal divano sul quale sedeva vicino lui, con gli occhi sbarrati e le mani sui fianchi gridò: - Va a ffanculo". L’ortografia della colorita espressione ha poi subito diverse oscillazioni, nel tempo. una parolaccia, e le parolacce non hanno per il solito una grande tradizione scritta, poiché all’occhio fanno un effetto molto più forte che all’orecchio: anche un modo di dire non scurrile come il "ci ho" ("Non ci ho molto tempo") non lo si sa mai come scrivere, e si è finito per adottare pressoché universalmente l’insensato "c’ho". Non per incertezze ma per pudore ortografico Alberto Arbasino ha adottato diverse soluzioni nelle tre edizioni principali del suo Fratelli d’Italia: i "v*ff*nc*l*" sperimentalisti e verbovisivi dell’edizione Feltrinelli del 1963 nell’Einaudi del 1976 sono diventati più regolari "vaffanculo", per ritrasformarsi in "vaffa" nell’Adelphi del 1993. Una vera e propria trasformazione: se v*ff*nc* l* era la sigla crittografica dell’insulto, e vaffanculo era l’insulto in sé, vaffa è come se fosse non l’insulto ma il suo nome, la sua allusione. Lo stesso Arbasino nell’edizione 1993 del romanzo ammette che la "magica potenza del vaffanculo" si sprigiona soprattutto nel discorso orale, e al cinema, mentre "sulla pagina è brutto". Ancora negli anni Sessanta e nei primi Settanta le radio non trasmettevano Via del Campo di Fabrizio De André poiché vi era una "puttana"; Lucio Dalla sostituiva i "ladri e le puttane" con "la gente del porto"; le telecronache di calcio non insistevano con i primi piani nei momenti critici, e nascondevano al popolo i fiori della labiolettura. Il tribunale di Roma dovette chiedere consulenze lessicologiche sulla semantica della parola "stronzo", per decidere su una causa che opponeva due scrittori, Dacia Maraini e Giuseppe Berto fin dal 1962. A un certo punto la parolaccia incominciò a dilagare: nell’estate del 1974 ci fu il mimico vaffanculo di Giorgio Chinaglia alla panchina, a settembre la furibonda riemersione di Enzo Maiorca in diretta tv, dopo lo scontro con Enzo Bottesini (ma non si era riso a maggio, quando esplose la bomba di Brescia, piazza della Loggia, e sul nastro dell’agghiacciante referto audio rimase traccia anche di una bestemmia disperata). Dall’ira si passò allo sperimentale "cazzo!" radiofonico del vecchio Cesare Zavattini: "Oggi voglio dire una parola che alla radio non si sente mai…": era il 1976. Degradazione o escalation? Di lì in poi il turpiloquio ha tracimato, diventando sempre più apprezzato ("Ora sto davvero per rompermi i coglioni", Bettino Craxi, 1985), esibito ("Lei è una stronza", Vittorio Sgarbi, 1989), programmatico (Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano, titolo del catalogo Einaudi, 1991), sottilmente preterito ("Rimpiango anche di non aver detto ogni tanto il vaffanculo che ci voleva", Francesco Cossiga 1992), autorevole ("Cazzo!" Lamberto Dini, 1995; comunicazioni del presidente del Consiglio alla Camera dei deputati). Ma se si dice che troppa confidenza fa perdere la riverenza, si dirà pure che troppa devianza fa perdere la rilevanza: i vaffa provenienti dai colli più alti e subito disseminati nel vasto mondo da comici, attori, giornalisti hanno scaricato al suolo la loro forza propulsiva. Il turpiloquio è entrato nella sua fase banale. STEFANO BARTEZZAGHI