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 2007  agosto 02 Giovedì calendario

Inventerò case leggere come una schiuma. Panorama 2 agosto 2007. "Non sopporto l’aspetto decorativo del design, l’architettura che omologa i luoghi e i musei noiosi": a Gaetano Pesce, architetto e designer visionario, ogni critica è permessa

Inventerò case leggere come una schiuma. Panorama 2 agosto 2007. "Non sopporto l’aspetto decorativo del design, l’architettura che omologa i luoghi e i musei noiosi": a Gaetano Pesce, architetto e designer visionario, ogni critica è permessa. Non tanto perché da quasi quarant’anni è ritenuto uno dei più importanti designer internazionali quanto per la sicurezza espositiva delle sue tesi. "Smettiamola di essere vittime della cultura, il sapere non coincide con la noia. Non possono pensare che un museo sia il tempio silenzioso della fruizione passiva, né che un oggetto di uso quotidiano non possa contribuire a migliorare la qualità della vita". I pensieri si susseguono e fra sentenze, autorevoli pareri e personali visioni sul futuro emerge l’essenza del lavoro dell’uomo, la cui fama è legata, tra l’altro, a creazioni come le lampade Moloch (1970) e Genesis (1971) e le poltrone-pouf Up 5 & 6 (1969): il piacere della ricerca stretto alla cultura del fare. "Ho sempre avuto da quando mi sono laureato (architettura, a Venezia nel 1959) un luogo dove mettere le mani in pasta. Non serve studiare la teoria se non si provano mai le cose. La mia esperienza dice che quando si ha un’idea bisogna metterla in pratica, perché le mani quando lavorano vedono aspetti che la mente non aveva previsto. Nel design è un po’ come in cucina". E lei cosa sta sperimentando nella sua cucina-fucina ultimamente? Io vivo a New York dal 1982 e il mio atelier non è il classico studio di architetti. Siamo in 12 e tutti lavoriamo sul progetto e sulla sua realizzazione, ricercando e sperimentando nell’enorme laboratorio adiacente allo studio. Il mio ultimo lavoro è per la Triennale di Milano, esempio di istituzione autorevole e nello stesso tempo gioiosa e dinamica. A dire il vero è per la Triennale off della Bovisa che abbiamo studiato il Pink pavillon, sulla scia dei padiglioni che proprio la Triennale negli anni Trenta e Quaranta commissionava a grandi architetti. Il Pink è un padiglione da esterno di 64 metri quadrati in un materiale estremamente innovativo, che si chiama schiuma rigida di poliuretano, usata con una tecnica a spruzzo e che stiamo mettendo a punto con un’importante azienda chimica tedesca. Servirà agli specialisti come nuova soluzione abitativa, facile e rapida da fare, magari in casi di terremoto o di altre calamità. Il materiale in questione è il più isolante conosciuto al momento, caldo al freddo e viceversa. Ma sarà un luogo espositivo? E poi perché chiamarlo Pink? Non servirà per esporre ma per lasciare i bambini mentre i genitori visitano le mostre: sarà in sostanza uno spazio di accoglienza ludica. L’abbiamo chiamato Rosa perché credo che la femminilità sia un aspetto della nostra realtà estremamente importante. Comunque l’essenza dell’operazione è la sperimentazione. Ci sono ancora molte aziende che osano, che scommettono sulla ricerca e sulla sperimentazione come avveniva negli anni Settanta, oppure oggi si privilegia soprattutto il marketing? Nell’architettura l’ambiente è molto conservatore. Sono tali gli architetti, anche quelli più all’avanguardia. Si continuano a costruire edifici belli ma non si fanno studi sull’evoluzione dell’abitare, del lavorare, del pregare. Certo Frank O. Gehry con il Guggenheim di Bilbao ha dato un’identità a una città ora famosa in tutto il mondo. Ma perché Gehry deve trasportare quelle stesse forme e quei materiali in altri luoghi? Perché deve procedere con questo modo globalizzante di fare i progetti? Insomma, voglio dire che non si può ancora usare una geometria astratta che comunica al mondo solo soluzioni formali. E questo vale anche per Renzo Piano o per Jean Nouvel. Per quanto riguarda il design, invece, la ricerca e la sperimentazione sono ancora molto vive e promosse soprattutto dalle aziende italiane, le più importanti del pianeta. Anzi bisogna prendere atto ed essere orgogliosi del fatto che il design italiano è unico al mondo. Il settore non è in crisi, come si sente spesso dire, servono solo istituzioni politiche più sensibili all’argomento. Oserei dire che la grande arte del passato, che nessuno ci può contestare, si è trasformata nel Ventesimo secolo, grazie al movimento futurista, in nuove forme artistiche come il design e la moda. L’arte è sempre stata arte applicata, fin dai tempi di Andrea Mantegna. Lei è più conosciuto all’estero che in Italia. Non solo, qui non ha mai costruito nulla. Non le dispiace? Dopo la mostra del 2005 a Milano, forse ora sono un po’ più conosciuto. vero, non ci sono mie costruzioni in Italia, ma sto lavorando a un progetto al quale tengo molto. Io sono nato alla Spezia da un ufficiale di marina e ho abitato lì solo i primi otto mesi della mia vita. Non sono mai più ritornato fino a tre anni fa, quando Marco Ferrari, presidente per i servizi culturali, mi ha invitato a conoscere la città e il sindaco. Mi hanno raccontato che La Spezia è una città piuttosto anonima, dimenticata ma con delle potenzialità. Tra queste un luogo unico, una diga di massi enormi lunga 2 chilometri e mezzo che domina il golfo. Qualcuno ha suggerito che si poteva fare una marina per le barche e gli yacht, io ho accolto l’invito e ho presentato un progetto. E allora cosa è successo? Nel frattempo ci sono state le elezioni, il sindaco è cambiato. Il nuovo, Massimo Federici, è convinto del progetto: una marina a forma di pesce con le lische rivolte verso la città per parcheggiare le barche e una spiaggia artificiale dall’altra parte. ANTONELLA MATARRESE