La Stampa 29/07/2007, pag.13 FRANCESCO SEMPRINI, 29 luglio 2007
Il ghiaccio, l’oro di Baghdad. La Stampa 29 Luglio 2007. NEW YORK. Nella terra del petrolio è il ghiaccio la vera ricchezza
Il ghiaccio, l’oro di Baghdad. La Stampa 29 Luglio 2007. NEW YORK. Nella terra del petrolio è il ghiaccio la vera ricchezza. L’estate torrida irachena unita alla mancanza di corrente elettrica e ai problemi legati alle attività di commercio e trasporto rendono il ghiaccio una risorsa tanto più indispensabile quanto introvabile. A Baghdad, una volta centro della cultura araba e sede del Califfato islamico, è oggi un bene tra i più richiesti specie tra i poveri, e per chi ne dispone, una preziosa moneta di scambio con la quale acquistare cibo, benzina e vestiti. C’è chi invece del ghiaccio ne fa un affare, e munito di mezzi di fortuna trasporta i preziosi lastroni da un quartiere all’altro vendendolo nei mercati rionali a prezzi inaccessibili. Intorno a quel semplice prodotto di uso comune, si sta creando in Iraq un business che si trasforma giorno dopo giorno in disperata speculazione, tanto da richiedere l’intervento delle autorità religiose, le uniche in grado di imporre piccole oasi di ordine. A Topchi, comunità a maggioranza sciita, le milizie del Mahdi di Moktada Al Sadr hanno imposto prezzi popolari: 4.000 dinari (circa 2 euro) per una lastra di ghiaccio da 35 chili, il 30% in meno rispetto ai listini delle altre zone. Gli sciiti non sono i soli a controllare il mercato del prezioso bene: alcuni autisti hanno dovuto lasciare il lavoro in seguito alle minacce ricevute da estremisti sunniti, che non volevano che il ghiaccio fosse trasportato nelle enclavi rivali. C’è chi invece il ghiaccio lo ha bandito del tutto, come i takfiris di Ghazaliya, fanatici sunniti ultraortodossi che lo rifiutano perché ai tempi del profeta Maometto non esisteva. I nodi sono anche a livello produttivo: nonostante la sua semplicità, il ghiaccio richiede l’uso di grandi macchinari. Ma quelli della fabbriche irachene sono pezzi da museo, prodotti per lo più in India negli anni Sessanta o in Europa mezzo secolo fa, che ne strozzano l’offerta. «Nel 2003 pensavamo che il business del ghiaccio finisse nel post Saddam, con l’arrivo degli americani e dell’elettricità - spiega Hussam Muhammad, titolare di un’azienda avviata dai suoi genitori nel 1952, ai tempi della monarchia - Oggi invece non solo vendiamo ghiaccio, ma molti ci chiedono di conservargli i cibi che hanno acquistato». C’è infine chi per un pezzo di ghiaccio rischia di morire: sono gli iracheni più poveri quelli che abitano gli immensi quartieri popolari dove l’anarchia è tale da sfuggire anche al controllo delle milizie. «Qui pur di aver acqua fresca si comprano le lastre sporche quelle gialline a cui non viene aggiunta la pillola per sterilizzare - spiega Muhammad Abbadi - Ai tempi di Saddam avevo il mio frigorifero. Oggi ho le mie due figlie malate di tifo». FRANCESCO SEMPRINI