La Stampa 29/07/2007, pag.1 Barbara Spinelli, 29 luglio 2007
SARK UN FALSO MITO
La Stampa 29 Luglio 2007. Un politico che sa decidere senza esitare, senza farsi influenzare, senza perder tempo: appena eletto presidente, Nicolas Sarkozy s’è trasformato in un’attrazione europea. Affascina le destre, per certi suoi principi molto ostentati e per la non comune flessibilità che li mitiga. Sa esser duro quando occorre, intrattabile quando conviene, e se è opportunista sa imbellire il vizio chiamandolo pragmatismo. Anche le sinistre sono sedotte, per la spregiudicatezza con cui ha cooptato nel governo innumerevoli personalità socialiste o le ha proposte a cariche internazionali. La sarkomania è fenomeno non solo francese ma europeo, e specialmente italiano. Stanchi della propria storia recente, gli europei bramano in casa propria una persona simile: un politico che sappia il fatto suo, un uomo forte. Chi lamenta la fiacchezza del potere politico scopre che quello imperioso è possibile. A sinistra c’è chi sogna di emulare l’astuzia trasgressiva del Presidente, senza interessarsi un granché al suo programma. Walter Veltroni, subito dopo la sua vittoria, ha auspicato una sinistra governativa allargata ad avversari come Gianni Letta.
un entusiasmo che riflette i tempi che viviamo. Gli Stati europei appaiono così deboli e lenti agli occhi dell’opinione pubblica, quando tocca far riforme o agire all’estero. Non pochi sembrano privi di quello stile spesso vanesio ma luccicante che Blair ha inaugurato, presentandolo come reazione alla stanchezza europea di fare storia. Sembrano ingombrati da poteri più robusti di loro: poteri sindacali o partitici nazionali; poteri europei o internazionali. Sarkozy scavalca tali poteri, pur corteggiandoli ogni tanto, con una strategia che va analizzata per capirne successi e pericoli.
L’uomo è forte anche perché sovente prevarica, sovente ignora abiti europei di lealtà: riempiendo dei vuoti, certo, ma con un’arroganza che potrebbe rivelarsi alla lunga sterile e addirittura distruttiva.
E’ forte perché restaura l’immagine d’una nazione perentoria, capace di fabbricare da sola gli eventi. Tutto quel che ha fatto sinora, in Europa, tende a questo: la rivalutazione dell’ammaccato stato-nazione. In economia come in diplomazia, vuol mostrare che con voce grossa e volontà si può ottenere tutto, compreso l’impossibile: si può ottenere quell’Europa francese che tanti suoi predecessori fantasticarono, turbando per decenni i rapporti franco-tedeschi. Si può sfuggire a un’Europa sospettata di appropriarsi di sovranità nazionali che sarebbero intatte, se statisti succubi non le avessero balordamente trasferite. La bugia è grossa, ma ci son bugie che scintillano. Questo vale per la politica economica e monetaria, per i vincoli di solidarietà scritti e non scritti: la rupture di Sarkozy è per molti versi ritorno a sogni di ieri.
Il conflitto con la Banca Centrale europea è tappa essenziale di questa strategia. Sarkozy contesta la sua indipendenza - fissata per legge a Maastricht - su tassi di cambio e d’interesse. Senza badare all’importanza che tale indipendenza ha per la Germania, nonché alle esigenze dei partner (l’euro forte non nuoce la competitività tedesca, e anche in Italia c’è chi, come Luigi Abete, sostiene che la moneta forte ha accelerato lo svecchiamento industriale), il nuovo Presidente difende un’unione economica-monetaria al servizio delle scelte francesi, non di Eurolandia. In fondo agisce come all’epoca cui gli Stati svalutavano a seconda di loro particolari bisogni: l’Eliseo vuol ottenere lo stesso, oggi, con una moneta che appartiene a 13 Paesi.
Chi ammira la rottura di Sarkozy deve sapere che rottura è anche questo: rottura con regole e bisogni sovrannazionali, se l’interesse particolare lo consiglia. Modello e stile sono inglesi, solo che Parigi abita Eurolandia e pesa su un’area più vasta. L’irritazione in Germania cresce. In un editoriale sulla Frankfurter Allgemeine dell’11 luglio, Patrick Welter si domanda se i tedeschi «avrebbero rinunciato al marco, qualora l’unione monetaria fosse nata dalle idee di Sarkozy». Ancora più esplicito, il 13 luglio sullo stesso giornale, il presidente della fondazione Ludwig Erhard Hans Barbier: può darsi che quella francese sia mera retorica attivistica, ma la risposta va data «senza cortesia né compromessi». «Se l’indipendenza della Banca centrale non si salva, la Germania deve lasciare la zona euro». L’uomo forte non è necessariamente un innovatore; anche un nazionalista può sedurre, che presenta il vecchio come nuovo.
Da questo punto di vista Sarkozy somiglia a Mitterrand, pur proponendo misure più realistiche tra cui il superamento delle 35 ore. Anche Mitterrand pensava - quando vinse nell’81 - di poter fare da sé, con volontà e grandeur. Imbrigliato nel Sistema Monetario Europeo di Giscard e Schmidt, volle sbrigliarsi con politiche economiche e sociali eterodosse. Per più di un anno indebitò lo Stato, tre volte svalutò il franco. La svolta europeista avvenne nell’83, sollecitata dal premier Mauroy e dal ministro dell’economia Delors.
Le misure di Sarkozy non sono le stesse: son mutati i tempi, le mode economiche. Ma la sua vasta riduzione delle tasse comporta costi non meno alti per lo Stato. I tedeschi calcolano che gli alleggerimenti fiscali costeranno all’erario francese 10-11 miliardi di euro nel 2008, e 13,6 miliardi l’anno a partire dal 2009. il motivo per cui l’Eliseo ha chiesto di poter ritardare l’adempimento degli obblighi del Patto di stabilità, ottenendo fiducia ma seminando disappunto diffuso. Naturalmente le cose potrebbero cambiare: anche Sarkozy potrebbe un giorno ripensarci, e riconoscere che Parigi non è sola né onnipotente in Europa.
Su alcuni punti tuttavia i personaggi divergono. Mitterrand divenne subito un modello negativo in Europa, mentre Sarkozy no (il socialista Felipe Gonzalez andò al potere nell’82 promettendo di non imitare l’Eliseo). Al tempo stesso Sarkozy è gollista, ha più familiarità col nazionalismo. Nel mezzo d’una offensiva anticapitalista, Mitterrand appoggiò gli euromissili Nato - al Parlamento tedesco nel gennaio ”83 - sfidando le sinistre di molti Paesi. Sarkozy non si sente in dovere di compensare l’unilateralismo aprendo su altri fronti. La sua popolarità è impastata di un nazionalismo senza gravitas, e tanto più focoso.
Proviamo a immaginare un uomo così in Germania: un politico che rompa per la seconda volta con il Patto di stabilità, senz’alcun rimorso. Che torni a fondere politica e moneta. Che abbia fieramente espulso dai trattati il principio cardine della concorrenza libera e non distorta. Che difenda il protezionismo industriale. Non solo: immaginiamo uno statista a Berlino che polemizzi astiosamente con la politica della memoria, del pentimento, come Sarkozy sta facendo in Francia. Si comincerebbe a diffidare dei tedeschi isolazionisti, in Europa sarebbe naufragio. Con una Germania sarkozista non avremmo avuto, al vertice di giugno, un risultato deludente ma non mortifero per l’Unione.
Questo significa che se l’Europa sopravvive, come orizzonte o vecchio rimorso, lo si deve oggi a un solo Paese: la Germania. quel che sostiene Antonio Puri Purini, ambasciatore a Berlino e già consigliere di Ciampi, sul Sole 24 Ore del 14 luglio: « bene serrare le file fra i Paesi più europeisti come Italia e Germania per impedire ulteriori smottamenti del progetto europeo», scrive. Smottamenti ominosi, perché al vertice che ha affossato la Costituzione è restata fuori dalla porta, «avvolta da un velo di ipocrisia», «la consapevolezza che, senza unione, saremmo costretti a subire le decisioni o le imposizioni di altri».
La Germania resiste, ma chi può escludere che anche lì appaia un uomo forte, un neo-nazionalista tedesco? Già oggi Berlino è stizzita: per il modo in cui Parigi si assicura la presidenza di un numero anomalo di istituzioni internazionali (l’efficacissimo Blitz per Strauss-Kahn al Fondo Monetario è stato uno stravolgimento della concertazione). Per gli attacchi a Trichet, all’euro. Per la maniera in cui Sarkozy si vanta del successo in Libia, nonostante la liberazione delle infermiere bulgare sia stata ottenuta da sforzi paralleli tedeschi, inglesi, italiani. La fornitura di centrali nucleari a Gheddafi, rischiosa per la proliferazione (oltre a imminenti accordi bilaterali con la russa Gazprom) ha trasformato l’irritazione tedesca in collera.
La Francia non sarebbe migliore se avesse vinto Ségolène Royal. Starebbe probabilmente peggio. Ma Sarkozy non ha messo fine alle spropositate, cocciute illusioni del Paese che ha inventato l’Europa e al tempo stesso l’ha bloccata: le ha anzi dilatate, profittando del vento che accarezza, oggi, quel nervoso appetito di homines novi che assimila l’uomo forte all’uomo nazionalista, l’uomo brillante all’uomo responsabile. Forse il Presidente si ravvederà, come Mitterrand. Ma le patologie francesi non sono finite. Siamo in piena illusione, e l’Europa intera ne patisce.
Barbara Spinelli