Corriere della Sera 2006-2007, 1 agosto 2007
UN ANNO DI ATTIVITA’ DEL MINISTRO LIVIA TURCO, DAL 1° GIUGNO 2006 AL 7 AGOSTO 2007 (ARTICOLI TRATTI DAL CDS) - PARTE SECONDA. PARTE PRIMA NELLA SCHEDA 139419
Vaccino gratis alle dodicenni contro il tumore all’ utero
MILANO - Il tumore all’ utero uccide solo in Italia ogni anno 1.700 donne: il responsabile nella grandissima parte dei casi è il papillomavirus contro il quale arriverà in primavera un vaccino. L’ Italia sarà il primo Paese europeo a registrarlo e fornirlo gratuitamente; a beneficiarne saranno da subito le 280 mila ragazze che hanno 12 anni. Lo ha annunciato il ministro della Salute, Livia Turco. Ad una prima dose iniziale di vaccino, seguiranno due richiami entro i sei mesi dalla prima iniezione. Questa operazione costerà 75 milioni di euro l’ anno. «Si tratta di un vaccino sicuro, ben tollerato e in grado di prevenire la quasi totalità di infezioni virali persistenti responsabili del 70% dei casi di tumore all’ utero», ha detto il ministro. In seguito il vaccino sarà offerto anche tra i 25 e i 26 anni, in coincidenza con il primo invito al pap-test. Tutte le altre donne potranno acquistare il vaccino in farmacia con la prescrizione del medico: bisogna però non aver ancora contratto l’ infezione. (25/1/2007)
ROMA - Il ministro della Sanità, Livia Turco, d’ intesa con le Regioni, ha disposto un’ indagine conoscitiva negli ospedali italiani per verificarne le condizioni igieniche. Gli accertamenti cominceranno la prossima settimana. Il ministro s’ è occupato ieri anche della drammatica situazione del Policlinico Umberto I di Roma, messa a fuoco in un servizio-denuncia del settimanale L’ Espresso. Ignazio Marino, medico e senatore Ds, sentenzia: «L’ unica soluzione è demolire quella struttura e ricostruirla secondo criteri moderni». Alle pagine 10 e 11 Capponi, De Bac, Mangiarotti (6/1/2007)
ROMA - Francesco Cognetti si dimette da direttore scientifico del Regina Elena, polo oncologico capitolino di punta nella lotta ai tumori, e torna a fare il primario e a visitare i malati di mattina nell’ ospedale pubblico e di pomeriggio in clinica privata. «Come fanno tutti i medici», sottolinea lui stesso che ieri ha scritto una lettera aperta al ministro della Salute, Livia Turco, per annunciare la sua decisione: « di tutta evidenza che non esistono le condizioni per portare avanti con dignità il mio mandato», sottolineando di essere stato oggetto di una «campagna persecutoria». La volontà di gettare la spugna dopo mesi di battaglie legali, ricorsi e carte bollate, è maturata una settimana fa, quando l’ oncologo si è reso conto di essere stato messo con le spalle al muro: nella Finanziaria del governo Prodi un emendamento prevedeva l’ incompatibilità tra l’ incarico di direttore scientifico di un istituto scientifico come il Regina Elena e qualsiasi altro incarico o lavoro sia in enti pubblici che privati. Un analogo provvedimento legislativo era stato proposto nel Consiglio regionale del Lazio due settimane fa perché le norme in vigore, come il Consiglio di Stato ha spiegato, non prevedevano l’ esclusività di rapporto. Federico Tedeschini, legale di Cognetti, ha chiamato i vertici del Regina Elena l’ 11 dicembre annunciando la volontà dell’ oncologo di lasciare la poltrona di direttore scientifico attraverso una soluzione condivisa tra le parti. Il 18 dicembre Marino Nonis, direttore generale del Regina Elena e Cognetti hanno firmato la rescissione del contratto. Lo stesso Cognetti ha spedito ieri la lettera al ministro Turco, nello stesso giorno in cui il Consiglio di Stato avrebbe dovuto pronunciarsi sul ricorso presentato dal primario contro l’ incompatibilità tra direttore scientifico e medico che lavora privatamente. «Si profila per la figura del direttore scientifico, un ruolo di burocrate della ricerca - sostiene Cognetti nella lettera - una sorta di passa-carte sia pure di elevato rango, che non si addice alle mie caratteristiche, nè alla mia formazione». Cognetti era stato anche sorpreso il 25 ottobre dagli ispettori della Regione mentre visitava pazienti in una clinica romana. «Lo faccio gratuitamente», aveva provato a giustificarsi. Amaro il suo sfogo: «Hanno fatto due leggi ad personam... non è il massimo. Per questo ho deciso che voglio tornare a fare il medico, il primario, voglio tornare a curare i miei malati, anche privatamente, come fanno tutti i medici. Non ho mai abbandonato i miei malati». Si mette così fine a un contenzioso giudiziario iniziato questa estate quando il ministro della Salute, appena insediata, aveva revocato a Cognetti l’ incarico di direttore scientifico del Regina Elena che ricopriva dal 2001 e che gli era stato riconfermato, in aprile, dal governo Berlusconi, pochi giorni prima di lasciare Palazzo Chigi. Il 3 agosto il ministro Turco aveva nominato Paola Muti direttore scientifico dell’ istituto oncologico, ma il 12 settembre il Consiglio di Stato aveva accolto il ricorso in appello di Cognetti contro il provvedimento di revoca. La polemica politica ha accompagnato tutti i passaggi della vicenda con la Cdl e anche qualche esponente dell’ Ulivo a sostegno di Cognetti. Una polemica sempre respinta dal ministro Livia Turco che ha motivato la sua scelta come svincolata da logiche di tipo politico e dettata solo da «criteri di competenza e professionalità». Adesso i vertici del Regina Elena aspettano il parere favorevole del ministro Turco per nominare di nuovo Paola Muti alla direzione scientifica. (20/12/2006)
Il ministro Turco: la Santa Sede? Non accetto minacce e censure
ROMA - «E’ inaccettabile che un intervento teso ad eliminare discriminazioni meriti minacce e censure», dedica una digressione agli attacchi dell’ Osservatore Romano sui Pacs il ministro della Salute Livia Turco. Nei prossimi giorni andrà forse a trovare Piergiorgio Welby. Per conoscere da vicino la sua famiglia, per risolvere un dilemma interiore. «Leggi e principi non devono mai andare a scapito della persona», riflette tradendo un forte travaglio. Le critiche sono inaccettabili anche se arrivano dalla Santa Sede? «Da qualunque parte provengano, quando accadono queste cose mi accorgo che viviamo in un Paese strampalato. Non lo capisco. Tutti dovrebbero sforzarsi di mantenere una buona dose di saggezza e di avere a cuore i problemi». Invece l’ Osservatore se la prende col Governo, parla di famiglie alternative... «...e non apprezza che ci siano politici ostinatamente impegnati a dare valore al rispetto della persona. Se ci fosse più amorevolezza nei confronti dell’ individuo, ci si renderebbe conto che questo pandemonio è infondato. Prendiamo il caso Welby» Cosa c’ entra Welby con le discriminazioni? «Mettiamo che non fosse sposato. Se lui morisse, la convivente non sarebbe tutelata». Lei afferma che le leggi non devono penalizzare l’ individuo, parla di dilemma. Ci ha ripensato? Se Welby le chiedesse di rinunciare alle cure direbbe di sì? «No, non si può staccare la spina». Lo dice da cattolica o col cuore? «Credo che non potrei mai cambiare opinione anche se un conto è ragionare, un altro è avere di fronte un uomo che si considera chiuso in una prigione infame. Vado da lui per capire se posso aiutarlo ad attenuare la sofferenza. Non sarà un negoziato. E poi un ministro non può decidere su vita e morte anche se favorevole all’ eutanasia». E allora perché ha chiesto al Consiglio Superiore di Sanità di valutare se ci troviamo di fronte ad accanimento terapeutico? «Non certo per rispondere a Welby. E’ evidente che questa materia è molto lacunosa. L’ unica definizione è contenuta nel codice deontologico dei medici e in un documento del Comitato di bioetica dove si parla di interventi vitali sproporzionati rispetto ai miglioramenti che si ottengono. Manca chiarezza». Come farla? «Definiamo per legge cos’ è l’ accanimento terapeutico. Conosco il limite della politica, so quanto è sbagliato scrivere decaloghi. Credo che sia necessario dare un riferimento legislativo ai medici. Se ne potrebbe discutere insieme al testamento biologico, in Senato. Altrimenti potrei intervenire io». (10/12/2006)
I ticket non guariscono le malattie della sanità in Italia come negli Usa
A Boston la Business School di Harvard e la Kennedy School of Government stanno unendo le loro forze per sviluppare nuovi master triennali combinati destinati a formare una nuova generazione di amministratori dei servizi pubblici e, in particolare, di manager della sanità. A Singapore, Paese asiatico che vanta un’ assistenza sanitaria eccellente e a costi contenuti, la crescente complessità dei sistemi, la difficoltà di gestirli, sta spingendo le università a creare corsi sempre più approfonditi per i manager della salute ai quali vengono spinti a partecipare anche molti medici. Alcuni Paesi del Nord Europa portano avanti a tappe forzate l’ informatizzazione e l’ interconnessione dei sistemi sanitari, mentre uno studio recentemente pubblicato dal governo francese sostiene che la sanità è il settore-chiave del nostro futuro: non solo perché è chiamato a gestire le conseguenze dell’ invecchiamento della popolazione delle nazioni industrializzate, ma anche per il suo dinamismo in termini tecnologici e occupazionali. E l’ Italia? Come spesso accade, tenta di fare partita a sé; e, immersa in un gioco di specchi, rischia di sottovalutare i problemi reali. Il governo, sull’ onda dell’ emergenza del deficit, è costretto a porre l’ accento sulle misure di contenimento della spesa. In realtà, nel balletto di ticket che vanno e vengono, con la legge finanziaria riesce a conseguire risultati abbastanza marginali. Subendo, per di più, l’ accusa di non saper guardare oltre la punta del proprio naso: se nella sanità c’ è una buona parte del futuro della nostra società, affrontare il problema armati solo di forbici non è lungimirante. Tanto più - sostengono i difensori a oltranza del settore - che l’ Italia spende per la salute più o meno quanto gli altri partner europei (e la metà degli Usa) con risultati non disprezzabili, visto che ha indici di mortalità tra i più bassi. sicuramente vero che gli Stati Uniti, in questo settore, sprecano moltissime risorse. Ma stanno anche cercando di correggere i loro errori e comunque la sanità è stato il principale serbatoio della creazione di nuovi posti di lavoro in anni caratterizzati dall’ emorragia di occupati nel settore manifatturiero. I guai altrui non possono essere motivo di consolazione per chi, come noi, non riesce a stabilizzare una spesa in continua crescita (mentre il resto dell’ Europa l’ ha stabilizzata), è in balia di fenomeni occulti che non sa controllare (vedi l’ enorme deficit sommerso del Lazio) e non mostra la volontà politica di estirpare illegalità e truffe che dilagano soprattutto in alcune Regioni del Sud. L’ Italia ha perso l’ occasione di modernizzare il suo modello di assistenza con la riforma varata dal governo Amato nel 1992. Ora il ministro Livia Turco vuole dimostrare che il suo governo non lavora solo di forbici e si appresta a varare un’ altra riforma utilizzando lo strumento della legge-delega. Intento lodevole, ma a giudicare dall’ allergia delle Regioni - che abbiano amministrazioni di destra o di sinistra - per ogni controllo della produttività delle strutture, per la scelta di manager professionalmente qualificati e per le garanzie di trasparenza dei procedimenti amministrativi, non c’ è molto da sperare. Alcuni temono addirittura che un certo populismo strisciante produca ulteriori danni, facendo dimenticare che l’ «aziendalizzazione» della sanità è fallita non perché l’ idea fosse sbagliata, ma perché la politica non ha saputo (o voluto) mettere gli interessi del paziente al centro del sistema mentre gli amministratori locali di quasi tutte le Regioni hanno sistematicamente sabotato le innovazioni dei primi anni ’ 90, reintroducendo meccanismi clientelari di selezione della dirigenza e indebolendo volutamente tutti i meccanismi di controllo delle gestioni. massimo.gaggi@rcsnewyork.com (8/12/2006)
ROMA - Raddoppia il quantitativo di cannabis che il consumatore di spinelli potrà tenere in tasca senza rischiare di finire in galera. Con un decreto ministeriale, Livia Turco ha innalzato, come aveva promesso, il limite del principio attivo da 500 a 1.000 milligrammi. Oltre questa quantità il possesso del più diffuso stupefacente è punibile con sanzioni penali che arrivano fino all’ arresto. Il provvedimento, concertato col ministro della Solidarietà sociale Ferrero, è controfirmato dal Guardasigilli Clemente Mastella. L’ iniziativa ha sollevato le proteste del centrodestra che ha risposto in modo compatto, con reazioni anche sdegnate, a pochi giorni dalla legge che ha aperto ai farmaci antidolore con cannabinoidi. PRIMO PASSO - «Ho ritenuto importante intervenire per far sì che migliaia di giovani non debbano varcare le soglie del carcere o essere vittime di un procedimento penale per aver fumato uno spinello come purtroppo sta avvenendo ora con la legge del centrodestra», insiste la Turco. La correzione amministrativa delle tabelle sui massimi quantitativi di sostanze stupefacenti per consumo personale è il primo passo di un percorso verso la riforma della legge Fini-Giovanardi sulla droga. «E’ nostro obiettivo modificarla - aggiunge la titolare del dicastero della Salute - come è indicato nel programma di governo. Non si intende liberalizzare l’ uso della cannabis ma molto più responsabilmente far rientrare tali comportamenti nocivi tra gli atti da prevenire e non da reprimere con pene pesanti». La dose personale è stata dunque raddoppiata rispetto ai precedenti valori stabiliti ad aprile quando alla Salute c’ era ad interim Silvio Berlusconi. Il nuovo valore minimo non è stato definito da una commissione di esperti ma è frutto di una semplice operazione matematica. Non è stato fatto altro che moltiplicare per 40 la dose media singola di 25 milligrammi. Il precedente limite derivava invece da una moltiplicazione per 20. Per dose media singola si intende «la quantità di principio attivo per singola assunzione idonea a produrre in un soggetto tollerante e dipendente un effetto stupefacente e psicotropo». Si calcola che 1.000 milligrammi di principio attivo della cannabis possano equivalere a 20-30 spinelli. La Turco però precisa che indicarne il numero «non ha senso, non sono unità di misura. Le tabelle si riferiscono al principio attivo». CRITICHE - Pesanti attacchi dal centrodestra. Il raddoppio è «diseducativo ed un azzardo senza base scientifica per i giovani. Noi pensavamo che la soglia prevista fosse molto generosa», critica Carlo Giovanardi, Udc, coautore di quella legge in via di revisione. Secondo Maurizio Gasparri, An, «il governo vuol far dimenticare tasse e ticket. Si permette di far circolare più droga per avvelenarsi o far dimenticare le politiche fiscali e sanitarie. Vergogna». «Un regalo agli spacciatori», lo definisce il senatore della Lega Massimo Polledri. E Nino Di Virgilio, FI: « un ulteriore schiaffo a giovani e famiglie. Una decisione demagogica che apre la strada a una tolleranza pericolosa». Il centrosinistra ribatte. Per Paolo Ferrero è un provvedimento «moderato e di riequilibrio». Rita Bernardini, segretaria dei Radicali: «Atto responsabile. Ora bisogna andare avanti. Le droghe non sono ugualmente pericolose e l’ eroina non è equiparabile alla cannabis». D’ accordo Donatella Poretti, Rosa nel Pugno e Paolo Cento dei Verdi. Disapprovano le comunità terapeutiche. «Non si andrà in carcere se trovati con 40 spinelli in tasca. Mi sembra una manovra politico ideologica che non fa che peggiorare la situazione», calcola severo Andrea Muccioli, leader di San Patrignano. Don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus, è altrettanto negativo: «Mi ero illuso che le cose potessero andare diversamente. Invece va male, molto male». (14/11/2006)
ROMA - L’ Unione ha un altro problema al Senato: per la terza volta consecutiva in 3 mesi, i franchi tiratori annidati tra i banchi del centro sinistra hanno sabotato con il voto segreto il piano di Prodi che prevede le dimissioni dei parlamentari gravati da un incarico governativo. Sono otto in tutto ma ieri è toccato al ministro della Sanità, la diessina Livia Turco, essere impallinata da almeno 10 «cecchini» della maggioranza che hanno votato contro le sue dimissioni insieme alla Cdl: la votazione infatti è finita con 146 no, 142 si e 6 astenuti che a Palazzo Madama equivale a un voto contrario. E l’ analisi delle altre votazioni della giornata, nelle quali l’ Unione era nettamente in vantaggio sul decreto Iva e sulle dimissioni (accettate) di Gigi Malabarba (Prc), fa capire che la regia è di un gruppetto di «resistenti» che non si vogliono adeguare alla richiesta di Prodi. Tant’ è che il presidente del gruppo dell’ Ulivo, Anna Finocchiaro, ha detto che le dimissioni respinte dei senatori con doppio incarico «rappresentano un caso politico nell’ Unione». Spiega dunque Anna Finocchiaro: «Le dimissioni dal Senato del ministro Turco sono state respinte per 4 voti, per la terza volta. Nella votazione immediatamente precedente la maggioranza registrava una superiorità di 14 voti. Mi pare necessario prendere atto della presenza di un problema politico interno all’ Unione». Va detto poi che, al momento di votare per le dimissioni del ministro Turco, per la maggioranza erano assenti, rispetto alla votazione precedente sul decreto Iva, i senatori Formisano (Idv), Barbato (Udeur), Gagliardi (Prc), Bruno (Ulivo). E la Cdl non ha fatto sconti, dichiarando in anticipo le sue intenzioni. «Noi voteremo contro perché consideriamo che questo sia un passaggio politico», aveva avvertito il capogruppo di An Altero Matteoli. Mentre la senatrice Elisabetta Alberti Casellati (FI) ha chiesto: «Perché il ministro Turco si deve dimettere e il Guardasigilli Mastella no? Sono questioni interne alla maggioranza che non possono coinvolgere l’ opposizione». Resta dunque da vedere, mentre per ora rimane a bocca asciutta il diessino Alberto Nigra che avrebbe dovuto subentrare alla Turco, quando si voterà per far dimettere gli altri 6 senatori presenti al governo: Gianni Vernetti e Franco Danieli (Esteri), Paolo Giaretta (Sviluppo), Roberto Pinza (Economia), Filippo Bubbico (Sviluppo Economico) e Beatrice Magnolfi (Innovazione). La Cdl ha dato una mano all’ Unione solo sul caso di Gigi Malabarba, l’ operaio di Rifondazione («Non posso tornare in fabbrica perché sono in mobilità») che ha implorato i colleghi di essere dimesso. Così la stessa aula che ha silurato le dimissioni del ministro della Sanità ha dato il via libera a Malabarba con tanto di dichiarazione di voto di Francesco Storace (An): «Abbiamo profondo rispetto per la scelta del senatore Malabarba e per questo accogliamo le sue dimissioni anche con lo scrutinio segreto». I senatori di An sono stati di parola con Malabarba (186 sì, 106 no, 9 astenuti) che, ieri pomeriggio, ha passato il testimone ad Haidi Giuliani, la mamma del ragazzo ucciso da un carabiniere durante gli scontri di piazza al G8 di Genova. Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc, ha salutato «con un groviglio di emozioni» la partenza di Malabarba. E ha accolto la mamma di Carlo Giuliani: «Donna dolcissima, insegnante colta, militante politica...», che al Senato ha un obiettivo preciso. L’ istituzione della commissione d’ inchiesta sul G8 del 2001. Le dimissioni da senatrice del ministro della Salute, Livia Turco, sono state respinte con 146 voti contrari, 142 favorevoli e 6 astenuti. la terza volta dopo i tentativi del 12 e del 29 luglio (12/10/2006)
ROMA - Non solo risparmio di soldi ma, soprattutto, di vite. La nuova filosofia della Finanziaria almeno per ciò che riguarda la salute trascina con sé due due novità, legate al principio della prevenzione. Viene innalzato da 16 a 18 il limite di età per vendita e somministrazione di alcolici nei locali pubblici inclusi bar, ristoranti e discoteche. Allargato alle 24 ore, e a tutte le bevande con i gradi, il divieto di mescita e vendita nelle aree di servizio in autostrada, attualmente in vigore dalle 22 alle 6 del mattino e solo per i superalcolici. La doppia iniziativa verrà applicata dal gennaio 2007 e si fonda sugli ultimi dati relativi al consumo di bevande che possono dare alla testa. Secondo l’ Osservatorio dell’ Istituto superiore di Sanità diretto da Emanuele Scafato, 800 mila ragazzi sotto i 15 anni dichiarano di concedersi spesso e volentieri dei bicchieri di birra, vino o liquori. In realtà il fenomeno è molto più esteso. Malgrado la legge attuale vieti la somministrazione (e non la vendita in negozi e supermarket) in pub e bar la norma non viene rispettata anche per difficoltà oggettive. Se il locale è affollato, il gestore non perde tempo a richiedere la carta d’ identità per verificare se il cliente che ordina pizza e birra sia maggiorenne. «Ci siamo allineati a molti Paesi dell’ Ue - spiega da dove si è partiti il ministro Livia Turco -. Proseguiremo con strategie di comunicazione mirate a far capire quanto sia importante condurre una vita sana, basata su una buona alimentazione, giusta attività fisica e opportuni programmi di screening che consentano di prevenire certe malattie e, da parte nostra, di realizzare un buon progetto sanitario». Giovanna Melandri, ministro per le Politiche giovanili, si dice pienamente d’ accordo: «Non ho avanzato contestazioni», precisa. La Finanziaria colma un buco normativo. Poteva accadere che un ragazzino si vedesse negare una lattina di birra servita al banco e poi andasse ad acquistarla tranquillamente al supermercato. Ora non più. L’ allargamento del divieto ai minori trova una logica medica. «Il sistema enzimatico si matura e solo a quest’ età è pronto per smaltire l’ alcol che finisce nel fegato - spiega Scafato -. Tutti i Paesi europei si stanno orientando in questa direzione, lo sforzo è di armonizzare le leggi dell’ Ue». Il no a vendita e somministrazione negli autogrill è finalizzato a ridurre la mortalità degli automobilisti. Il 40% dei circa 8.000 morti legati ad incidenti stradali sono correlati all’ alcol: circa 3.500 vittime che gli epidemiologici definiscono «evitabili». Gli under 24 che perdono la vita al volante perché ubriachi lo scorso anno sono stati 2.500. «Il problema non è cosa si beve ma quanto», ricorda Scafato. In termini di contenuto, due lattine di birra equivalgono a 2 bicchierini di superalcolici e a due bicchieri di vino. Tra qualche giorno il ministero della Salute lancerà una campagna basata sul «pilota designato». Raccomanderà ai giovani di scegliere chi nel corso della serata si impegna a non bere un sorso per riportare gli amici sani e salvi a casa. Antonio Flamini, vicepresidente della Silb, il sindacato che rappresenta il 95% di discoteche, locali da ballo e night, sostiene che i gestori già erano molto attenti a far rispettare il limite di somministrazione agli under 16: « previsto dal nostro codice etico. Siamo molto motivati nella lotta all’ alcol. Certo è difficile chiedere i documenti al cliente per verificare se è maggiorenne, bisogna vedere poi se possiamo pretenderlo». Secondo la Silb il problema del consumo di alcolici in discoteca è trascurabile anche perché i giovani le frequentano il pomeriggio, fascia oraria interessata dal decalogo etico. Condivide la controffensiva in Finanziaria Edi Sommariva, direttore generale della Fipe, la federazione dei pubblici esercizi: «Siamo dei professionisti, noi. Ma se poi è lo stesso genitore a ordinare vino e a versarlo al figlio minorenne non possiamo impedirglielo». Poi una frecciatina: «Mi sorprende che la sfida proibizionista sia lanciata da una maggioranza che ha attaccato l’ impostazione dirigista del centrodestra. Gli stili di vita non si modificano a colpi di proibizionismo».
Dopo mesi di assalti, accuse e polemiche, Livia Turco ha fatto una cosa gradita alla destra: ha rimesso ai vertici della Sanità un potentissimo dirigente arrestato mesi fa con l’ accusa di avere preso una bustarella. Bene, brava, bel gesto garantista. Peccato che stavolta sia in rivolta la sinistra. Che vuole l’ immediata marcia indietro perfino per bocca dei Ds, il partito al quale la ministra è legatissima. Tutto si sarebbe aspettata, meno quello: possibile che si sollevassero contro di lei anche i compagni? Eppure è successo. «Non si tratta di dividersi tra giustizialisti e garantisti», ha scritto in un comunicato ufficiale Giovanni Gallo, capogruppo ulivista al Consiglio regionale Veneto, citando a suo sostegno il Corriere del Veneto, molto battagliero sulla questione e lo sconcerto a sinistra. Il punto, secondo i diessini, è che al di là dell’ aspetto penale la posizione dell’ altissimo dirigente, che assicura d’ aver preso i soldi «in prestito» è insostenibile: «Confidiamo pertanto in un ripensamento che porti alla revoca della nomina». Risposta della ministra: «Il mio era un atto dovuto. Automatico. Non solo: richiesto da tutte le regioni, a partire da quelle di sinistra. Poiché però il problema esiste, è chiaro che va risolto». Ma partiamo dal principio. Cioè da lui, Franco Toniolo, veneziano, sposato, due figlie, laurea in Sociologia a Trento, simpatie giovanili per la sinistra, gavetta negli ospedali veneti, carriera brillante fino alla nomina nel ’ 95, voluta dal neo-governatore forzista Giancarlo Galan, a Segretario regionale per la Sanità. Di fatto, il numero due del pianeta sanitario veneto. Ma un numero due extra-lusso. Così preparato, sgobbone e prezioso da affermarsi come una sorta di assessore-ombra. Vero uomo forte della Sanità regionale. Rispettato da amici e avversari. Al punto che l’ estate scorsa si vide offrire insieme un posto dal ministro Francesco Storace (destra) nella commissione sulle liste d’ attesa e un altro dal governatore del Lazio Piero Marrazzo (sinistra) come consulente per la nomina dei direttori generali. Facciamola corta: è uno bravo. I guai, che gli sfregiano l’ immagine pubblica del servitore dello Stato, cominciano in gennaio. Quando un giudice istruttore di Rovereto, Marco La Ganga, indagando su un giro di tangenti, fa ammanettare il presidente margheritino del locale consiglio comunale, Fabio Demattè, e il re delle cliniche private veronesi Giuseppe Puntin, accusando il primo d’ avere preso due stecche da 10 mila euro l’ una e il secondo di averle pagate per avere il via libera ad ampliare la clinica Solatrix. Fine della prima puntata. Seconda puntata. In una delle perquisizioni salta fuori a casa di Puntin un biglietto: «pagato a To. 50 mila euro». Chi è questo misterioso «signor To.»? Il magistrato, tirandosi addosso le ire di tutti i garantisti, restringe i sospetti: o l’ assessore regionale leghista alla sanità Flavio Tosi o Franco Toniolo, che dal ’ 99, nominato da D’ Alema su indicazione quasi unanime delle regioni (azzurre, bianche, rosse o nere che fossero) è anche Presidente (confermato da Berlusconi) dell’ Agenzia nazionale per i servizi sanitari. Le elezioni di aprile sono ormai a ridosso e la reazione di Tosi è incandescente: «La Procura sta solo facendo campagna elettorale. Del resto il Trentino è di un colore diverso rispetto al nostro e, si sa, la magistratura è di sinistra». E accusa i magistrati di sprecare i soldi dei contribuenti correndo «dietro ai fantasmi». Toniolo preferisce tacere. Finché, passate le elezioni, si accerta che i «fantasmi» non erano inesistenti. E mentre emerge parallelamente la notizia che tra gli indagati ci sono anche l’ assessore leghista e il presidente della commissione regionale sanità, il forzista Raffaele Bazzoni, il potente Segretario regionale per la Sanità viene arrestato. Puntin, in carcere, ha confermato: sì, i 50 mila euro di cui parlava il biglietto erano proprio per Toniolo. Però, precisa tentando di alleggerirsi la posizione, erano solo un prestito. la tesi anche di Toniolo. Spiega che una delle figlie doveva studiare all’ università di Padova e, vista la scomodità di spostarsi tutti i giorni da Venezia, aveva deciso di comperarle un monolocale. Gli mancavano dei soldi e Puntin glieli aveva prestati. Non si fanno piaceri come questi, tra amici? Sarà, ma per il giudice dipende dalla situazione: che il generoso piacerino abbia da una parte il re delle cliniche e dall’ altra l’ «assessore ombra» alla Sanità i cui «sì» e i cui «no» possono incidere molto pesantemente nei bilanci di un gruppo sanitario privato, non sta né in cielo né in terra. Fatto sta che il 17 luglio il giudice, spiega il ministero, revoca gli arresti «prevedendo espressamente» che Toniolo sia «sospeso dall’ esercizio del servizio di Segretario regionale presso la Segreteria sanità e sociale della Regione Veneto». E l’ altra carica? Quella di Presidente dell’ Agenzia nazionale per i servizi sanitari? Non una parola. Risultato: l’ avvocato chiede il reintegro. E il ministro («Non c’ erano gli strumenti legali per opporsi, il contratto parla chiaro e le regioni erano d’ accordo, di destra e di sinistra») gira la cosa a Prodi. Che giorni fa firma il ritorno di Toniolo al suo posto. Nel Veneto, dove la cosa dà più nell’ occhio, scoppia un putiferio. Ma non a destra, dove solo un pezzo di An s’ indigna mentre l’ assessore Tosi benedice la scelta e il bellicosissimo Galan se ne sta per una volta accuratamente zitto. La rivolta («è un inciucio!») scoppia a sinistra: rifondaroli, comunisti italiani, verdi... Poi i margheritini... Finché rompono gli indugi, dicevamo, anche i Ds: «Può un uomo al vertice della sanità pubblica intrattenere questo tipo di rapporti con un operatore della sanità privata come Puntin? Per noi la risposta può essere solo una: no!». Prossima puntata: scottata dalle reazioni, Livia Turco fa sapere che presenterà un emendamento alla Finanziaria che consenta, in casi come questi, scelte diverse: «Io non potevo dire no». Nel frattempo ha deciso di chiedere a Franco Toniolo, per toglier tutti dall’ imbarazzo, di dare le dimissioni. Le dara? Gian Antonio Stella . LA NOMINA Il ministro Livia Turco ha reintegrato Franco Toniolo alla carica di presidente dell’ Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Toniolo è accusato di aver intascato 50 mila euro dal re delle cliniche private Giuseppe Puntin
Stella Gian Antonio
28/9/2006
«Ho un po’ di tosse»: i maniaci del Pronto soccorso
Da Milano a Roma sette casi su 10 non sono urgenti, basterebbe il medico di famiglia
ROMA - E’ notte, al pronto soccorso del Policlinico Umberto I di Roma è di guardia Giuliano Bertazzoni, oggi coordinatore del reparto. E’ un momento di insolita calma, ma dal 118 informano che è in arrivo un’ ambulanza con un uomo di 45 anni, colpito da infarto. I medici si stringono attorno alla barella, la situazione è disperata. Tentano di rianimarlo, ma non c’ è nulla da fare. Muore per arresto cardiaco. Ora c’ è il doloroso compito di comunicare con la famiglia, in attesa al di là della porta a vetri: «Spettava a me incontrarli. E mentre gli spiegavo cosa era successo un signore ha preso a sbraitare affinché la sua compagna venisse medicata. Erano stati al mare e lei si era scottata le gambe. Io pago le tasse, ripeteva quell’ uomo, attendo da troppo tempo e se non provvedete vi denuncio». Bertazzoni racconta l’ episodio tutto d’ un fiato, con lo sdegno di chi abbia appena assistito alla scena. Storie di «codici bianchi», come vengono classificati secondo la scala internazionale gli interventi di pronto soccorso non gravi e ai quali di solito non segue ricovero. Non sarebbero di competenza dell’ ospedale, ma finisce che il cittadino è lì che si rivolge quando accusa un banale raffreddore, qualche linea di febbre, mal di pancia o ha bisogno di una lastra di controllo alla caviglia slogata una settimana prima mentre giocava a beach volley. I servizi che dovrebbero essere utilizzati per le sole emergenze o comunque per prestazioni di un certo rilievo (la scala prevede i colori rosso, giallo e verde in ordine di gravità) sono ingiustificatamente affollati e a risentirne è la loro efficienza. Per non parlare dei costi. Ecco perché il ministro della Salute, Livia Turco, ora vorrebbe inserire nella Finanziaria una norma per introdurre un ticket sui codici bianchi, limitato alle fasce di reddito più alto, già sperimentati con varie forme in 11 Regioni ma che così troverebbero piena applicazione. Le cifre sull’ incidenza di queste prestazioni variano. Assorbono il 20% del lavoro globale di un pronto soccorso, però sommati ai «verdi» ai quali spesso vengono agganciati anche per convenienza aziendale legata alle tariffe di rimborso o per ridurre i tempi di attesa dei pazienti, raggiungono il 70%. La proposta trova buona accoglienza tra i medici di prima linea. Dovrebbero gestire situazioni alla «E.R.», il fortunato serial americano, cadenzato da salvataggi di vite umane. Invece si ritrovano spesso alle prese con problemi lievi, che potrebbero essere risolti dando fondo alle «risorse» dell’ armadietto di casa. Marco Garrone è in servizio presso il pronto intervento di Fiumicino e sforna un pittoresco repertorio di casi emblematici: «Siamo un refugium peccatorum. Tanti furbi vengono da noi perché è più semplice che prendere appuntamento in ambulatorio, ma è anche vero che spesso i medici curanti sono introvabili e non c’ è alternativa. Pensi che mi è capitato di essere svegliato la notte da un tizio che mi chiedeva dove poter trovare il taxi. L’ ultimo codice bianco? Un bambino con la febbre. Erano le 12 e la madre spiegava che non avrebbe trovato il pediatra prima delle 16. Neanche la pazienza di aspettare 4 ore. Tanto sanno che da noi è gratis e se ne approfittano. E tu perdi tempo e concentrazione. Magari in contemporanea, come mi è successo ieri, ti trovi a gestire un paziente con sindrome coronaria acuta che ho inviato all’ ospedale di Ostia, dove ha ricevuto 3 bypass». Crede poco all’ effetto ticket Francesco Pugliese, primario della medicina d’ urgenza a Viterbo. Secondo lui comporta un meccanismo difficile da applicare: «Come riscuoterli innanzitutto? Certo riceviamo richieste a volte ridicole. Ricordo un ragazzo di 20 anni che è tornato da noi 4 volte in 6 giorni perché aveva una lieve tosse. Oppure un signore col prurito in testa. Abbiamo consigliato una visita dermatologica e il giorno dopo il suo medico curante ci ha chiamati sostenendo che non avevamo il diritto di intrometterci fra lui e il paziente». Al Maggiore di Milano per una visita classificata tra i bianchi (ad assegnare il colore attraverso un sistema chiamato Triage è un infermiere appositamente formato) si aspetta anche 6-8 ore: «Alcuni si rassegnano e vanno via - ne descrive il comportamento Giovanni Figgini, 30 anni di esperienza in prima linea -. Se fanno i furbi glielo leggi in faccia. Molti ci chiedono ricette, altri inventano finte cefalee per farsi una Tac e saltare la lista di attesa. Poi ci sono i barboni che chiedono un pasto o un angolo caldo e inventano strani sintomi. Li registriamo, li teniamo in osservazione. Non possiamo esimerci. E poi, metta che abbiano davvero chessò un’ emorragia cerebrale in corso. Chi ci va di mezzo se li rimandiamo indietro? Semplice no, il dottore...». 20% *** la quota di «codici bianchi», quelli riferiti a casi non gravi e non urgenti, nei pronto soccorso italiani *** 23 euro *** il contributo sul codice bianco in Emilia Romagna, una delle regioni che già applica il ticket *** 6,6% *** in rapporto al Pil, è la richiesta di finanziamento triennale della sanità avanzata dalla Turco
De Bac Margherita (2/9/2006)
ROMA - «Al Regina Elena ho avuto la sensazione che non ci fosse molta trasparenza nella gestione dei finanziamenti per la ricerca e nella selezione dei ricercatori. Le mie parole d’ ordine sono: trasparenza, correttezza e competenza. E vorrei che il "metodo Muti" fosse usato anche in futuro dal ministro Turco per scegliere direttori, ricercatori e primari: così tanti miei colleghi italiani scappati oltre confine non sarebbero più frustrati e tornerebbero di corsa a lavorare in Italia». Non alza mai la voce Paola Muti, 50 anni, epidemiologa che ha preso il posto di Francesco Cognetti come direttore scientifico dell’ istituto «Regina Elena» di Roma. Ma le sue sono parole pesanti. Come ha vissuto la bufera che si è scatenata dopo la sua nomina? «Io non ho fatto la guerra a nessuno. Ho trascorso momenti di nervosismo e di tensione, ma non ho mai pensato di rinunciare. A me piace il rischio. Sono una moglie un po’ difficile e dal punto di vista professionale ho ricominciato da zero già altre volte. Avevo un contratto a tempo indeterminato nell’ Istituto tumori di Milano e sono andata a New York come precaria. In 12 anni sono diventata docente ordinario dell’ Università di Buffalo e membro permanente del National Institute of Health (il ministero della Salute Usa, ndr)». Perché ha deciso di tornare? « stata una nuova sfida e quando nel 2005 mi hanno richiamata dal Regina Elena mi sono portata dietro un milione di dollari che avevo ottenuto da enti statunitensi per studi sui tumori». Come è diventata direttore scientifico del Regina Elena? «Quando a giugno ho saputo che Cognetti non sarebbe stato riconfermato ho mandato, come si fa in America, il mio curriculum al ministro Turco presentando anche un progetto sull’ istituto. Poi mi sono resa conto di essere stata l’ unica ad avere presentato la domanda. Forse qui si usano procedure diverse...». Vuole dire raccomandazioni? «Non lo so, non le ho mai avute. Io so solo di avere una grande gioia e grande serenità perché la mia storia è il segno che forse in Italia le cose stanno cambiando». Può essere più precisa? «Ho avuto tanti occhi addosso perché il mio caso ha fatto emergere lo scontro tra chi vuole usare vecchi metodi di amministrazione e chi vuole cambiare le cose puntando su competenza e esperienza. Tra la politica che vuole mantenere lo status quo e chi vuole dire addio alle vecchie lobby». Da quanto tempo conosce il ministro Livia Turco? «Ho incontrato il ministro per la prima ed unica volta a luglio durante una sua visita all’ Istituto superiore di Sanità: le ho stretto la mano tre secondi e basta. Non ho alcuna tessera di partito in tasca, né ho mai fatto attività politica». Da direttore scientifico dovrà anche lavorare insieme a Cognetti che rimane primario di una struttura complessa di oncologia: come si comporterà? «Io con lui non avrò nessun problema: forse lui ne avrà qualcuno con me. Ma forse avrà più tempo da dedicare ai suoi malati, sia nel Regina Elena che privatamente. Di questo dovrebbe essere contento: invece non riesco a spiegarmi la sua reazione...». Dal centrodestra dicono che su Internet lei è meno citata di Cognetti. «La replica la lascio ai navigatori del web che potranno verificare con i loro occhi chi dice le bugie». Come organizzerà la ricerca? «I contratti dei ricercatori non rimarranno sul mio tavolo settimane, ma al massimo qualche ora. Farò tutto quello che posso per rispondere ai bisogni dei malati». Userà gli standard di valutazione statunitensi? «Certo. E vorrei che li usasse pure il ministro Turco. Negli Usa nessuno è giudicato in base alla tessera di partito che ha in tasca, ma si analizza l’ originalità e la qualità degli studi condotti e la bravura nell’ ottenere i finanziamenti. Altro che raccomandazioni». (10/8/06)
(7 agosto, 2006) Corriere della Sera
L’ EX DIRETTORE E IL MINISTRO
L’ oncologo: perso il posto per le quote rosa
Cognetti, ex direttore dell’ Istituto tumori: «La Turco voleva una donna»
ROMA - «C’ è un aspetto etico che mi preme: la scienza medica non può e non deve essere al servizio della politica». In realtà ci sono troppi conti che non tornano nella testa di Francesco Cognetti, cinquantacinque anni, oncologo, una vita dentro l’ Istituto Regina Elena di Roma, cinque anni come direttore scientifico di questo che è il nostro istituto dei tumori nazionale. Da oggi, però, sarà una donna a prendere il suo posto, Paola Muti, ricercatrice epidemiologa. Un cambio di guardia che ha suscitato un vespaio di polemiche e contro il quale Francesco Cognetti ha fatto, e perso, un ricorso al Tar. Adesso ha riprovato con il Consiglio di Stato. E in attesa della sentenza sembra proprio non riuscire a farsene una ragione di questa scelta voluta e portata avanti con decisione dal ministro Livia Turco. Mastica amaro: «Rispetto la decisione. Rispetto il ministro. Rispetto tutto. Però...». Però? «Quando sono stato convocato dal ministro Turco le ho chiesto il perché di questa scelta. Le ho chiesto se avesse valutato i parametri oggettivi e internazionali per fare questo cambio, questa nuova nomina. La verità è che mi sembra non avesse fatto nulla di tutto questo». E allora? La voce di Francesco Cognetti si assottiglia: «Livia Turco mi ha detto che doveva cambiare il direttore scientifico per motivi di discontinuità, serviva un cambiamento secondo lei. E poi per le quote rosa. Sì, voleva una donna, secondo me si era innamorata dell’ idea delle quote rosa. Eventuali raccomandazioni per Paola Muti? Non ne ho idea». Francesco Cognetti è stato nominato direttore scientifico dell’ Istituto Regina Elena nel luglio del 2001. «Ma è dal 1976 che sono dentro questo istituto», dice. E spiega: ci sono entrato come frequentatore e poi ho fatto tutta la mia carriera, fino a diventare primario e poi direttore scientifico. E ho tutte le carte in regola, tutti i parametri che, a livello internazionale vengono considerati per valutare il rendimento di un dirigente, nel mio caso sono altamente positivi». Ma non è servito a nulla. Sospira Francesco Cognetti: «E dire che Paola Muti ce l’ ho fatta venire io all’ Istituto, un anno fa. Stava negli Stati Uniti, a Buffalo. Al Regina Elena serviva un’ epidemiologa e io ho fatto il suo nome. Ma per fare quello». Non certo altro. Non certo per venire a prendere il suo posto. «Certo che ne ha di coraggio da vendere Paola Muti: dopo appena un anno di lavoro prendersi carico di un ruolo direttivo così oneroso. Non è facile avere un ruolo di gestione. Non si imparano così, su due piedi, i meccanismi di gestione italiani, tanto diversi da quelli statunitensi». Oggi Paola Muti sarà il nuovo direttore scientifico del Regina Elena. «E sono stati davvero in tanti gli uomini di scienza che mi sono stati vicini e mi hanno dato solidarietà per questo cambio inatteso», sostiene Francesco Cognetti e tira fuori una lista che parte dal premio Nobel Rita Levi Montalcini, passa per Pierpaolo Pandolfi, direttore del più importante istituto di biologia molecolare del mondo che sta a New York, Emilio Baietta, presidente degli oncologi italiani, Roberto Labianca, presidente associazione italiana oncologia medica, Franco Cavalli, presidente dell’ Uic, la più grande associazione mondiale contro il cancro e vorrebbe continuare a leggerla tutta quella lista che si gira e si rigira tra le mani, quasi a volerne trovare conforto. Sono stati anche tanti politici a stringersi attorno al nome di Francesco Cognetti. In prima fila Andrea Ronchi: il portavoce di An si è dato un gran da fare per portargli centinaia di lettere con la solidarietà del popolo del partito, nonché quella del presidente Gianfranco Fini. «E’ che con Andrea siamo molto amici, ci incontriamo al circolo canottieri Aniene. Ma non c’ entra la politica con questa storia e con il mio lavoro in genere». Ed in effetti è stata bipartisan la solidarietà che è arrivata all’ oncologo, con il ministro Antonio Di Pietro e il presidente della regione Calabria Agazio Loiero, ma anche con Daniele Capezzone e il sindaco diessino Walter Veltroni. «Lui sì che mi è vicino. Del resto lo ha sempre fatto, visto che è dentro il comitato d’ onore dell’ Istituto che ho messo in piedi per recuperare fondi e dove ci sono anche persone come Luigi Abete, il principe Caracciolo, Carlo Verdone, Francesco Totti, Giuseppe Tornatore....». Ma la solidarietà che a Francesco Cognetti sembra fare decisamente più piacere è quella che arriva dal personale del suo istituto: le strette di mano, le telefonate, le pacche sulle spalle. E poi quella lettera: «E’ firmata dall’ ottanta per cento dei primari del Regina Elena», dice l’ oncologo, sorridente. Da oggi Paola Muti sarà il nuovo direttore scientifico del Regina Elena. «Ed io ho intenzione di collaborare con lei al meglio, per il bene dell’ istituto dove sono nato e cresciuto». Oggi per la nomina di Paola Muti al Regina Elena ci sarà una piccola cerimonia di insediamento. Francesco Cognetti ci sarà? «Purtroppo sono in ferie. E nemmeno a Sabaudia dove sono stato fino a ieri, proprio oggi mi muoverò più lontano».
7/8/2006