Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 01 Mercoledì calendario

Non le sembra che si stia esagerando nella devastazione di un Paese che ai tempi del Grand Tour era definito il Giardino d’Europa? In Italia manca il rispetto del bene comune, della res publica, probabilmente perché già a partire dalle scuole elementari difetta il materiale umano in grado di inculcare buoni principi

Non le sembra che si stia esagerando nella devastazione di un Paese che ai tempi del Grand Tour era definito il Giardino d’Europa? In Italia manca il rispetto del bene comune, della res publica, probabilmente perché già a partire dalle scuole elementari difetta il materiale umano in grado di inculcare buoni principi. Come purtroppo è latitante un certo giornalismo, ormai incapace di indignare e indignarsi commentando all’acqua di rose fatti gravi come gli incendi che devastano territorio e paesaggio e l’inciviltà alimentata dalle varie mafie per quanto riguarda il riciclaggio dei rifiuti. C’è da vergognarsi di appartenere a questo Paese che è sempre più lontano dall’Europa in termini di società civile! Maurizio Ferrara, Milano Caro Ferrara, a costo di sembrarle freddo e distaccato, come i giornalisti da lei denunciati, credo che occorrerebbe chiedersi anzitutto perché l’Italia sia stata per tanto tempo uno dei luoghi europei più ricchi di straordinarie bellezze artistiche e naturali. La prima e la più ovvia delle risposte, naturalmente, è: per il gran numero di pittori, scultori, architetti, mecenati che questo Paese ha generato nel corso della sua storia, e per l’abbondanza delle memorie archeologiche che le maggiori civiltà europee hanno lasciato nel suo territorio. Ma un secondo motivo, non meno importante, è il lungo periodo (quasi due secoli) durante il quale l’Italia è stata scavalcata dalla modernità e lasciata, per così dire, sul ciglio della strada che i maggiori Paesi europei stavano velocemente percorrendo. In un breve saggio di storia economica apparso in Gran Bretagna nel 1952, Carlo Cipolla (uno dei maggiori studiosi europei del secolo scorso) colloca l’inizio di questa fase ai primi del Seicento e produce, per dimostrare la sua tesi, alcuni dati di straordinario interesse. Nei primi anni del secolo l’Italia settentrionale e centrale aveva un livello di vita eccezionalmente alto ed era una delle più avanzate aree industriali dell’Europa occidentale. Venezia produceva circa 20.000 panni all’anno. Milano aveva sessanta o settanta aziende collegate con l’industria della lana e una produzione annua di circa 15.000 panni. Como aveva una sessantina di aziende con una produzione annua di 8.000-10.000 panni. Firenze ne aveva circa 120 con una produzione annua di 14.000. Nei decenni successivi la situazione divenne drammaticamente diversa. Agli inizi del Settecento Venezia produceva 2.000 panni. Nel 1640 Milano produceva 3.000 panni e aveva, nel 1682, soltanto cinque aziende. Nel 1650 la produzione annuale di Como era ridotta a 400 panni. Nel 1627 Firenze aveva una produzione annuale di poco superiore alla metà di quella di trent’anni prima. Un’altra importante fonte di reddito (le esportazioni «invisibili » generate dai trasporti marittimi e dalle operazioni bancarie) si era progressivamente prosciugata. La principale ragione del declino fu il dinamismo commerciale e marittimo della Francia, della Gran Bretagna e dell’Olanda. La qualità dei prodotti italiani, osserva Cipolla, era superiore, ma le mani degli industriali e dei mercanti erano legate dalla politica conservatrice delle corporazioni e dei sindacati di mestiere, dal peso delle imposte e dal maggior costo della mano d’opera. A questi fattori negativi si aggiunsero la peste del 1630 e quella del 1675: due catastrofi «naturali » che ridussero di un terzo la popolazione delle grandi città. Alla fine del ciclo, quando la popolazione ricominciò a crescere, l’Italia aveva perduto i suoi mercati tradizionali, mentre i suoi concorrenti avevano ormai tutto ciò che aveva contribuito nei secoli precedenti alla fortuna del nostro Paese: le aziende, le maestranze, le banche, le flotte. Il declino rese l’Italia, con poche eccezioni, una grande area depressa, ma ebbe l’effetto di preservare, come in un museo, le bellezze naturali e artistiche che furono inevitabilmente soggette in altri Paesi agli assalti della modernità. Quando D’Annunzio decise di evocare, con la sua poesia, le «città del silenzio», ne descrisse in versi 25: Ferrara, Pisa, Ravenna, Rimini, Urbino, Padova, Lucca, Pistoia, Prato, Perugia, Assisi, Spoleto, Gubbio, Spello, Montefalco, Narni, Todi, Orvieto, Arezzo, Cortona, Bergamo, Carrara, Volterra, Vicenza, Brescia. Nessun altro Paese europeo poteva contare un tal numero di gioielli urbani sparsi sul suo territorio. Ma il prezzo pagato per la conservazione di tanta bellezza fu il declino economico, politico, sociale e intellettuale. Pagammo un altro prezzo, non meno salato, quando la modernità, giunta tardi e troppo impetuosamente, cominciò a produrre gli effetti descritti, caro Ferrara, nella sua lettera. E ora, se perdessimo ancora una volta il treno della storia, non potremmo neppure consolarci dicendo a noi stessi che siamo «il giardino d’Europa».