Corriere della Sera 1/8/2007, 1 agosto 2007
ARTICOLI SULL’ACQUISTO DEL WALL STREET JOURNAL DA PARTE DI MURDOCH 1/8/2007
CORRIERE DELLA SERA
E.C.
WASHINGTON - Da oggi, Rupert Murdoch, denunciato dai critici per la voracità del suo impero, potrà presentarsi come il «Signor Wall Street Journal», se tutto andrà bene. La fazione dei Bancroft - la proprietà - favorevole a vendere la testata avrebbe prevalso sui contrari. Cruciale sarebbe stata la decisione di Murdoch di addossarsi le ingenti spese legali, almeno 30 milioni di dollari. Un annuncio era atteso dopo la riunione del consiglio d’amministrazione della società del magnate, la News Corporation, iniziata alle 22 di ieri ore italiane, e di quello della Dow Jones, proprietaria del
Wall Street Journal, in programma nella notte.
LA CORSA IN BORSA – Per la Dow Jones, che comprende l’indice della borsa, un’agenzia di stampa, numerose riviste e la catena di giornali Ottaway, Murdoch aveva offerto ad aprile 5 miliardi di dollari, 60 dollari ad azione, 65% più delle quotazioni del mercato. L’altro ieri, quando i Bancroft erano sembrati schierarsi contro di lui, i titoli erano scesi del 9%. Ma ieri, alla notizia dell’accordo, sebbene le parti ammonissero che il conteggio dei voti non era chiuso, i titoli hanno guadagnato il 12%, a 58 dollari.
A quanto riferito dal Wall Street Journal on line, i leader della resistenza al magnate, Christopher Bancroft, Jim Ottaway e Leslie Hill, non sono riusciti a ottenere i due terzi dei voti di cui avevano bisogno. I Bancroft controllano il 64% dei voti della Dow Jones, ma il 38% di essi, forse di più sarebbero andati a favore di Murdoch, già appoggiato dal consiglio d’amministrazione e dalla grande maggioranza degli altri azionisti. In un drammatico scontro, uno dei Bancroft, Christopher Hill, avrebbe rimproverato alla famiglia di essere stata «latitante per 25 anni» e ricordato che Murdoch si è impegnato a rispettare l’autonomia della testata.
I RILANCI – S’ignora se Murdoch abbia accolto la richiesta di alcuni membri del clan di versare loro il 10-20% in più: davanti a essa, lunedì il magnate aveva minacciato di ritirare l’offerta. Secondo il Wall Street Journal, la maggioranza già raggiunta costituirebbe per lui comunque «un successo di relazioni pubbliche». Ma il giudizio del quotidiano non tiene conto delle polemiche che la vicenda ha destato. Molti giornalisti e esponenti liberal vedono nella resa della Dow Jones il trionfo degli affari e della conservazione.
IL PATRIMONIO – Murdoch ha un patrimonio di 9 miliardi di dollari, secondo la stima della rivista «Forbes» e un impero di oltre cento giornali, tv via cavo e via satellite, magazine e inserti distribuiti in tutto il mondo. A mediare tra i Bancroft e Murdoch è stato il legale dei primi, John Elefante, che ha spiegato di avere propugnato la vendita «perché nell’interesse di tutti gli azionisti».
Ora si prevede che Murdoch ristrutturerà la Dow Jones, i cui profitti sono in calo, e ne ridurrà il personale, e se ne servirà per lanciare nuove iniziative, come una tv via cavo finanziaria della sua rete Fox. Un’iniziativa molto temuta dalla Nbc che ha il canale più forte nel settore, la Cnbc, e che per questo aveva provato ad allearsi con la Pearson per lanciare un’offerta alternativa a quella del magnate televisivo australiano.
L’America si chiede ora cosa succederà alle altre grandi famiglie dei giornali americani, come i Sulzberger del
New York Times e i Graham del Washington Post. Tutte famiglie che controllano il loro giornali solo a particolari diritti di voto. Sa che il suo giornalismo è a una svolta.
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CORRIERE DELLA SERA
ENNIO CARETTO
WASHINGTON – Nel coro di critiche per la vendita del Wall Street Journal aRupert
Murdoch, si leva una voce discordante: quella dello scrittore Gay Talese, in gioventù giornalista del New York Times, a cui dedicò un libro famoso, «Il potere e la gloria». Talese, un cantore della etnia italiana, è vicino ai democratici. Ma non considera «la cessione della Bibbia della finanza americana al magnate straniero», come chiama la vendita, uno scossone storico, né dal punto di vista politico né da quello editoriale. «Noi amiamo gli stereotipi – dichiara – angeli e demoni, nobili e barbari. Ma tra i primi, in questo caso i Bancroft, proprietari del Wall Street Journal da oltre un secolo, e i secondi, i Murdoch, non vedo gran differenza. Per quanto ne so, sono entrambi uomini di affari e conservatori, con convinzioni e interessi analoghi».
Ma il Wall Street Journal è un’icona, bastione delle tradizioni. Murdoch non è ritenuto un iconoclasta, un prevaricatore?
«Sono falsi miti. Conosco da decenni questo mondo, e ne sono scettico. L’obbiettività del Wall Street Journal è relativa: come tutti i giornali, ingigantisce certe cose e ne tace altre. Le proprietà possono avere il senso della storia, del ruolo sociale, ma mirano soprattutto al profitto, alla pubblicità e così via, che siano i Sulzberger del New York Times o i Graham del
Washington Post. Sotto Murdoch, il New York Post non è diventato peggiore di prima. Sarà lo stesso al Wall Street Journal ».
Perché, allora, i suoi giornalisti, e con loro alcuni membri della famiglia Bancroft, si sono opposti alla vendita?
«Per il motivo che le dicevo, a causa dell’immagine elitaria della proprietà e della redazione, e dell’immagine volgare e aggressiva di Murdoch. In realtà, il magnate sceglierà i direttori e il personale come li sceglievano i Bancroft e il loro consiglio d’amministrazione: gente allineata, che distingueva tra i loro amici e i loro nemici. Le faccio l’esempio del New York Times: è nei guai come il Wall Street Journal, ma non parla quasi mai sulle proprie pagine. Murdoch farà un giornale forse un po’ meno elegante e meno rappresentativo dell’establishment, ma non sbracato né esasperato. Se violasse troppo le tradizioni, perderebbe i lettori».
Il nome di Murdoch, però, è associato a quotidiani come l’inglese Sun, che parla di sesso e scandali.
«Senza dubbio sfrutta l’involgarimento della società, la crescente superficialità di un vasto pubblico. Ma lo fanno anche altri, sotto l’influenza del cinema e dei nuovi media elettronici. Al tempo stesso, possiede molte testate serie».
Non farà del Wall Street Journal un giornale di battaglia, al servizio dell’amministrazione Bush, come temono i democratici?
«Da sempre il Wall Street Journal è schierato con i repubblicani e le multinazionali, contro i democratici e i sindacati. A volte cerca di rifarsi una verginità con articoli di denuncia dei mali americani, ma mai negli editoriali, che sono sempre ortodossi. Murdoch, grosso modo, ne manterrà la linea. E se farà qualche cambiamento, sarà nei confronti del proprio impero: il giornale non ne parlerà più male, come ha invece fatto sino a ora».
Con le sue tv e i suoi giornali, Murdoch non ha contribuito a peggiore l’immagine del giornalismo americano?
«Se il nostro giornalismo non gode della stima di un tempo la colpa non è solo di Murdoch, è dei giornali in genere. Sono sedotti dal potere, non vi si contrappongono più. come se facessero parte di un club. La maggior parte delle volte, neppure il
New York Times eil Washington Post, due testate liberal, esprimono dissenso».
C’è una responsabilità dei giornalisti?
«Certo. Troppi si sono ridotti a cinghie di trasmissione».
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CORRIERE DELLA SERA
GUIDO SANTEVECCHI
LONDRA – C’è clima di accerchiamento intorno al palazzo con i vetri scuri di Southwark Bridge, sede del Financial Times, trecento metri dal confine della City ma sulla sponda sud del Tamigi. Ieri pomeriggio buona parte dei vertici del giornale aspettava notizie non solo da New York ma anche dal quartier generale dell’editore Pearson. il gruppo guidato da
Dame Marjorie Scardino che deve decidere come reagire alla grande ragnatela globale della NewsCorp di Rupert Murdoch.
Al giornale, il direttore Lionel Barber passa da una riunione all’altra e il media editor Andrew Edgecliffe-Johnson si scusa: purtroppo «noi giornalisti non commentiamo sulle questioni che riguardano la nostra parent company ». In effetti a giugno erano circolate voci secondo cui Pearson aveva avviato colloqui con la General Electric su una possibile offerta comune per il Wall Street Journal. Masi era trattato solo di una valutazione del tutto ipotetica. L’obiettivo della signora Scardino in questa fase è trovare alleati per rafforzare la distribuzione dei prodotti giornalistici del-l’FT: e General Electric controlla la tv via cavo di business news americana Cnbc. Una sinergia potrebbe essere il modo di uscire dall’accerchiamento dell’impero Murdoch (che a Londra controlla il Times, il Sun
ela tv Sky) e della fusione tra i canadesi di Thomson ela Reuters.
«Stiamo vedendo se Cnbc potrebbe essere un buon canale per noi, la discussione è intensa perché loro stanno cercando di potenziare le informazioni finanziarie mentre noi vogliamo trovare nuovi modi di trasmettere le nostre news», ha detto Dame
Marjorie presentando lunedì i risultati del primo semestre. Conti in crescita: gli utili prima delle tasse sono saliti a 40 milioni di sterline rispetto ai 14 di un anno fa.
Il Financial Times, fondato nel 1888 come «amico dell’onesto finanziere e del rispettabile broker», è stato acquistato da Pearson cinquant’anni fa e contribuisce in proporzione relativamente bassa ai ricavi del gruppo: i due terzi vengono dalla divisione che pubblica manuali di aggiornamento per professionisti e insegnanti. Il gruppo editoriale ha in portafoglio anche la Penguin e il 50% dell’Economist. Non sempre l’FT è stato anche nella colonna dell’utile di Pearson. Ma quest’anno il giornale della City ha aumentato le copie vendute attestandosi a circa 450 mila (+1%) e ha segnato un balzo del 12% negli abbonamenti al sito a pagamento online che ora sono 97 mila.
Financial Times e Wall Street Journal sono concorrenti. Il quotidiano inglese ha edizioni per gli Stati Uniti, l’Europa e l’Asia: diffonde sul mercato britannico circa 148 mila copie e su quello nordamericano 138 mila. Il WSJ, con una diffusione di circa 2 milioni di copie, ha anche 900 mila abbonati online. La sua edizione europea vende circa 80 mila copie.
Le grandi manovre editoriali del gruppo Pearson, oltre ai contatti con General Electric, comprendono la possibile cessione di Les Echos, quotidiano economico francese: è in corso una trattativa con LVMH, la società di prodotti di lusso che comprende Moët, Hennessy e Louis Vuitton. L’amministratore delegato Scardino vuole concentrare l’attenzione sul Financial Times,
nonostante le ipotesi che circolano ricorrentemente su una cessione. Su questo punto Dame Marjorie resta ferma a quanto disse anni fa: «Per venderlo dovranno prima passare sul mio cadavere». Un segnale interessante: i primi a dare la notizia dell’accordo tra Murdoch e i Bancroft ieri pomeriggio sono stati i cronisti della televisione
Cnbc. In linea con il vecchio motto dell’FT: «Senza paura e senza favori».
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CORRIERE DELLA SERA
In Italia il gruppo News Corp controlla l’emittente satellitare Sky Italia e, per effetto dell’acquisizione del gruppo Dow Jones, eredita di fatto anche un accordo editoriale con il gruppo Class Editori. Dow Jones ha una partecipazione nel gruppo milanese di cui è da lungo tempo partner sia nella realizzazione del canale di news finanziarie Class-Cnbc, sia nell’agenzia MF-Dow Jones News. Inoltre, il quotidiano propone anche una selezione di notizie (tradotte in italiano) a marchio Wall Street Journal.
Presto per dire se un rapporto così consolidato possa subire scossoni con l’arrivo dello «squalo» Murdoch. In ogni caso la Borsa non lo crede visto che ieri il titolo Class ha chiuso in rialzo dell’1,46% a 1,73 euro.
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LA STAMPA
CARLO BASTASIN
Perché l’uomo che ha preannunciato pochi anni fa la fine dei giornali spende ora 5 miliardi di dollari per comprare il Wall Street Journal? Dal punto di vista finanziario per Rupert Murdoch vale la valutazione di Voltaire sui banchieri: se li vedi saltare dalla finestra non chiederti perché, ma seguili: c’è certamente da guadagnare.
Sembravano azzardi i suoi investimenti in Fox e in MySpace, ma ne ha fatto macchine da denaro. Nessuno ha dubbi sul talento imprenditoriale del magnate australiano. Nemmeno i mercati: un prezzo offerto del 65 per cento più alto del normale nella proposta iniziale per le azioni Dow Jones, viene interpretato non come una follia, ma come un segno che la preda è più interessante di quanto la logica economica non spieghi.
Ma proprio questo è il problema. Murdoch per esempio non è mai riuscito a rendere il quotidiano londinese The Times redditizio, ma non ha mai pensato di liberarsene. I quotidiani di qualità sono per Murdoch strumenti mirati di influenza. Come molti manager ed editori di giornali, anche Murdoch coltiva quell’ambiguo disprezzo per la buona informazione che rasenta una sindrome da psicoanalisi.
La strategia manageriale che preferisce è quella svelta del giornale popolare. Nell’informazione c’è però un solo modo di corteggiare le masse: chiamare popolare ciò che in realtà è populismo, privilegiare il pregiudizio rispetto alla ricerca dei fatti. Un editore britannico un tempo diceva che per fare un buon giornale popolare ci vuole più di una donna nuda in prima pagina, infatti Murdoch avrebbe suggerito di metterne almeno due.
I giornali di qualità servono ad altro e hanno a che fare con le infinite leggende sull’influenza politica del magnate australiano.
Quando si è mosso per sostenere la guerra in Iraq, i suoi 175 media hanno convinto rapidamente l’opinione pubblica americana a condividere il catastrofico piano di invasione del presidente Bush. Negli Usa ci sono più ascoltatori dei notiziari di Fox che elettori alle presidenziali. I media inglesi stanno indagando sugli scambi di telefonate tra Tony Blair e lo stesso Murdoch nei dieci giorni che hanno preceduto la decisione di schierare le truppe britanniche a fianco di quelle americane. Altre versioni del superpotere di Murdoch scivolano direttamente nella paranoia.
Nel caso del Wall Street Journal si aggiunge però il problema degli interessi finanziari globali. Oltre all’industria dei media, Murdoch è direttamente interessato all’industria aerea e a quella finanziaria. Ma il compasso globale dei suoi media finisce per circoscrivere interessi politici diretti che vanno dalla Casa Bianca a Washington fino al Comitato centrale di Pechino. Il suo ingresso nelle tv asiatiche sarà un capitolo dei libri di storia del 21° secolo. Per un gioco globale di tale portata il Journal è un eccellente veicolo. Si tratta del maggiore quotidiano finanziario del mondo. Il baricentro della cultura conservatrice americana e mondiale. Uno strumento di influenza che già ora ha molte delle devianze giornalistiche comunemente attribuite a Murdoch.
Il Journal è diviso anche fisicamente in una sezione di cronaca di eccezionale qualità e una di opinioni di stucchevole faziosità. Chi commenta i fatti di Bruxelles, per esempio, scrive da Londra senza tener conto delle cronache del quotidiano. Nel caso dell’informazione europea l’approccio ideologico deforma scientificamente l’immagine dell’Europa e dei suoi Paesi membri descritti come sclerotici e in mano ad autarchi e satrapi delle burocrazie. La retorica è tutta sbilanciata sul modello americano di Bush. Non c’è troppo da preoccuparsi di una futura influenza di Murdoch su questa linea editoriale. Il nuovo editore seguirà la linea più vicina a chi vincerà le prossime elezioni, fosse perfino Hillary Clinton. Ma il punto è che le opinioni del Journal non saranno più solo staccate dai fatti, ma piegate agli interessi, pur mutevoli, di un editore tanto speciale.
Non è un pulpito comodo quello italiano per criticare Rupert Murdoch: in tutto il nostro giornalismo sono pochissimi gli editori di quotidiani non sospettabili di coltivare interessi diversi da quelli giornalistici. Si afferma infatti proprio lo stesso difetto giornalistico: uno stile che anziché separare i fatti dalle opinioni, separa le opinioni dai fatti. Prevale lo schieramento ideologico sul duro lavoro di ricerca. L’autorevolezza delle opinioni non si basa affatto sull’autorevolezza della cronaca e dei giornalisti che ne sono attori. Una riflessione che le vicende del Wall Street Journal riportano di attualità: di tante transizioni incomplete verso la società aperta, che hanno riguardato la politica, la magistratura o la finanza, quella dei giornali italiani non è nemmeno cominciata.
carlo.bastasin@lastampa.it