Il Messaggero 31/7/2007, pagina 10., 31 luglio 2007
Mia moglie mi picchia. Il Messaggero, martedì 31 luglio Caro Signor Gervaso, sto per andar in vacanza a Honolulu con mia moglie, ma non ho nessuna voglia di partire
Mia moglie mi picchia. Il Messaggero, martedì 31 luglio Caro Signor Gervaso, sto per andar in vacanza a Honolulu con mia moglie, ma non ho nessuna voglia di partire. Preferirei starmene solo soletto a casa, nella mia bella villa con piscina, alla periferia di Firenze. Lei si domanderà perché. Glielo dico subito, con la preghiera di non pubblicare il mio nome per timore di rappresaglie. Non da parte di nemici occulti, che non ho, ma di Lauretta, la mia compagna. Siamo sposati da dieci anni e da cinque, le assicuro, non sono più un uomo libero. Sono sempre stato fedele a mia moglie, convinta che la tradisca a destra e a manca. Se ieri non lo facevo perché l’amavo, oggi non lo faccio perché ho paura, anche fisica, di lei. E’ una donna bellissima, con uno charme unico e un sex appeal che non le dico. Ma è gelosissima e vede corna ovunque. Se avessi perduto solo la mia libertà, pazienza. Ma ho perduto la pace. Ero un uomo felice, mai così felice come quando, a Parigi, in place Vendôme, la incontrai per caso (era in compagnia di una coppia di comuni amici). Fu un colpo di fulmine reciproco. Ci fidanzammo, le regalai un anello che mi costò un occhio della testa e, nella stessa Parigi, la sposai, testimoni gli amici che ci avevano presentato. Sono un imprenditore ed esporto olio vergine d’oliva in tutto il mondo. Ho un buon fatturato e non mi manca niente. Avrei tanto voluto un figlio che ereditasse un giorno le mie attività e il mio patrimonio, ma ci è stato negato. Lauretta ne ha fatto una malattia, io pure, ma alla fine, dopo reiterati e falliti tentativi, ci siamo rassegnati. Lei mi chiederà perché da cinque anni non sono più un uomo libero e perché oggi ho paura, paura anche fisica, di mia moglie. Non lo so nemmeno io perché, mi creda, non ho mai dato a Lauretta occasione di dubitare della mia fedeltà che sarebbe riduttivo definire canina. Non solo non ho mai ceduto alle lusinghe dell’adulterio (e le occasioni non mi sono mancate), ma non ho mai, presente mia moglie, guardato un’altra donna. Purtroppo, qualche malalingua, che non ho ancora identificato, ma che spero, un giorno, di smascherare, scrisse, a suo tempo, a Lauretta, una lettera anonima con queste terribili parole: ”Suo marito non la tradisce”. Non che la tradivo: che non la tradivo. Ma sa come sono le donne. In quell’ambigua negazione che avrebbe dovuto, se mai ce ne fosse stato bisogno, tranquillizzarla, mia moglie lesse una certezza. Voleva chiedere il divorzio e convocò il nostro avvocato, mettendolo comprensibilmente in imbarazzo. E, mettendo, le confesso, in imbarazzo anche me. Davanti a tutt’e due, più sbigottiti che sorpresi, sventolò la lettera anonima, citando quella maledetta frase. Il legale cercò di placarla, ma più lui si sforzava di farla ragionare, più lei dava in escandescenze. Io avrei voluto che quella notte l’avvocato si fermasse a dormire perché cominciavo ad aver paura di Lauretta, ma lui rifiutò dicendo che dovevamo vedercela fra di noi e adducendo il pretesto (ma, forse, era solo un pretesto) di una levataccia mattutina e una trasferta a Milano. All’una ci salutò e io mi trovai vis-à-vis con mia moglie, che m’intimò: ”Spogliati, andiamo a letto e lì faremo i conti”. Lì per lì, m’illusi che fosse stata tutta una sceneggiata per rendere più eccitante, con la complicità del legale, il corpo a corpo che ogni sera ci vedeva focosamente impegnati. Mi sbagliavo (come mi sbagliavo!). Quando fummo soli, a letto, Lauretta mi aggredì rinfacciandomi scappatelle mai commesse e neppure sognate: ”D’ora in poi, cioè, da domani mattina, tu non esci. Via le donne, anche quelle che, per ragioni di lavoro, ti stanno vicino, a cominciare dalla segretaria che non mi è mai piaciuta, con quell’aria timida e sorniona, con quegli occhi che non guardano mai negli occhi: un’acqua cheta. E le acque chete sono le più insidiose”. E temendo che non avessi capito (ma avevo capito benissimo) mi mollò un ceffone. Avrei voluto chiamare l’avvocato perché temevo il peggio. Temevo che mia moglie, dopo avermi dato un’ennesima, manesca lezione, mi cacciasse di casa, mi denunciasse per fantomatiche lesioni, mi spedisse in tribunale dove i giudici mi avrebbe condannato a un’immeritata pena detentiva. Non le avrei scritto, rassegnato come sono alla mia condizione di marito perseguitato e macho dimezzato, se Lauretta, alla vigilia della partenza per Honolulu, non avesse ricevuto un’altra lettera anonima dello stesso tenore: ”Suo marito non la tradisce”. Che è la pura verità. Non ne posso più, sono disperato, cosa devo fare? L.L., Firenze