Corriere della Sera 30/07/2007, pag.15 Ennio Caretto, 30 luglio 2007
«Io, così vulnerabile e insicura» Le lettere della giovane Hillary. Corriere della Sera 30 luglio 2007
«Io, così vulnerabile e insicura» Le lettere della giovane Hillary. Corriere della Sera 30 luglio 2007. WASHINGTON – «Dalle vacanze di Natale, ho subito tre metamorfosi e mezzo. Incomincio a sentirmi un guazzabuglio di personalità, e sinora ne ho mostrare tre, di accademica alienata, di pseudohippie impegnata e di riformatrice sociale. Più mezza misantropa». E ancora: «Ti sfido a definire la felicità Hillary Rodham, tu nota liberal intellettuale e agnostica, conservatrice nelle emozioni e nei sentimenti. Ma se la vita è assurda, perché non essere assurdamente felice?». Quindi: « un febbraio di depressione, di mattine trascorse a letto, di lezioni disertate, di disprezzo di me stessa. Il vagare dei pensieri diviene un’autoanalisi da cui il mio ego esce perdente». Infine: «Sono vulnerabile e letargica, avvolta nell’antipatia per gli altri e per me stessa. Non mi rassegno al destino di non diventare una star». CORRISPONDENZA – L’autrice di queste lettere del ’67 è Hillary Clinton, futura first lady, senatrice, e forse nel 2009 prima donna presidente degli Stati Uniti. Hillary ha vent’anni, è al secondo anno di università a Wellesley, tempio femminile del repubblicanesimo. Al suo orizzonte non è ancora apparso Bill Clinton, lo incontrerà più tardi a Yale, quando si laureerà con lui in Giurisprudenza. Suo amico e confidente è John Peavoy, un compagno di liceo a Park Ridge, la sua città natale presso Chicago, un giovane iscritto a Princeton. In quattro anni, lei gli scrive 30 volte. Ne emerge un ritratto opposto a quello attuale. Oggi Hillary è considerata da molti persino troppo forte e preparata, ma fredda, «un robot» come ha protestato il popolo di YouTube. Le lettere di 40 anni fa, invece, rivelano una ragazza colta e ambiziosa, ma ora angosciata ora effervescente, ora disciplinata ora disorientata dalla vita a venire. SENTIMENTI – A mettere le mani sulla corrispondenza della giovane Hillary a John Peavoy, attualmente professore di Letteratura in un College della California, è stato il New York Times. La futura first lady, osserva il quotidiano, in quelle righe «mette il cuore». Sono lettere pudiche, tra due primi della classe che si vogliono bene ma non sono innamorati l’una dell’altro. Raramente lei parla di sesso: c’è un accenno a uno studente dell’Università di Darmouth ad Hanover e una notte là trascorsa, e ci sono critiche ai «ragazzi che amano discutere molto di se stessi», ma nulla più. I problemi che tormentano Hillary alle prese con l’America che cambia nell’età della contestazione sono altri: il senso del dovere civico, il significato dell’esistenza, i sogni di grandezza. Non c’è presagio di potere, lei anzi crede che sarà Peavoy a eccellere, dice «venderò le tue lettere per un milione». La corrispondenza costituisce un’eccezionale testimonianza dell’evoluzione del pensiero di Hillary come donna e come politico. Sono gli anni dell’università a plasmarla, staccandola dalla famiglia, dal severissimo padre soprattutto, e trasformandola da repubblicana in liberal. Il distacco è doloroso. Al diciannovesimo compleanno, lei confida all’amico di rimpiangere l’infanzia perduta, di non esser più «la bambina nei raggi del sole che pensava di essere l’unica persona al mondo, e che danzava in giardino fingendo che telecamere celesti filmassero ogni mia mossa». TRASFORMAZIONE – Dopo una visita a casa dice di «avvertire una profonda incomunicabilità con i miei genitori, con il mio mondo di ieri», e si ribella al loro divieto di lasciarle trascorrere un weekend a New York. l’inizio del cammino verso l’indipendenza: «Meno introspezione », decide a un certo punto, «quando è possibile, aiuta gli altri ». Arrivata a Wellesley come una «Goldwater girl», una sostenitrice di Goldwater, il padre del conservatorismo, al terzo anno, nel ’68, Hillary si schiera per Eugene McCarthy, il senatore poeta pacifista democratico. Sono state la fatuità delle ragazze bene a cui importa solo debuttare in società e gli eccessi della contestazione, sesso e droga, a condurla su posizioni liberal moderate. Non s’identifica più nei repubblicani – li chiama «loro », non «noi» come una volta – li trova «inetti», sordi ai mali americani. Accusa Peavoy, meno attivo di lei in politica, di criticare la società dall’esterno: gioca sui termini «actor», una che agisce come lei, e «reactor», uno che reagisce soltanto come lui. «La mia è misantropia ma nella compassione», scherza. E cita Il dottor Zivago di Pasternak: l’uomo è nato per vivere, non per prepararsi alla vita. MATURITA’ – Dalla corrispondenza, le due facce della futura first lady paiono inscindibili. A poco a poco, Hillary matura come essere umano e come leader. Firma le lettere con il proprio nome o con l’iniziale H o un ironico «Me», e cita «l’obbligo della nostra generazione di attuare proteste costruttive» denunciando il conformismo come «una farsa che divertirebbe Oscar Wilde ». Abbraccia il femminismo nascente, dicendo che il College vorrebbe espellere una ragazza sorpresa a letto con un amico: «Non ne approvo la condotta, ma sarei pronta a farmi espellere a mia volta per difendere la sua libertà». All’ ultimo corso, nel ’69, Hillary si congeda da Peavoy criticando la guerra del Vietnam e il caos culturale: «Sono stanca della gente che urla oscenità alla vita e di questo mondo accademico senza anima». Un formidabile intelletto che affascinerà un Bill Clinton casanova, che annuncerà alla madre: «Non voglio al mio fianco una bellezza vuota». Riferisce il New York Times che negli anni Novanta, quando la scrittrice Gail Sheely parlò in un libro di questo epistolario, la allora first lady ne chiese a Peavoy una copia. Peavoy dubita che Hillary abbia conservato le sue risposte, ed è persuaso che si sia irritata per l’eco che le lettere hanno suscitato: «In 40 anni – ha notato – l’ho rivista una sola volta a Washington nell’85 e ho ricevuto da lei una sola telefonata nel ’95». Il professore di Letteratura, uomo tranquillo che non ha corrisposto alle aspettative di Hillary, non intende violarne la riservatezza vendendo la corrispondenza. Il New York Times gli ha chiesto se voterà per lei alle elezioni: «Sono indeciso – ha ribattuto – mi piace anche Obama ». Ma l’inedito ritratto giovanile potrebbe essere l’asso nella manica di Hillary. Ennio Caretto