Corriere della Sera 30/07/2007, pag.14 Paolo Valentino, 30 luglio 2007
Berlino, il terremoto Lafontaine scuote il «bipolarismo corretto». Corriere della Sera 30 luglio 2007
Berlino, il terremoto Lafontaine scuote il «bipolarismo corretto». Corriere della Sera 30 luglio 2007. BERLINO – Nel cielo della Germania è (ri)nata la stella di Oskar Lafontaine. E a conferma che la stabilità politica di un Paese dipende solo in parte dai suoi successi economici, il ritorno sulla scena dell’ex «Napoleone della Saar» annuncia una stagione di grandi rivolgimenti nella geografia dei partiti. Proprio nell’estate in cui i politici italiani, in perenne cerca d’autore, riscoprono le presunte virtù chiarificatrici del sistema elettorale tedesco, l’ennesima resurrezione di Lafontaine rischia invece di cortocircuitarlo. E di favorire una ridefinizione del paesaggio pubblico, caratterizzata da imprevedibilità e incertezza. «Si ha l’impressione – scrive Der Spiegel ’ che la politica tedesca stia per cambiare radicalmente ». Ma andiamo con ordine. Nella sua ultima reincarnazione, Oskar Lafontaine è il nuovo presidente di «Die Linke», il partito sorto all’estrema sinistra, combinando i post-comunisti della Pds, con gli ex socialdemocratici delusi dalla svolta moderata della Spd, ingabbiata dalle esigenze della Grosse Koalition. Die Linke è già una rivoluzione per sé: sdogana gli eredi della Germania Est e offre un riparo non imbarazzante allo scontento sociale in tutta la Germania. Ma soprattutto, grazie a sondaggi che la danno addirittura intorno al 14% delle preferenze di voto, consolida la realtà di un nuovo sistema a cinque partiti: Cdu-Csu, Spd, Verdi, liberali e Die Linke appunto. Con le tre formazioni minori non più tanto piccole, ma – come hanno confermato le elezioni federali del 2005 – stabilmente intorno o sopra la barra del 10% e dunque con la prospettiva molto concreta che in futuro per governare il primo Paese d’Europa saranno necessarie coalizioni a tre. Nessuno infatti ha voglia di ripetere l’esperienza della Grande Coalizione tra i due partiti maggiori, che già adesso, dopo due anni di buon lavoro, mostra segni d’usura. In altre parole, il «bipolarismo corretto» conosciuto nell’ultimo mezzo secolo rischia di andare parzialmente in pensione. E se è vero che Cdu-Csu e Spd difficilmente torneranno insieme, la frenetica ricerca di nuove opzioni di governo vede già impegnati tutti i partiti e potrebbe dare esiti sorprendenti. Così, per esempio, chi vota i Grünen, potrebbe ritrovarsi con una coalizione «Giamaica» insieme alla Cdu-Csu (nero) e ai liberali della Fdp (giallo). Oppure potrebbe veder nascere una coalizione del «semaforo» con il rosso della Spd e il giallo della Fdp. Ma potrebbe anche dar vita a un governo frontista rosso-rosso-verde, con la Spd e Die Linke. Un elettore verde insomma rischia di dare carta bianca all’intero spettro della politica federale, dagli ultraliberali agli ultrastatalisti. Nessuno in verità esclude più nulla. Il ministro degli Interni, Wolfgang Schäuble, sostiene che l’eventuale alleanza con i Verdi non è più un auspicio ma «una opzione concreta per la Cdu». Nella Spd, la più minacciata dalla nascita di Die Linke, infuria il dibattito se occorra o meno considerarla un alleato potenziale per il governo federale, visto che lo è già nei Länder e nei comuni. Perfino i liberali hanno ora riscoperto questa versione teutonica della teoria dei due forni e, pur di tornare al potere dopo 10 anni all’opposizione, sono aperti a qualsiasi ipotesi. Incredibile a dirsi, l’uomo che ha innescato questa bomba a tempo sotto il sistema tedesco, è proprio Oskar Lafontaine. Un ritorno in grande stile, il suo, sul quale pochi avrebbero scommesso. Ex nipotino di Willy Brandt, ex candidato socialdemocratico alla cancelleria macinato da Helmut Kohl nell’anno della riunificazione, ex presidente della Spd che nel 1998 portò Gerhard Schröder al potere, ex Superministro dell’Economia nel primo governo rosso-verde, prima di gettare la spugna nel marzo 1999, dimettendosi da tutto, partito, parlamento e governo, Lafontaine è sempre stato uomo di eccessi, passioni e scelte radicali. Ha pagato anche di persona, sfuggendo di poco alla morte, quando fu accoltellato da un pazzo durante la campagna elettorale del 1990. Anche questa volta non si smentisce, confermandosi populista consumato e anche irresponsabile. Dalla sua nuova posizione, promette infatti qualsiasi cosa: un paradiso in terra, senza i tagli allo Stato sociale e alle pensioni, dove tutti lavorano col salario garantito, un mondo senza guerra, senza la Nato, senza il terrorismo, senza la globalizzazione. Nella foga oratoria, ogni tanto scivola e dice perfino senza immigrati. Fatto è che la sua retorica mette all’angolo e manda in fibrillazione la Spd, già annichilita dalla popolarità della Supercancelliera Angela Merkel, al minimo storico nei sondaggi e incerta su come comportarsi di fronte all’incalzare della sua nemesi, lo stesso Oskar che fu una volta il beniamino della base. Nell’ufficio di Lafontaine al Bundestag, campeggia un ritratto di Willy Brandt: la lotta per accaparrarsi i padri e i simboli è appena cominciata. Paolo Valentino