Corriere della Sera 30/07/2007, pagg.1-22 MARIO MONTI, 30 luglio 2007
UN LIBERALE COLBERTISTA
Corriere della Sera 30 luglio 2007. «Un liberale colbertista e pragmatico. Talvolta l’Europa ha bisogno di pragmatismo». Così mi espressi lo scorso 8 maggio sul Financial Times, che mi chiedeva una previsione sulla politica economica del presidente Nicolas Sarkozy. Dopo due mesi, le impressioni trovano conferma. Il liberalismo ispira, con una certa prudenza, gli orientamenti in materia di fiscalità e mercato del lavoro. Il colbertismo, affermato con fierezza, permea di sé i discorsi strategici e i primi interventi di politica industriale. Il pragmatismo, elevato a stile di governo, caratterizza segnatamente le prese di posizione sull’Unione Europea. Proponendo un «trattato semplificato», che non richiedesse un referendum, e lavorando alacremente con Angela Merkel al successo del Consiglio europ eo, il presidente Sarkozy ha offerto un contributo essenziale per l’uscita dell’Europa dalla crisi istituzionale.
Come sfrutterà, il presidente francese, l’importante «capitale politico» che si è saputo creare tanto rapidamente in Europa? Una linea di forza sembra imporsi: rendere tutta una serie di politiche Ue meno «dogmatiche ». un intento salutare. Qualsiasi politica, nazionale o comunitaria, merita d’essere costantemente ripensata. Ma l’impulso francese sarà fruttuoso solo se riuscirà esso stesso a rifuggire da un certo dogmatismo. Nell’interesse di un dibattito che non sia una guerra di religione, mi permetto di fare qualche osservazione sulle parole pronunciate dal presidente Sarkozy sul tema della concorrenza nel suo discorso del 2 luglio a Strasburgo.
A) La concorrenza come obiettivo. «L’eliminazione della concorrenza libera e non distorta dalle finalità dell’Unione», sottolinea il presidente, è stata una vittoria «di grande portata simbolica e politica». Ma la concorrenza era veramente un obiettivo, nel Trattato costituzionale? L’articolo I-3.2 recitava testualmente: «L’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, e un mercato interno nel quale la concorrenza è libera e non distorta ». L’obiettivo era il mercato interno; le nove parole successive lo qualificavano. Dopo la loro eliminazione, l’opzione dell’ Unione a favore dell’economia di «mercato» resta intatta, ma a questo punto potrebbe trattarsi di un mercato di qualsiasi tipo, compresa una giungla senza regole ove impazzerebbe la legge del più forte. Di contro, un mercato «nel quale la concorrenza è libera e non distorta», lungi dall’ essere il sogno degli ultraliberali, esige da parte dell’autorità pubblica, comunitaria e nazionale, la definizione di regole e il controllo sulla loro effettiva applicazione. proprio con tale spirito che avevo salutato a suo tempo la formulazione del Trattato costituzionale.
B) I presunti danni della concorrenza. Si può sempre proporre di modificare le regole, ma non è corretto attribuire a esse una portata che non hanno. A Strasburgo, il presidente Sarkozy ha invocato «che la concorrenza cessi di essere una religione (…) affinché possano emergere campioni nazionali ed europei» e «affinché, quando si tratti di salvare un gruppo come Alstom, gli Stati possano avere il sostegno della Commissione invece di averla come avversario in quanto i dogmi della concorrenza perfetta si oppongono a qualsiasi intervento pubblico». Non ho titolo per affrontare la questione, sicuramente avvincente, della possibilità o meno di equiparare la politica di concorrenza a una religione.
certo, tuttavia, che tale politica non proclama, né pratica, i tre dogmi che Nicolas Sarkozy le attribuisce: 1. Campioni nazionali ed europei. Molti gruppi importanti, in particolare a base francese, sono potuti emergere grazie al mercato unico e in piena conformità alle regole europee sulla concorrenza. Tra le fusioni benedette (lapsus… religioso?) dalla Commissione durante il mio mandato, ricordo Totalfina/ Elf, Carrefour/Promodès, DaimlerChrysler Aerospace/ Aérospatiale Matra/Casa (costituzione di Eads), Usinor/Arbed/Aceralia (costituzione di Arcelor), Framatome/Siemens (costituzione di Areva), Vivendi/Universal, Air France/Klm. Tutti campioni francesi o europei o addirittura mondiali.
Curiosamente, l’opinione pubblica francese sembra ricordarsi soltanto un’eccezione a tale tendenza: la fusione Schneider/Legrand, bloccata dal veto della Commissione, poi sanzionata dal Tribunale di primo grado. Senza minimizzare la portata di tale dossier, va ricordato che la Commissione ha prontamente tratto le conseguenze di alcuni errori riformando radicalmente le sue procedure decisionali, soprattutto in materia di controllo delle concentrazioni. Grazie a tali riforme, la Direzione generale della concorrenza, guidata dal commissario Neelie Kroes, è ora al primo posto tra le Autorità della concorrenza a livello mondiale secondo le valutazioni della Global Competition Review.
2. Salvataggi di imprese. Riferendosi al caso Alstom, Nicolas Sarkozy dà l’impressione che l’obiettivo della Commissione fosse di impedire il salvataggio dell’impresa, mentre il suo intervento in qualità di ministro delle Finanze riuscì a ottenerlo. In realtà, le norme europee, e segnatamente le linee direttrici adottate dalla Commissione previa consultazione degli Stati membri, consentono esplicitamente aiuti finalizzati al salvataggio e alla ristrutturazione. La Commissione non è un «avversario» dello Stato che concede l’aiuto, bensì agisce nell’interesse comunitario al fine di limitare le distorsioni della concorrenza inflitte alle altre imprese del settore, nello stesso Stato membro o in altri. Ha sempre luogo una trattativa, in modo trasparente. Ho reso omaggio (sul Figaro del 23 marzo scorso) all’efficacia del ministro Sarkozy in tale negoziato. Spero che egli non persista nel dare l’impressione che, senza di lui, la Commissione avrebbe officiato le esequie di Alstom o che, grazie a lui, la Francia abbia potuto sottrarsi alle condizioni indispensabili poste dalla Commissione al fine di limitare le distorsioni della concorrenza.
3. Dogma? «I dogmi della concorrenza perfetta si oppongono a qualsiasi intervento pubblico». vero il contrario: il trattato esclude qualsiasi discriminazione in base alla proprietà, pubblica o privata, delle imprese. Un esempio per tutti (che i francesi dovrebbero conoscere): l’intervento della Commissione contro l’Italia, che aveva adottato una legge a limitazione dei diritti di voto di lectricité de France relativi alle partecipazioni in Italia, essendo la EdF controllata dallo Stato francese.
C) Il silenzio sui vantaggi della concorrenza. Senza infliggere al lettore le classiche argomentazioni, mi limiterò a due aspetti, ai quali l’opinione pubblica francese dovrebbe essere sensibile: 1. L’Europa-potenza. La politica di concorrenza è uno dei rari strumenti di cui si dispone per un’«Europa- potenza» rispettata nel mondo. Quando nel 2001, malgrado le forti pressioni esercitate dal presidente Bush, la Commissione vietò la fusione General Electric/Honeywell, già autorizzata dall’Antitrust americano, la fusione non ebbe luogo nemmeno negli Usa, poiché il nuovo gruppo non avrebbe potuto vendere i suoi prodotti in Europa.
2. L’Europa sociale. Quale sarebbe il panorama dell’economia francese ed europea senza politica di concorrenza? Alla luce delle tendenze naturali del capitalismo, si avrebbe un mercato-giungla caratterizzato da cartelli, monopoli e abusi di posizioni dominanti. Pratiche che provocano aumenti di prezzi e minori tassi di crescita e di occupazione. I consumatori, le piccole e medie imprese e, in generale, gli strati sociali più svantaggiati sarebbero i primi a subirne le conseguenze. Le decisioni delle Autorità nazionali della concorrenza nei confronti degli operatori telefonici ne sono un esempio recente.
Lungi dal fare della Ue il «cavallo di Troia» della globalizzazione, la politica di concorrenza è uno dei rari strumenti di cui gli europei dispongono per contribuire a una corretta regolazione dell’economia globale. E per affermare la loro potenza. Spero che il presidente Sarkozy sappia cogliere il potenziale di tale strumento, anziché proporsi di indebolirlo.
MARIO MONTI