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 2007  luglio 29 Domenica calendario

«Questi interrogatori fanno solo del male meglio avere i colpevoli in libertà». Corriere della Sera 29 luglio 2007

«Questi interrogatori fanno solo del male meglio avere i colpevoli in libertà». Corriere della Sera 29 luglio 2007. MILANO – «Preferisco pensare che un colpevole non venga condannato, che se ne vada libero, piuttosto che vedere dei bambini sottoposti a una simile violenza». Per tutto il tempo Giovanni Bollea, l’uomo che a partire dal dopoguerra ha rivoluzionato la neuropsichiatria infantile in Italia, continua a ripetere quella parola che odia: «Violenza, ancora violenza». Il pensiero del grande studioso è rivolto alla bambina di cinque anni che ieri è stata ascoltata per ore nel Tribunale di Tivoli e ha parlato di «streghe» e «castelli cattivi», mimando i giochi ai quali sarebbe stata sottoposta. Bollea ascolta i commenti degli avvocati, di quelli che difendono gli adulti sospettati di aver commesso abusi sessuali e sottolineano le «tante incongruenze » nel racconto della bimba, e dei legali di parte civile, convinti che «le cose che ha mimato sono devastanti, con un impatto duro per chi ha ascoltato». E alla fine il vecchio professore sbotta: «Io tremo di rabbia: quello che stanno facendo è una nuova, grave violenza nei confronti dei bambini». Bollea ha 93 anni, è in vacanza in Sardegna, ma continua a seguire la vicenda degli alunni della scuola Olga Rovere di Rignano Flaminio. «Ne parlavo proprio ieri sera – racconta ”. Provavo a immaginarmeli quando saranno grandi». E che cosa ha visto nel loro futuro? «Temo che la loro vita sessuale possa essere contaminata, alterata a causa di quello che gli sta capitando». Si riferisce a quello che sta capitando anche adesso, in tribunale? «Sì. Perché i veri condannati in questo processo non saranno gli eventuali colpevoli. Quelli che stiamo condannando fin da adesso sono ancora una volta i bambini. Saranno loro a patire le conseguenze più gravi». Ma le loro parole potrebbero servire a stabilire la verità... «Io preferirei che un colpevole sfuggisse alla condanna, pur di non vedere dei bambini costretti a subire interrogatori del genere. Noi dovremmo preoccuparci di aiutarli a dimenticare quello che è successo. Invece vogliamo sapere e allora gli chiediamo di ricordare tutto, di raccontarlo di nuovo. Per farne strumenti di condanna li costringiamo a rivivere un dramma. Ma non abbiamo il diritto di fare questo: stiamo tutti quanti diventando colpevoli». Non crede che questo possa servire a fare giustizia? «Secondo me non è utile ai fini di un processo. E non è giustificato. Ma insomma: li hanno interrogati mille volte, davanti a periti, medici, magistrati. Io mi domando cosa vogliano ottenere, che valore possa avere la testimonianza dei bambini in queste condizioni, quale codice possa dare tanto valore al racconto di un bimbo?». Lei non si fiderebbe? «Non darei troppe garanzie di attendibilità. O almeno credo che farlo sia molto difficile, problematico. Chissà, magari i bambini hanno finito per dire cose che non pensavano». Ritiene che possano inventare qualcosa? «Non lo so se inventano». Ma sembra quasi che di questi aspetti le importi poco... «Quello a cui penso, quello che so per certo, è che il ricordo di questa ulteriore violenza subita rimarrà nella loro memoria». Insomma, è contrario a quello che sta succedendo sia pensando al benessere dei bambini sia per quanto riguarda il possibile esito del processo? «Sono contrario a interrogarli e, per così dire, contrario a quello che loro dichiareranno». Chi doveva preoccuparsi di tutelare questi bambini? «Chi difende il bimbo: i suoi genitori. Le madri e i padri non avrebbero dovuto permettere di fare interrogare i loro figli così piccoli. Che cosa proveranno fra qualche anno, quando saranno cresciuti, ricordando cosa gli hanno fatto fare? Perché non li lasciamo finalmente in pace?». Mario Porqueddu