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 2007  luglio 28 Sabato calendario

Palme, il delitto che nessuno ha voluto risolvere. Corriere della Sera 28 luglio 2007. il 15 marzo 1986, le due del pomeriggio

Palme, il delitto che nessuno ha voluto risolvere. Corriere della Sera 28 luglio 2007. il 15 marzo 1986, le due del pomeriggio. In un’aria grigia e fredda, le campane di tutte le chiese protestanti di Svezia cominciano a suonare, lentamente e a intervalli regolari. Sono i rintocchi di un Requiem austero, tributato da un’intera nazione al premier Olof Palme, la cui salma è adagiata in una bara di legno bianco nella sala centrale del municipio di Stoccolma. Eppure, dietro le sequenze di una cerimonia carica di pathos e misura – con lo scorrere dei volti dei leader politici di tutto il mondo, la bara che si ricopre di rose rosse, la tv svedese che omette di riprendere il dolore dei congiunti – preme un disagio angoscioso. Palme, infatti, non è morto (a soli 58 anni) di morte naturale, ma è stato freddato da un killer la sera di 15 giorni prima, all’uscita da un cinema del centro e sotto gli occhi della moglie; ed è inevitabile che pesi sulla cerimonia stessa il pensiero sui moventi e i mandanti dell’omicidio, cioè sui tanti nemici del premier, dentro e fuori la Svezia. La compattezza commossa dell’omaggio finale riesce solo a velare – non a suturare – le tante e profonde fenditure di avversione. Proprio da qui – dalle indagini sull’omicidio – parte la biografia umana e intellettuale di Palme (la prima italiana) scritta da Aldo Garzia, già redattore a Pace e guerra e al manifesto. Fin dal principio – ricorda Garzia – gli inquirenti scartano la pista del deviante paranoico per concentrarsi sul «delitto politico». Le ipotesi «interne» riguardano soprattutto l’estrema destra e le frange dell’opposizione disposte a ricorrere alla campagna diffamatoria (su presunte amanti o supposti reati fiscali) pur di far cadere il premier; quelle «internazionali» contemplano possibili ritorsioni (quella del Pkk di Ocalan, cui Palme ha vietato l’ingresso in Svezia) o possibili «prevenzioni» (quella di gruppi ostili alla sua politica di disarmo bilaterale). Cerniera tra i due livelli è la pista Bofors, industria svedese attiva nel fornire armi a entrambi i contendenti del conflitto Iran-Iraq, lo stesso che Palme – fino a poche ore dalla morte – fa di tutto per mediare. Nonostante l’emersione, negli anni successivi, di altre configurazioni, come quella famosa sul coinvolgimento della P2 e di Gelli, la verità è che a tutt’oggi l’unico condannato in primo grado (poi prosciolto per mancanza di prove) è l’alcolista neonazi Christer Pettersson, teatrale reo confesso solo prima di morire nel settembre 2004. La trasversalità di queste inimicizie’ mostra Garzia – è la miglior prova della matrice non ideologica del socialismo di Palme: del suo essere – per usare i termini volgari e sbrigativi oggi in uso – sia «antiamericano» che «anticomunista». Da un lato, Palme non ha mai smesso di denunciare non solo la violenza neocoloniale dell’interventismo americano diretto o indiretto (a partire dal Vietnam per arrivare al Nicaragua, al Guatemala, all’appoggio a Pinochet), ma anche tutte le dittature europee, da Franco a Salazar ai colonnelli greci. Dall’altro è sempre stato durissimo con ogni fase del brutale imperialismo sovietico, dall’Ungheria alla Cecoslovacchia all’Afghanistan. Del resto, questa equidistanza è estesa ai due modelli sociali retrostanti, conosciuti de visu da Palme in due viaggi giovanili: quello americano (con 34 Stati attraversati sugli autobus notturni per risparmiare) lo persuade a vedere nella democrazia non un correlato ma una «correzione » del mercato; quello nella Praga del ’49 gli fa conoscere un alienante universo di «uniformità e grigiore», spingendolo addirittura a sposare una ceca, Jelena Rennerova, solo per farla uscire dal Paese (divorzieranno quasi subito). Sarà proprio questa duplice messa a fuoco a fargli inseguire ossessivamente un equilibrio tra «giustizia sociale e libertà individuale » e a condurlo a quelle politiche sociali (welfare, piena occupazione, tutela delle donne) giustamente collegate da Garzia a una predisposizione antropologica insita nell’identità luterana del Paese, con il suo mix di tolleranza, etica del lavoro (e delle tasse) e solidarismo. Uccidere Palme non è servito a esorcizzare l’oggettività dei problemi da lui lucidamente prefigurati. Anzi, non c’è un solo snodo della sua visione politica (tra anni Settanta e Ottanta) che non si ramifichi nell’oggi: vedi l’intuizione dell’erosione di sovranità degli Stati e della necessità di trovare soluzioni transnazionali a questioni come la subalternità dell’Africa, o quella su un’incipiente dimensione postindustriale in cui sarà necessario non contrapporre, ma armonizzare, «produzione di merci» e «produzione di servizi». Una simile lungimiranza è dovuta probabilmente all’adesione della socialdemocrazia alla «natura umana», intesa come intreccio biologico di impulsi egoistici e altruistici. Mediando tra Stato e mercato (tra arricchimento individuale e redistribuzione), la prospettiva di Palme taglia le ali all’«utopia» in quanto madre di società-incubo e toglie gli alibi a quel tipo di «realismo» che spaccia guerre interessate per liberazioni di popoli e la sopraffazione per condizione inevitabile. Il potere, in quest’ottica, si rivela non solo come il più profondo degli istinti, ma anche come la più radicale delle ideologie. SANDRO MODEO