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 2007  luglio 28 Sabato calendario

La Milano segreta di Pasolini. Corriere della Sera 28 luglio 2007. Non era la Milano caraibica del Giamaica ma quella nebbiosa dell’Ortica, scassata periferia di teppa e di selvatiche bellezze abituate a tirar mattina in un nevrotico via vai dai trani a gogò; movimentava le notti il boogie-woogie di una ghenga muscolosa di giovanotti che facevano gli americani tra randa e balordi da sala biliardo: si chiamavano Rospo, Gimkana, Francesino, Contessa, ma c’erano anche El Lobo e il Teppa, esuberanti protagonisti di una vita esagerata registrata alla voce teddy boys

La Milano segreta di Pasolini. Corriere della Sera 28 luglio 2007. Non era la Milano caraibica del Giamaica ma quella nebbiosa dell’Ortica, scassata periferia di teppa e di selvatiche bellezze abituate a tirar mattina in un nevrotico via vai dai trani a gogò; movimentava le notti il boogie-woogie di una ghenga muscolosa di giovanotti che facevano gli americani tra randa e balordi da sala biliardo: si chiamavano Rospo, Gimkana, Francesino, Contessa, ma c’erano anche El Lobo e il Teppa, esuberanti protagonisti di una vita esagerata registrata alla voce teddy boys. Cominciò da quest’angolo fuorimano nel 1959 l’incursione di Pier Paolo Pasolini nelle notti milanesi, tra bulli, rockers, disperati, brianzoli rampanti dal ciuffo ribelle, industrialotti e commercianti decorati da cumenda appartati con segretarie e cassiere del cinema. Cominciò con i personaggi da romanzo popolare o noir alla Scerbanenco, ma soprattutto con quelli che lui immaginava come i ragazzi di vita di un Nord ricco e borghese, spaccone e violento. Fu così che il poeta scrittore sceneggiatore, ma non ancora regista, si avvicinò a quel gruppo di temerari appena ventenni che avevano messo insieme Elvis Presley e il Cerutti Gino, inventando persino un linguaggio da mala, che urlavano «vacis», «andiamo a fare il pieno», «sei in bambola» e poi con le Guzzi e le Gilera monocilindriche o le spider rubate movimentavano le sale da ballo dell’Idroscalo e incendiavano i cinema che facevano ancora il matinée. Ne uscì una storia e un’amicizia documentata dalle foto ritrovate nell’archivio dell’agenzia Giancolombo: incontri inediti nella Milano del boom industriale tra «un gigante e noi ragazzi sposi della vita e amanti della morte», come ricorda El Lobo, Paolo Uguccioni, futuro presidente dell’Associazione commercianti di corso Buenos Aires. Pasolini era intrigato, colpito dalle facce di quei duri da balera che ricordavano i «ragazzi di vita», alcuni con gli occhi rapaci, come il Gimkana, al secolo Pucci Fallica, poi manager Fininvest. Ma i teddy boys sono anche il machismo virile e un po’ qualunquista che finisce nella derisione dei diversi, spesso insultati o presi a calci di notte nelle strade. Ed è proprio su questo disonore che Pasolini costruisce la trama del film che gli viene commissionato dal produttore Enzo Tresoldi per i registi Pino Serpi e Gian Rocca. Doveva intitolarsi Polenta e sangue, poi diventò La Nebbiosa: sulla sceneggiatura, sulla contaminazione linguistica e sui personaggi lavorarono insieme, Pasolini, El Lobo e il Gimkana. «Ci portò a Roma per un mese – racconta Pucci Fallica – dormivamo in un albergo a Monteverde e di giorno si lavorava a casa sua. Pier Paolo era gentile, non alzava mai la voce, non cercava litigi. A me dava un senso di serenità». La Nebbiosa nella testa di Pasolini non è solo un giallo, un noir: è il pretesto per smascherare la finta unità del Paese. In quei teddy boys che rubavano vita alla vita tra un braccio di ferro e un’incursione ai magazzini dell’Onestà per cuccare le commesse, Pasolini vede una disperazione emancipata che non si può accostare a quella dei ragazzi di vita delle borgate romane. «Il teddy boy – scrive – è il prodotto di una società ad alto livello economico, sociale e civile, di tipo industriale; mentre il ragazzo di vita è il prodotto di una società a basso livello sociale, economico e civile. Il ragazzo di vita alligna dove c’è molto sottoproletariato, e la distanza tra una classe sociale e l’altra è rilevante. Il teddy boy appartiene ideologicamente alla classe borghese e la sua è una protesta di tipo moralistico contro la società che l’ha prodotto e non gli dà ciò che egli desidera... Non gli dà una fede nella vita e una fiducia nel proprio avvenire, gli crea attorno un senso di vuoto e di isolamento. Il ragazzo di vita delinque perché spinto dalla necessità economica. Mentre il teddy boy combina le sue azioni per una specie di spinta morale che ha trovato un indirizzo sbagliato». La trama della Nebbiosa, scavata nei racconti di una Milano cinica e nottambula si fonde con le ossessioni pasoliniane. «Lui e Milano non si prendevano, ricorda Uguccioni. Lo colpiva la gente che in strada parlava da sola. Sono fuori di testa, diceva. La sceneggiatura è il racconto di una notte brava da sbarbati che comincia con l’aggressione a un signore di mezza età appartato in auto con la segretaria e continua con il furto dei gioielli di una Madonnina nella chiesa di Bollate. I gioielli, falsi, vengono usati per addobbare una barbona che dorme in strada. Poi la teppa sequestra tre donne della buona società milanese: le fanno bere, ubriacare. La scena diventa un’orgia che finisce a notte fonda, quando i teddy boys vanno in un night. Ballano e tirano pugni alla gente insopportabilmente elegante, fino a quando la rissa li trascina fuori, in un bar dalle parti di corso Buenos Aires. Poca gente, malinconici ubriaconi con la testa nel bicchiere, una teddy girl che balla il rock and roll. C’è tempo per l’ultima bravata, l’agguato all’omosessuale che spia i ragazzini. Il Rospo, il Gimkana, il Teppa e Contessa lo caricano in auto, lo spogliano, lo sprangano, lo massacrano a sangue mentre lui dice: «Mi trattate così perché siete insicuri». Una scena crudele, vista oggi autobiografica, perché anticipa con macabra preveggenza la sequenza dell’assassinio di Pasolini, avvenuto 16 anni dopo al Lido di Ostia. Ricorda Uguccioni: «Con il senno di poi quel finale è da brivido. Lui anticipava tutti, anche l’assurdità del destino». Pasolini ci credeva alla Nebbiosa, al racconto di quelle vite sbagliate, allo studio linguistico elaborato coi due teddy boys. Il produttore un po’ meno. Cambiò il titolo, per avvicinarlo di più alle storie pasoliniane. Il film diventò: La vita urlata. Ementre falliva il tentativo di coinvolgere Adriano Celentano nella parte del leader dei teddy boys, si ritoccò la sceneggiatura. Pasolini la prese male, ritirò la sua firma. Poi consegnò la sceneggiatura originale a Filmcritica. Nel 1963 la pellicola uscì nelle sale con un altro titolo ancora: Milano nera. Pasolini commentò su Paese Sera: «Ha trionfato il conformismo borghese senza il quale tutti voi siete morti, annaspate nell’ombra. Si capisce, la storia era rimasta uguale… ma tutto è stato involgarito, sfatto, smussato, addolcito». Dopo quel breve incontro Pasolini e Milano si allontanarono, definitivamente. I teddy boys lasciarono il posto al beat, nei night spuntarono i professionisti della mala che avevano la faccia d’angelo, come Turatello, ma anche il mitra. Della Nebbiosa più niente, fino al ’95 , quando Filmcritica ritrovò la sceneggiatura e gli dedicò l’intero numero della rivista. Ora si aggiungono le foto, e le lettere al Gimkana. Ma documentano un’occasione perduta. GIANGIACOMO SCHIAVI