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 2007  luglio 30 Lunedì calendario

SU TOKYO LA SINDROME ROMANA

La Stampa 30 Luglio 2007. Ieri, in Giappone, si votava solo per il rinnovo di metà della Camera alta, mentre, alla Camera bassa, quella di maggior peso politico, i liberaldemocratici e i loro alleati dispongono di una solida maggioranza. Ma questo voto parziale aveva assunto il carattere di un test, quasi di un referendum, sul primo ministro, e Shinzo Abe lo ha perso, insieme con il controllo di un ramo del Parlamento, passato al partito democratico di opposizione.
Una sconfitta largamente annunciata dai sondaggi e che ora apre una crisi di fatto nel Paese secondo solo agli Usa per la forza complessiva della sua economia. Eppure Abe, 52 anni, dunque giovane rispetto alla media dei dirigenti politici di Tokyo, era partito bene, col 60 per cento dei consensi popolari. Aveva in programma di alzare il profilo internazionale del Giappone, a lungo definito gigante economico e nano politico (educazione patriottica nelle scuole, revisione di una Costituzione ancora pacifista, potenziamento della Difesa) e di continuare le riforme interne del suo predecessore Koizumi. Ha avuto qualche successo in politica estera, ma non ha avuto il coraggio delle riforme, e questo, insieme con una serie di scandali e di episodi sfortunati (da ultimo il terremoto del 16 luglio e le polemiche sulle fughe radioattive), lo ha reso il bersaglio dei malumori nipponici.
Nel 2030 due lavoratori per ogni pensionato
Il «caso Giappone», tuttavia, ha radici più ampie e complesse dell’inefficienza, maggiore o minore, di un governo. Benché resti la seconda economia del mondo, e sia anzi da cinque anni in ripresa, dopo un decennio di stagnazione, il Paese del Sol Levante rivela forti segni di disagio sociale, che in qualche misura lo accomunano all’Italia. peggiorata la qualità della vita, è aumentato il precariato giovanile e soprattutto è cresciuto, e di molto, l’impatto del sistema pensionistico sull’economia produttiva. I giapponesi sono 127 milioni, ma con una quota sempre maggiore di anziani. Il tasso di crescita della popolazione è tra i più bassi, se non il più basso, al mondo (nel 2006, addirittura, sarebbe diminuito per la prima volta il numero assoluto di abitanti), mentre l’aspettativa di vita supera ormai gli 80 anni, ancor più per le donne. Secondo l’Economist, nel 2030, in Giappone come in Italia, ci saranno due lavoratori per ogni pensionato e, nel 2050, il rapporto sarà di tre a due. A differenza che in Italia, l’età pensionabile è stata portata a 62 anni, e sarà di 65 nel 2014, ma molti giudicano che, per ridurre sensibilmente il peso previdenziale, bisognerebbe portarla a 70.
La vecchia tigre affronta la sfida di Cina e India
Naturalmente, è difficile per qualunque governo varare una riforma di questo tipo, non fosse altro perché gli anziani (i «capelli bianchi») sono diventati la maggioranza degli elettori e dunque possono bocciare qualsiasi revisione del loro status, in una paradossale sintonia con i giovani, che protestano contro un sistema che li costringe a lavorare per mantenere più pensionati del necessario. Un problema epocale, che, in aggiunta ad altri motivi specifici, si è ritorto contro il povero Abe, come già in parte contro il suo predecessore Koizumi, che però aveva dato alcuni colpi all’economia assistenziale e burocratizzata. Un problema che graverà su qualsiasi governo, con o senza Abe.
Con quali risultati, è difficile dire, specie per noi italiani. Resta che il Giappone, la vecchia tigre asiatica degli Anni Sessanta, ha ormai la pesantezza delle economie troppo occidentalizzate, o europeizzate, in un continente e in un mondo che vedono ben altre tigri, come la Cina e l’India, che lo sfidano anche su un più ampio terreno geopolitico. Anche questo sarà, già è, un problema epocale.
Aldo Rizzo