La Stampa 30/07/2007, pag.12 CARLO BASTASIN, 30 luglio 2007
La locomotiva tedesca nella trappola italiana. La Stampa 30 Luglio 2007. Angela Merkel sta arrivando a metà legislatura, riuscendo a sopravvivere a quella che alcuni analisti chiamano «la trappola italiana»: coalizione di governo lacerata, frammentazione dei partiti, alleanze politiche instabili, ritorno del comunismo come tema politico dominante
La locomotiva tedesca nella trappola italiana. La Stampa 30 Luglio 2007. Angela Merkel sta arrivando a metà legislatura, riuscendo a sopravvivere a quella che alcuni analisti chiamano «la trappola italiana»: coalizione di governo lacerata, frammentazione dei partiti, alleanze politiche instabili, ritorno del comunismo come tema politico dominante. Nonostante ciò, Merkel è in sella, è considerata all’estero il miglior leader europeo e la Germania, solo pochi anni fa il grande malato d’Europa, sarà quest’anno il Paese industrializzato a maggiore crescita nel mondo. Dietro al paradosso tedesco si possono leggere le trasformazioni che rivoluzioneranno la politica europea. Il metodo Merkel è quello di fissare una rotta e percorrerla aggirando gli scogli. La riforma delle pensioni è stata completata fissando l’età di pensionamento a 67 anni ma con un attuazione molto rinviata, la riforma della sanità è anch’essa passata con molte concessioni alle lobby, così pure la prima parte della riforma del federalismo, la fine delle sovvenzioni all’industria mineraria e la riforma della tassazione d’impresa che abbassa al 30 per cento dal gennaio 2008 il prelievo sui profitti. Nonostante gli impegni realizzati, la coalizione non si è rinsaldata e i due grandi partiti, Cdu e Spd, sono stati per due volte sull’orlo della rottura. L’equilibrio è così instabile che l’ultima crisi è rientrata solo per rispetto degli impegni internazionali della presidenza europea e del G8. La cancelliera ha cambiato stile di condotta, evita gli scontri, adotta un linguaggio avvolgente, si presenta come mediatrice disinteressata. Il consenso popolare è il più alto mai registrato dai tempi di Adenauer. Governare guardando in avanti sdrammatizza le scelte quotidiane. L’obiettivo del cancelliere è ora fissare una nuova agenda con un duplice scopo: consolidare le riforme e aprire nuovi spazi di consenso politico. Il compito non è proibitivo. Il bilancio pubblico è vicino all’attivo (unico paese del G7 a riuscirci dal 2001, escluso il Canada) e il «tesoretto» delle entrate fiscali superiori al previsto è circa dieci volte quello italiano. Saranno costruiti asili, nuovi edifici scolastici e rilanciata l’istruzione superiore con università d’eccellenza. Infine Merkel cerca «meta-temi» che attirino consenso: la battaglia per il clima per esempio le ha avvicinato i Verdi. Eppure la «trappola italiana» è pronta a scattare. A metà giugno la formazione «Die Linke» ha rinsaldato la sinistra radicale di Oskar Lafontaine e dell’ex partito comunista dell’Est. Secondo l’ultimo sondaggio il partito raccoglie un ottavo dell’elettorato tedesco (un terzo di quello orientale), quasi metà dell’Spd. I socialdemocratici sono fortemente minacciati dalla sinistra radicale e potrebbero essere costretti a lasciare la grande coalizione per non perdere altri consensi a sinistra. Il fenomeno politico dei Linke va oltre le dimensioni del loro consenso. La sola presenza del nuovo partito ha reso algebricamente difficili le tradizionali coalizioni del bipolarismo tedesco (Cdu con i liberali e Spd con i Verdi). probabile che i prossimi governi saranno composti da almeno tre partiti e quindi saranno intrinsecamente meno stabili che in passato. Le potenziali coalizioni aumenteranno di numero, la tattica politica sarà determinante per la sopravvivenza dei governi e anche in Germania prevarrà il «breve termine» sulla politica di lungo termine. Ma la vera novità politica dei Linke è aver trasformato un partito dell’elettorato tradizionale di estrema sinistra da semplice «voce delle vittime della globalizzazione» ad ambizioso «freno e governo della globalizzazione». Come in Francia e in Gran Bretagna anche in Germania i cittadini che ritengono di ricevere più danni che benefici dalla globalizzazione sono il triplo degli altri. Lafontaine ne ha approfittato per riproporre il tema del socialismo, della proprietà pubblica dei mezzi di produzione e del risarcimento sociale al di sopra dei temi della libertà, ovviamente - proprio come Marx - senza preoccuparsi di spiegare in che modo possa funzionare e secondo quali meccanismi economici. I Linke stanno saccheggiando i temi e l’elettorato dell’Spd, al punto che il 44% dei tedeschi ritiene che i Linke siano più attivi dell’Spd nel difendere gli obiettivi di eguaglianza, contro il 9% che pensa l’opposto. La giustizia sociale è tema dei Linke per il 29% dei tedeschi e dell’Spd per solo il 22%. Anche in materia di difesa del welfare, tradizionale prodotto della socialdemocrazia, i due partiti si equivalgono. E gli elettori dell’Spd hanno un’identica percezione di questi nuovi equilibri di valore, tanto che non escludono una coalizione tra Linke e Spd con la stessa energia dei leader dei due partiti. Non c’è dubbio che lo spostamento a sinistra dell’elettorato rappresenti una risposta alla retorica politica un po’ brutale della globalizzazione negli ultimi anni. Il tema del socialismo infatti sta prendendo piede in tutto l’elettorato tedesco, al punto che un recente sondaggio della «Faz» ha verificato che lo slogan di Lafontaine «posso rinunciare a una libertà che produce milioni di disoccupati e di bisognosi, mentre le grandi imprese fanno profitti record» raccoglie il consenso di due tedeschi su tre. L’Spd è letteralmente disorientata di fronte alla minaccia che viene dalla sua sinistra tanto da aver dovuto cambiare quattro leader in due anni. Tutti gli occhi sono puntati sulle prossime elezioni regionali in Assia e in Bassa Sassonia a gennaio del 2008. Se Die Linke avranno un successo - come a Brema nel maggio scorso - nel cuore della Germania occidentale, l’Spd sarà costretta a venire a patti con l’arcirivale Lafontaine e comincerà a prendere profilo la prossima coalizione elettorale rosso-rossa con una retorica di estrema sinistra e con il possibile paradosso di un governo di Berlino al cui interno alcuni ministri si richiamano direttamente alla politica della Germania Est. Anche la risposta dei cristiano-democratici guidati dalla Merkel avrebbe natura post-globale. Gli strateghi del partito, tra cui lo stesso ministro degli Interni Wolfgang Schaeuble, si sono convinti che l’intesa con i liberali, un partito più di protesta e d’opinione che di governo, sia controproducente e spingono per un’alleanza con i Verdi. L’avvicinamento dei temi tra i due partiti infatti è straordinario: ambiente, clima, diritti umani, ruolo femminile, politiche della famiglia, vincoli generazionali, politica di bilancio, vedono Cdu e Verdi molto prossimi l’uno all’altro. La politica tedesca nell’era post-globale sembra quindi assestarsi su due differenti modelli, entrambi distanti anni luce dalla tradizione dei decenni passati: da un lato la contrapposizione tra una forza socialista (Spd-Linke) e una che cavalca temi non ideologici e trasversali (Cdu e Verdi); dall’altro lato una prosecuzione della Grande coalizione, dove la forza dei numeri e il pragmatismo della competenza trova come interlocutore le grandi sfide globali e il tentativo di governarle. CARLO BASTASIN ******* Oskar LaFontaine I quotidiani a nord di Monaco di Baviera lo definiscono «il più latino fra i politici tedeschi». Oskar LaFontaine, 64 anni, guiderà la coalizione della sinistra Die Linke alle regionali del 2008. Il nuovo soggetto politico, nato il 16 giugno dalla fusione fra il Linkspartei degli ex comunisti della Ddr e i Wags, i dissidenti della Spd (che stanno alla socialdemocrazia tedesca più o meno come il Correntone sta ai Ds italiani), si assesterebbe al 24%. LaFontaine ha alle spalle una lunga carriera: ha mosso i primi passi come sindaco di Saarbruecken, sul confine francese, è cresciuto fino a diventare governatore della Saarland ed è sbocciato infine come segretario della Spd alle spese di Scharing. Non prima di aver sfidato invano Kohl alla Cancelleria, a pochi mesi dal crollo del muro di Berlino. Ha guidato il partito negli anni Novanta, all’epoca dell’ingresso nell’euro, e ha retto il dicastero delle Finanze del primo governo Schroeder fino all’11 marzo 1999. Le sue dimissioni fecero scalpore in tutta Europa. Si è ritirato dalla vita pubblica dandosi alla coltivazione di funghi porcini, ma il 18 settembre 2005 è tornato a farsi sentire. Per scorrazzare nelle praterie della sinistra, lasciate libere dalla «centrista» Spd.