La Stampa 28/07/2007, pag.15 PIERANGELO SAPEGNO, 28 luglio 2007
La finta laurea cancellata con il suicidio. La Stampa 28 Luglio 2007. NAPOLI. L’uomo che non c’era quando tornava a casa era circondato dal vuoto
La finta laurea cancellata con il suicidio. La Stampa 28 Luglio 2007. NAPOLI. L’uomo che non c’era quando tornava a casa era circondato dal vuoto. Si sedeva lì e non vedeva nessuno. Era un fantasma: non vedeva nessuno e nessuno vedeva lui. Anche Carmelo Allocca era un uomo che non c’era. Solo che gli altri lo vedevano. Aveva 30 anni, e genitori che lo adoravano. Aveva anche una laurea, che non esisteva, come lui. Solo che gli altri la vedevano. Papà e mamma avevano organizzato una grande festa per celebrarla. Ma Carmelo Allocca, per restare quello che non era, ha deciso di uccidersi il giorno prima, buttandosi sotto il treno Catania-Milano alle tre di notte. Per sei ore la linea ferroviaria Salerno-Cancello-Caserta è rimasta bloccata, fino al mattino, quando già si cominciava a scorgere in distanza il luccichìo tremolante della canicola. La gente protestava e urlava. Il personale portava bottiglie di acqua, latte, biscotti e merendine ai passeggeri e ai bambini. Tutti i convogli venivano fermati e deviati su altre linee. Alla fine, la sua morte era esistita davvero. Il fatto è che Carmelo Allocca non è riuscito a liberarsi della sua condanna: la speranza di poter vivere come un uomo che non c’è. Poi, ha fatto quello che altri uguali a lui hanno tentato di fare al suo posto. Anche Jean Claude Romand tentò di suicidarsi prima di sterminare la sua famiglia, la moglie e due bambini, il giorno che scoprirono che lui non era uno scienziato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. E pure Marco Redaelli, che si fingeva un medico, uccise il padre e la madre con tre iniezioni di veleno, dopo aver pensato al suicidio: «Non ce la facevo più a sostenere quel ruolo. Non afferravo più la mia identità. E volevo farla finita. Ma poi fui preso da una preoccupazione: se mi fossi suicidato, i miei genitori ne avrebbero provato dolore, angoscia e vergogna». Tutti hanno creduto invano che la loro bugia potesse restare eterna. Come se fosse normale. In fondo, di quanti sguardi vorremmo anche noi liberarci per non essere visti nella falsità della nostra vita? E non incominciamo quasi tutti a mentire sin da bambini per costruire la nostra immagine all’insaputa degli adulti e al di là dell’idea che essi si sono fatti di noi? Jean Claude Romand aveva mentito per 18 anni sulla sua vita. Aveva fatto credere alla moglie, ai due figli, ai genitori, ai suoceri e a tutti i suoi amici che lavorava come medico ricercatore all’Oms, a Ginevra, che partecipava a convegni in tutto il mondo, che riceveva gli elogi di professori e ministri. Ma non era vero niente. Non lavorava a Ginevra, non lavorava affatto, non si era neppure laureato. Tutti i giorni, dopo aver salutato la moglie e accompagnato i bambini a scuola, Jean Claude partiva da Fernay Voltaire, in Francia, e invece di andare a lavorare nel suo ufficio all’Oms non andava da nessuna parte. Passava il tempo in attesa di tornare a casa. I suoi erano giorni di silenzi, di attese solitarie del tempo che passava, di segreti e misteri vissuti così quotidianamente da diventare routine, di piccole bugie raccontate alla moglie per spiegare il suo lavoro che non esisteva, di regali che portava ai figli dai viaggi di lavoro che non faceva, dei trucchi e degli inganni per procurarsi i soldi dello stipendio che non percepiva. Era la vita normale di un uomo che non c’era. Come quella di Marco Redaelli, 31 anni, da Monza, che ai suoi genitori raccontava di essersi laureato e che stava per essere assunto dal Dipartimento di farmacologia. Lavorava come cameriere, ma suo padre e sua madre erano felici di sapere che facesse il medico. Come quella di Roberta, che aveva 39 anni e lavorava come medico al 118 di La Spezia, ma che non aveva nessuna laurea e alla fine si è buttata dal quinto piano di un palazzo anonimo, nel quartiere di Ressora, comune di Arcola, valle del Magra, solo per la paura di essere scoperta. Un suo collega del 118 ha tentato invano di salvarla. Forse, lei ha preferito così, forse negli occhi degli altri può anche esserci la negazione della nostra vita e questo può essere alla fine più terribile di qualsiasi realtà. E’ come se la morte degli uomini che non c’erano rappresentasse in fondo il loro impatto con l’esistenza. Così, l’altra sera, Carmelo Allocca se ne stava a sedere sul letto della sua camera, in una casa di rione, a Nola, provincia di Napoli. Era un momento importante della sua vita: doveva prendere una decisione nei confronti di se stesso. O diceva la verità o se ne andava: era tutto pronto per la grande festa di laurea. Questo era un bel problema. Lo risolse spegnendo la luce e andandosene a letto. Il giorno dopo entrò al solito bar, si sedette su uno sgabello davanti al bancone e ordinò un caffé. Il sapore era più o meno quello di sempre. Fumò due sigarette e decise di aspettare che finissero anche questi cieli azzurri senza una nuvola, lo stesso colore di tutti i giorni con il sole che li solca. Attese il buio per sparire come un fantasma, come se la suprema indifferenza della notte potesse ricoprire i campi e il ritorno delle giornate, perché così finisse la vita dell’uomo che non c’era. Non guardò le facce della gente, non capì che la sua era uguale alle altre. Poi uscì, nel luminoso stupore della notte. PIERANGELO SAPEGNO