La Repubblica 29/07/2007, pagg.34-35 ENRICO FRANCESCHINI La Repubblica 29/07/2007, pagg.34-35 NADIA FUSINI, 29 luglio 2007
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Il poeta dei misteri svelato dalle lettere. La Repubblica 29 luglio 2007. LONDRA. Chi era T.S. Eliot? Un illustre premio Nobel per la letteratura (1948), saprebbe rispondere ogni scolaretto del Regno Unito. Il più grande poeta in lingua inglese del Ventesimo secolo, uno dei fondatori del modernismo, la cui opera Terra desolata, apparsa nello stesso anno dell´Ulisse di Joyce, ne viene spesso considerata il corrispettivo in versi, sintetizzerebbe un critico. Ma no, è l´autore dei dialoghi del celebre Cats, obietterebbe, peraltro senza sbagliare, lo spettatore medio dei musical del West End. Senonché su Thomas Stearns Eliot, nato a St. Louis, Missouri, Stati Uniti d´America, il 26 settembre 1888, morto il 4 gennaio 1965 a Londra, nella nazione di cui acquisì la cittadinanza e in cui trascorse la maggior parte della vita, sono state dette, con minor certezza, tante altre cose: che era omosessuale, misogino, lunatico, e che la sua vita sentimentale fu un disastro, per esempio; che era fascista, razzista, antisemita, e che le sue idee politiche erano abominevoli. Il problema è che, nonostante una montagna di corrispondenza privata lasciata agli eredi, del "vero" Eliot si conosce ancora poco. Non è mai esistito un suo biografo ufficiale. A Peter Ackroyd, che scrisse uno dei migliori libri su di lui, fu persino negato di citare le sue poesie. Il materiale che poteva fare luce sulla sua vita privata è sotto chiave in un immenso archivio, dal quale è uscito, finora, soltanto un volume delle sue lettere, a cura della vedova, Valerie: ma riguarda esclusivamente gli anni tra il 1898, quando Eliot faceva lo scolaretto a St. Louis, e il 1922, quando uscì Terra desolata. Il poeta «misterioso» l´ha definito recentemente l´Independent di Londra. Ebbene, adesso il mistero potrebbe essere parzialmente svelato.
Con l´approssimarsi del centoventesimo anniversario della nascita, infatti, il lavoro sull´archivio Eliot ha accelerato. Faber&Faber, sua casa editrice originale (dove lui stesso lavorò a lungo come redattore), prepara una collezione in sette volumi di tutta la sua prosa. Intanto Hugh Haughton, docente di letteratura alla York University, ha ricevuto l´incarico di aiutare Valerie Eliot, la vedova, a creare un´edizione di un imprecisato numero di volumi delle sue lettere. L´aiuto è necessario perché il compito che sinora gravava esclusivamente sulle spalle della signora Eliot era immane, specie per una donna ultrasettantenne. Il poeta scriveva lettere a getto continuo. Soltanto nel 1923 la sua corrispondenza ammonta a 88.388 parole, la lunghezza di un romanzo breve. Nel 1926, scrisse 112.878 parole. Si calcola che, solamente per il periodo tra il 1922 e il 1940, esistano nell´archivio eliotiano due milioni di parole inedite: una mole in grado di disorientare il ricercatore più solerte.
« un archivio straordinario», ha confidato Haughton, dopo avervi dato un´occhiata, all´Independent. «Eliot non era solo uno dei grandi poeti moderni, ma anche un grande critico, commentatore politico, redattore letterario, drammatista. Spalancare le porte del suo archivio cambierà il modo in cui viene letto, studiato e compreso». Le opinioni in proposito sono agli antipodi. C´è chi lo detesta, solitamente perché è stato obbligato a studiarlo a scuola, e chi lo considera il più grande, il primo, irraggiungibile. Questo per quanto riguarda il poeta. L´uomo è meno ammirato. Il professor Haughton assicura che la pubblicazione completa delle lettere «illuminerà le difficoltà della sua vita privata con la prima moglie, Vivien», che morì nel 1947 dopo lunghe nevrosi. Il matrimonio andò in crisi, secondo alcuni, per la prossimità con il circolo Bloomsbury, le cui libertà sessuali si insinuarono nella coppia: Vivien andava a letto con Bertrand Russell, e la biografa di lei sostiene che Eliot tollerava il tradimento perché Russell piaceva anche a lui.
Se fosse omosessuale, in realtà, non s´è mai saputo. Nel 1957, comunque, sposò la sua segretaria, di quasi quarant´anni più giovane: Valerie, la vedova che ora ha in mano l´archivio. Quanto alle sue idee politiche, anch´esse sono fonte di acceso dibattito. Che Eliot fosse razzista e fascista non è provato, ma non c´è dubbio che simpatizzasse per la destra. Il suo antisemitismo sembra più evidente, ma c´è chi lo nega: Ron Schuchard, docente di letteratura alla Emory University, che curerà la pubblicazione dei volumi di prosa per Faber&Faber, si dice certo che Eliot verrà assolto da questa accusa che lo perseguita, affermando di avere rinvenuto quattro anni fa un pacchetto di lettere del poeta a un accademico ebreo newyorchese, da cui si deduce che Eliot aiutava gli ebrei fuggiti dal nazismo a ristabilirsi in Gran Bretagna e negli Usa.
In realtà non è escluso che la valanga di nuovi libri e rivelazioni sia insufficiente a sollevare del tutto gli enigmi sul suo conto. T.S. Eliot, sostiene qualcuno, fu troppo grande, prolifico e complesso per venire etichettato in un senso o nell´altro. «Mi sento vecchio, vecchio», confessava il poeta ad Alberto Arbasino, che lo incontrò a metà degli anni Cinquanta negli uffici londinesi della Faber&Faber (e ci ha lasciato un delizioso resoconto del loro colloquio in Lettere da Londra). Il giovane Arbasino, che all´epoca schedava le politiche del dopoguerra al Royal Institute of International Affairs e nel tempo libero scriveva dalla capitale britannica per il Mondo di Pannunzio, trovò Eliot «accasciato al buio in una stanzettina scura al secondo piano, con una stufetta elettrica e un gatto, semisepolto da tanti mucchi disordinati di libri». Gli sentì dire: «Quanto più uno invecchia, tanto meno si sente sicuro dei propri giudizi critici». Ma appena qualche anno dopo ad Arbasino apparve un Eliot assai diverso, spumeggiante e ciarliero, forse ringalluzzito dalle seconde nozze con la segretaria: «Questa bronchitina mi andava avanti da mesi, ostinata, e allora siamo andati a Marrakech per cambiare aria. Ma poi capita improvvisamente quel terremoto di Agadir e allora abbiamo deciso di trasferirci in Giamaica. E naturalmente, già che eravamo lì, siamo passati a New York, per vedere un po´ cosa davano di nuovo a Broadway». Chi era T.S. Eliot?
ENRICO FRANCESCHINI
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Quel ragazzo americano che aveva fame d´Europa. La Repubblica 29 luglio 2007. Nelle Onde, Virginia Woolf lo chiama Louis. Se gli dà quel nome, è perché T.S. Eliot è nato a St. Louis. Come lui. Il personaggio su di lui modellato è poeta, banchiere, e straniero. Parla con forte accento. E se ne vergogna. Prova umiliazione per la sua differenza. «Umiliazione» - Tom aveva sempre in bocca quella parola, quasi fosse la peggiore sventura. Virginia Woolf a notarlo.
Spaesato, si è sempre sentito. Da St. Louis, Missouri, va a studiare in New England, ma non è del New England, è un ragazzo che viene da altrove. Non ha l´accento di Boston. In Francia, studia lettere e filosofia alla Sorbona, ma non è francese; anche se la Francia è culturalmente vicina a chi è di St. Louis, perché St. Louis è stata un tempo la capitale della Louisiana francese. Studia la lingua con Henri Alain-Fournier, segue le conferenze di Bergson al Collège de France. E in particolare si appassiona al dibattito che si solleva intorno alle posizioni protofasciste di Charles Maurras. Gli rimarrà nella mente la triade di classicismo, cattolicesimo e monarchia. Legge Laforgue, Gide, Claudel. Passeggia per Boulevard Sébastopole, si addentra nei quartieri malfamati delle prostitute e dei maquereaux, annusa, curiosa. Ma non è facile scrollarsi di dosso la profonda inibizione delle origini.
Torna a Harvard. Ma anche da lì, nel 1914, riparte. Va in Germania, vuole leggere Goethe. Scoppia la guerra. Non tornerà più a casa. Rimarrà in Europa. Si stabilirà a Londra, dove negli anni a venire si dedicherà a dissociarsi della terra natia e dalla sua letteratura. Quasi che la perfezione, il compimento di un americano fosse diventare europeo.
L´europeo per Eliot è uno che mantiene le distanze, votato a una «universale estraneità». Dalla lontananza europea Tom vede meglio l´America. Sì, certo in America c´erano scuole, alcune fondate dall´avo rettore, c´erano cattedre e cattedratici, case editrici e editori, ma erano tutti dei morti viventi. Anzi, «morti stecchiti». In America il deserto si stendeva a vista d´occhio.
La letteratura di quel paese non vantava scrittori e poeti del calibro di quelli europei. Con l´eccezione di Poe, Whitman, Hawthorne e James, la letteratura americana «n´était guère qu´un dérivé local de la littérature anglaise», scrisse in francese, perché già abitava in Francia. Era assolutamente d´accordo con Poe: l´America era ancora una colonia letteraria della Gran Bretagna. Negò addirittura che esistesse una lingua americana.
In Europa, il 22 settembre 1914, data epocale, incontrò l´altro illustre emigrato, Pound. In Europa c´erano James e Conrad. Certo, uno era americano, l´altro polacco, ma abitavano lì. Lui era disposto a fare altrettanto, e lo fece. Cercava una tradizione a cui sottomettersi, una tradizione non che fosse sua, ma di cui potesse appropriarsi. Ne scoprì la fonte a East Coker, nel Somersetshire; da dove nel 1669 i suoi antenati erano partiti - direzione America.
Ancora prima di ritrovare questa radice, a Londra T.S. Eliot si era accasato, e in molti si erano dati da fare per aiutarlo a vivere. Virginia Woolf con Ottoline Morrell e altri amici di Bloomsbury in particolare. Era un peccato mortale che un giovane di talento dovesse passare la giornata in banca a scrivere cifre, invece che versi. Venne istituito un Fondo Eliot, si cercarono giornali che lo rendessero responsabile delle pagine culturali, ci si dette da fare per lui in mille modi. I due Lupi, ovvero i Woolf, offrirono i servigi della loro casa editrice, la Hogarth Press, e pubblicarono le sue Poesie, nel 1919, e nel ”23 La Terra desolata.
Non che «il povero caro Tom» ringraziasse. Né che dimostrasse speciale gratitudine. Semmai cincischiava, non si decideva: lasciava «colare le sue tormentate perplessità goccia a goccia». Così si esprime Virginia Woolf. La quale si accorse subito di quanto fosse vanitoso e insolente - il poeta. Notò la frase lenta, l´espressione controllata, il singolare contrasto tra i modi cauti e gli occhi penetranti.
L´impaccio in lui sgorga dal suo volere insieme amicizia e distacco, appartenenza e separatezza. Altrettanto evidente è che non vuole piacere a nessuno, se non a se stesso. introverso, guardingo, ambizioso, arrogante, ansioso, angosciato, sardonico, preciso, sospettoso, malevolo e molto, molto consapevole del proprio valore.
Lo scrive alla madre già nel marzo 1919: qui in Inghilterra godo di un successo di stima da parte di un gruppo ristretto, ma scelto, che mi considera il miglior critico e il miglior poeta vivente. Sono sicuro, continua, di avere più influenza io sulle lettere inglesi di qualsiasi altro americano finora… Escluso James, ha la buona grazia di aggiungere. Conosce molta gente, ma ancora più gente conosce lui.
Ha un senso di sé inamovibile, pesante come un macigno. Ma lui così severo, poteva essere frivolo. Una volta Virginia rimase a bocca aperta, e al diario confessò il suo stupore: in faccia Tom aveva uno strato di cerone! Sì, di make-up!
Dopo la conversione con tanto di battesimo nella chiesa di Finstock e cresima il giorno dopo officiata dal vescovo di Oxford, sembra che si «pretifichi», o «pietrifichi». Per certi amici è la stessa cosa. Pare loro che il «povero Tom» si trasformi in marmoreo prete.
Rimase però, in quanto cristiano, europeo. Pur assistendo incredulo al «suicidio dell´Europa». E alla vittoria della «American way of life». Ovvero, di una società «negativa» da cui scompariva l´idea della tradizione, in ogni aspetto della quale l´alienazione trionfava.
E quando qualcuno gli fece presente che, come frutto della guerra e delle catastrofi accadute in Europa, la civiltà si sarebbe probabilmente spostata a occidente, e la creatività nel futuro sarebbe migrata in America, affermò in modo categorico che non si era mai dato il caso che la torcia della civiltà passasse da una società genitrice (per così dire) a una società coloniale. La sola idea che potesse accadere una cosa del genere dimostrava l´esistenza di un «insidioso disfattismo», aggiunse.
NADIA FUSINI