Gad Lerner, la Repubblica 25/7/2007, 25 luglio 2007
Beirut. La Repubblica 25/7/2007. C´è una lapide fiorentina che lo immortala come "Faccardino Grande Emir dei Drusi"
Beirut. La Repubblica 25/7/2007. C´è una lapide fiorentina che lo immortala come "Faccardino Grande Emir dei Drusi". Naturalmente con il turbante, la barba lunga e una ricca tunica damascata: elegante come sapevano esserlo quei forestieri provenienti dalla terra fenicia in cui nacque il commercio della porpora, poi divenuta scalo di Levante sulla via della seta. Era il 3 novembre 1613 quando il vascello di Fakhreddine II il Grande, dopo cinquanta giorni di avventurosa navigazione, ormeggiò nel porto di Livorno. Una settimana dopo, il Principe dei drusi in Fenicia e al Monte Libano veniva accolto con tutti gli onori alla corte del granduca Cosimo II de´ Medici. I due s´intesero ben oltre le convenienze diplomatiche. Discepoli della razionalità islamica di Ibn Khaldun e della razionalità europea di Niccolò Machiavelli, diedero forma a un´unione tra levantinità e fiorentinità i cui frutti impreziosiscono tuttora il paesaggio libanese. Il nobile fuggiasco aveva riunito per la prima volta sotto l´egemonia della sua Montagna un vasto territorio costiero che da Tiro e Sidone risale oltre Beirut fino a Byblos e Tripoli. Per questo la Sublime Porta ottomana, insospettita dalle sue mire indipendentiste, l´aveva costretto all´esilio. Alla corte dei Medici approdava l´idea del Libano moderno. Oggi sappiamo quanto furono fecondi i sei anni in cui Fakhreddine soggiornò a Firenze, tessendo alleanze antiturche con la Spagna, la Francia e lo stesso papato che già trent´anni prima, nel 1584, sotto Gregorio XVIII, aveva istituito a Roma il Collegio maronita, recuperando l´antichissima chiesa siriana fondata ad Antiochia dal monaco Marone. Cosmopolita anzitempo, Fakhreddine aveva richiamato nei villaggi montani ricchi d´acqua del suo Chouf i contadini cristiani. Delegando ai guerrieri drusi la difesa del territorio dai giannizzeri del sultano e dagli sciiti del sud. Trionfale sarà il ritorno in patria di Fakhreddine. Sbarcato a San Giovanni d´Acri nell´autunno del 1618, lo accompagneranno nella prima capitale libanese di Deir al-Qamar architetti e scultori, medici e agronomi. Oltre a un campionario di viti e piante da frutto d´oltremare. La terra di Levante diviene strategica nelle trame europee. Fin da allora si rassegnerà a ospitare in casa propria le guerre degli altri, diventando in compenso il più fecondo laboratorio della cultura mediterranea. Alla corte di questo nobile druso, cioè figlio di una tradizione musulmana esoterica, lavoreranno i contabili ebrei Isaac Karo e Abraham Nahmia, i tecnici italiani e i funzionari cristiani maroniti che in seguito assurgeranno nell´élite nobiliare. Fra drusi e maroniti si alterneranno incontri e dissidi culminati nei massacri del 1860 fino alla riconciliazione del 1984 tra la famiglia Jumblatt e la famiglia Chamoun. Deir al-Qamar oggi è più nota come la città del vecchio presidente cristiano Camille Chamoun, la cui nipote Tracy - dopo l´ecatombe della guerra civile - è fuggita negli Usa e s´è convertita al buddismo. Suscito una cinica ilarità, allo Sky Bar di Beirut, quando lo racconto ai signori della dolcevita fin troppo avvezzi alle stragi e alle repentine conciliazioni. Osservo il panorama della montagna libanese dalla piazza di Deir al-Qamar, dopo aver assaggiato l´acqua miracolosamente gelida della sua fontana proprio di fronte al palazzo voluto dal suo emiro in stile rinascimentale: lassù, oltre i duemila metri, s´intravede l´ultima riserva dei cedri sopravvissuti a secoli di cantieri navali e residenziali. Ma verso il mare i fianchi della montagna coltivati a frutteto richiamano il paesaggio della Liguria, grazie alla tecnica delle terrazze importata cinque secoli fa. Il 13 aprile 1635 il temerario Fakhreddine finirà decapitato a Istanbul su ordine di Murad IV. La testa dell´"empio ribelle", conficcata su una lancia, verrà esibita come un trofeo in giro per la capitale dell´impero. Ma risalendo di pochi chilometri i tornanti fino a Beiteddine ci imbattiamo nella meraviglia generata da quel primo incontro moderno fra il Libano e l´Europa: l´imponente palazzo dell´emiro, ormai cristiano, Bashir II, apogeo di quella che non a caso viene chiamata "arte arabo-toscana". Nei saloni, negli hammam, nei chiostri e nelle piscine si realizza la fusione fra i marmi di Carrara, gli stucchi, i vetri di Murano e il cedro intarsiato. Spettacolare tuffo nel passato: una delle più vaste collezioni di mosaici bizantini. E´ l´architettura libanese del Diciannovesimo secolo, via di mezzo fra il barocco italiano e lo stile arabo. Spiega lo storico dell´arte Joe Tarrab: «Non c´è da stupirsi che nell´Ottocento gli intellettuali libanesi, per sentirsi all´altezza, dovessero parlare l´italiano. Il Collegio maronita di Roma era il loro punto di riferimento. Prima ancora le repubbliche marinare di Genova e Venezia avevano riconsacrato nei porti di Tiro, Sidone, Byblos e Tripoli il loro sposalizio del mare. Solo più tardi, al seguito delle missioni, sarebbe subentrato il francese». Protetti dall´inaccessibilità della Montagna; eredi dello spirito avventuroso dei fenici e del mercantilismo dei genovesi d´oriente, dei veneziani, dei marsigliesi; fornitori delle tessiture di Lione: i levantini erano ormai un raffinato popolo mediterraneo. Fa impressione pensare che ancora nel Diciottesimo secolo, ben oltre la scoperta dell´America, le due città più grandi d´Europa restavano Istanbul e Napoli: ricchezza e cultura ancor oggi paiono destinate a generarsi nello scambio fra queste sponde. Per la verità le mappe dei viaggiatori e perfino le cartoline illustrate d´inizio Novecento chiamano Siria questa terra. Ma quando interrogo l´anziano editore del quotidiano Nahar sul diritto che avrebbe il Libano di considerarsi entità separata dalla Siria, Ghassan Tueni cita per primo il principato di Fakhreddine II il Grande. Diplomatico, politico e giornalista, Tueni è l´unico intellettuale libanese unanimemente rispettato al di fuori della sua cerchia (è greco-ortodosso) e della sua tragedia personale: due attentati gli hanno portato via il figlio Gebran e un giovane collaboratore del prestigio di Samir Kassir, a noi noto per il saggio postumo L´infelicità araba. Sono - Tueni e Kassir - i cultori appassionati del moderno rinascimento arabo, loro lo chiamano Nahda, cioè di quel movimento razionalistico di modernizzazione che fra la fine dell´Ottocento e l´inizio del Novecento ebbe negli intellettuali libanesi emigrati al Cairo i suoi protagonisti. Studiosi che non dissimulavano la loro ammirazione per il progresso occidentale. Rifiutavano l´idea oscurantista di una norma coranica sottratta all´evoluzione dei tempi. Cocente è stata per loro la delusione di fronte alla sconfitta del panarabismo laico di Nasser, degenerato in panislamismo integralista. Il Novecento ha tradito le loro speranze d´integrazione mediterranea: «Con la Nahda, la cultura araba si ricostruisce a partire dalla scoperta dell´Altro, l´Altro europeo», scriveva Kassir prima di essere ammazzato il 2 giugno 2005. E a 81 anni Ghassan Tueni da buon libanese non smette di crederci, anche se il suo ultimo libro s´intitola: Un secolo per niente. l´esito drammatico della separazione in atto fra il cosmopolitismo levantino e la mentalità islamica dominante. Una scissione che lo storico del Medio Oriente, Fred Halliday, fotografa nel contrasto fra i titoli di prima pagina dei giornali popolari arabi del 1900 e del 2000: un secolo fa esaltavano cambiamento e modernità; oggi impazza la retorica della turath, cioè del ritorno alla tradizione. La difesa dell´arabità del Libano è considerata un imperativo assoluto che accomuna antisiriani e filosiriani. Al controllo passaporti dell´aeroporto la freccia indica: libanesi a destra, arabi e stranieri a sinistra. Guai a definire straniero un arabo di nazionalità diversa, la regola vige anche a Beirut. Ma l´atavismo e il panislamismo reazionario nutriti dalla contrapposizione all´Occidente, rischiano di spezzare fisicamente in due un Libano che tuttavia, anche nel Sud sciita, esibisce una presenza europea addirittura precedente l´epoca crociata. I ragazzi che possono permetterselo fanno la spola con le nostre città. La maggioranza invece s´imbeve di slogan sanguinari, mitizzando la propria appartenenza comunitaria e la guerra contro Israele. Il Mediterraneo sta già pagando altrove il prezzo salato di una tale spaccatura. Oggi l´emiro Fakhreddine sarebbe liquidato come un traditore? Incontro numerosi protagonisti di una cultura levantina che sento fino in fondo mia, ma mi chiedo fino a quando resisteranno. La ritrovo quando visito Walid Jumblatt, odierno principe druso della Montagna, nella sua fortezza blindata della Moukhtara, esempio anch´essa d´arte "arabo-toscana". Quest´uomo condannato dal destino a guidare il fronte politico antisiriano, vivrebbe credo più volentieri a Parigi se un atavico senso dell´onore non gli imponesse di attendere qui una morte probabile. Rifiuto di pensare che la cultura levantina debba accontentarsi di essere rappresentata solo dalle celebri mezze della cucina libanese o dai palazzi-rifugio in cui i signori perpetuano sino al folklore i fasti decadenti della dolcevita. Mi assale la malinconia quando vengo ricevuto nel paradiso di Byblos da Roger e Alice Eddé. Hanno ricostruito una sontuosa abitazione a picco sulla baia che la famiglia genovese degli Embriaco rese florida al tempo dei crociati, chiamandola Gibelleto. Alice, americana, si dedica al restauro del vicoli medievali intorno al porticciolo e alle rovine del quarto millennio avanti Cristo. Lui si divide tra il business e gli stretti rapporti politici con Washington. Desolatamente vuoti sono i locali la cui vita notturna fu animata da Brigitte Bardot e Marlon Brando (ma anche da Felice Riva, nostrano furbetto del quartierino ante litteram). Gli Eddè hanno costruito un resort, investono nel rilancio turistico di Byblos che se lo meriterebbe come e più di Portofino. Ma il lusso cosmopolita taglia fuori i libanesi di oggi. Quanto potrà sopravvivere assediato dai profughi, dalle donne velate, dagli uomini barbuti? La cultura levantina o parlerà arabo, o tacerà per sempre. (2 - continua) Gad Lerner